Ecco perché l'Europa ha bisogno dei migranti

Ecco perché l'Europa ha bisogno dei migranti

 

 

Da una parte c’è la retorica delle destre europee, quelle che vorrebbero respingere i barconi e che erigono anacronistici muri anti-migranti. Dall’altra parte ci sono i numeri che raccontano un continente che invecchia e che, a breve, potrebbe veder collassare il proprio sistema pensionistico. Gli economisti in buona fede non hanno dubbi sul fatto che, in una prospettiva di medio-lungo termine, i migranti (profughi o no) non saranno un problema, ma la sua soluzione.

Chi arriva in Europa ha fra i 20 e i 40 anni e, spesso, arriva con i figli al seguito. Europe Doesn't Have Enough Immigrants è il titolo di un articolo pubblicato dal giornalista Leonid Bershidski su Bloomberg la scorsa settimana. L’Europa non ha abbastanza immigrati. È un titolo “forte”, per molti europei una provocazione, per il suo autore una mera constatazione.

Secondo il columnist con base a Berlino, l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020 e di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Cifre irraggiungibili con le attuali progressioni demografiche.

Secondo un rapporto dell’Ue, attualmente ci sono quattro persone in età lavorativa per ogni pensionato, mentre nel 2050 ce ne saranno solo due. Le proiezioni dei singoli Paesi ci dicono che nel 2050, in Germania, ci saranno 24 milioni di pensionati contro più di 41 milioni di adulti; in Spagna 15 milioni di over 65 a carico di 24,4 milioni di potenziali lavoratori. In Italia 20 milioni di pensionati aspetteranno l’assegno finanziato da meno di 38 milioni di contribuenti.

Quindi le soluzioni sono due: o si tagliano le pensioni o si aumentano le trattenute sulla busta paga o si aumenta il numero delle persone che pagano i contributi.

A breve termine, certo, la sfida è la più complessa che l’Europa si sia trovata ad affrontare dal secondo dopoguerra a oggi. Come dare un lavoro a chi arriverà? Come redistribuire equamente milioni di persone nel Vecchio Continente?

Una cosa è certa: il sistema contributivo-pensionistico sarà sorretto dagli immigrati. Come spiega Bershidski, già oggi gli italiani che lavorano e pagano i contributi sono il 67,1% della popolazione, mentre fra chi proviene da Asia e Africa la percentuale sale al 72%. Il vecchio adagio delle destre è che gli immigrati “rubano” il lavoro agli italiani. Anche questa è una favola per elettori: i dati Ocse ci dicono che nei settori ad alto sviluppo il 15% dei posti è occupato da un immigrato, mentre se si esaminano i dati dei settori in declino, più di un addetto su quattro non è italiano.

La Fondazione Leone Moressa ha calcolato che, ogni anno, gli immigrati portano nelle casse dell’Agenzia delle Entrate 6,8 miliardi di euro. Fra i 5 milioni di nuovi italiani vi sono 3 milioni e mezzo di persone che dichiarano al fisco 45 miliardi di euro l’anno. Anche il rapporto costi-benefici è largamente positivo visto che le tasse pagate dagli stranieri superano di quasi 4 miliardi di euro la cifra che ricevono dal welfare nazionale.

Inutile negare l’emergenza di questi mesi, dettata da flussi migratori di dimensioni inedite, ma sul medio-lungo termine le strategie messe in atto in questi e nei prossimi anni per far fronte all’immigrazione verso il Vecchio Continente potrebbero rivelarsi un investimento di vitale importanza.