Edoardo Albinati: "Contaminazione tra sciatteria e retorica è malattia nazionale"

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Edoardo Albinati (Photo: ansa)
Edoardo Albinati (Photo: ansa)

[Quest’intervista è stata pubblicata in versione “short” sul Venerdì di ieri 24 settembre 2021. Di seguito la versione integrale]

Edoardo Albinati ride quando gli leggo la descrizione che Walter Siti ha dato di lui: uno che “sotto la patina del placido ironico borghese ha un’anima da fumantino attaccabrighe”. Ride come si ride quando si viene scoperti in una vergogna: “È vero”, dice, “sono uno a cui prudono le mani, anzi, a cui prudono parecchio le mani”.

Siamo a casa sua, nel quartiere Trieste di Roma, e stiamo parlando del suo ultimo libro, Velo pietoso: un diario lungo quattro mesi (da marzo a giugno del 2021) che raccoglie frammenti, accenni di saggio, aforismi, racconti, scatti d’invettiva, tutti scritti di getto, in reazione alle incongruenze di quella che chiama la “stagione di retorica” del discorso pubblico.

“Per esempio”, dice, “l’espressione ‘al netto di’ mi dà un fastidio fisico, sonoro: è come se qualcuno grattasse con le unghie sulla lavagna. Spesso è così: reagisce il corpo, non la mente”. Il libro, infatti, è immediato, come immediato è quasi tutto ciò che ci circonda, in particolare sui social. Albinati risponde agli stimoli che riceve subito, d’impulso, senza ulteriori specificazioni, né meditazioni. Ci sono stimoli che lo consolano, ma la maggior parte lo indispone: l’overdose della parola “resilienza”, l’“assolutamente” prima del “sì” (come se il sì, da solo, non bastasse più), Nicola Zingaretti che gli ricorda il protagonista del film Atlantic City, “Pallemosce” (quando si dimette da segretario del Pd).

“Detesto i discorsi che vogliono ad ogni costo persuadermi”, dice, “ pieni d’immagini, fanfare, sdegno”. C’è anche un momento in cui la pazienza di Albinati finisce: è quando un vecchio signore al bar dà la colpa di tutto, pandemia inclusa, agli “ebreacci”. Gli intima di star zitto e arriva a tanto così dalla rissa. Ma il motivo che spinge uno scrittore che ha vinto il Premio Strega a dedicarsi anche alle più piccole stupidaggini quotidiane lo si capisce solo quando racconta di una bambina di dieci anni uccisa in ospedale da una sequenza di sciatterie di per sé forse innocue, ma, nella loro concatenazione, criminali. A quel punto è chiaro che la cialtronaggine, per Albinati, è un rischio potenzialmente mortale.

Perché sarebbe così pericolosa?

Nel caso di questa bambina, è evidente. In molti altri casi, non si arriva alle conseguenze estreme: ma la nostra vita è quasi continuamente messa a repentaglio dalla faciloneria.

Per esempio?

Roberta Lombardi che proclama “È ora di eleggere un presidente della Repubblica giovane”. Le dicono che cinquant’anni li deve comunque avere, e lei: “E dove sta scritto?”. All’articolo 84 della Costituzione, banalmente.

Sia io sia lei, però, siamo sopravvissuti.

Finora siamo sopravvissuti. Chi le assicura che sarà sempre così?

Ora non è retorico lei?

Forse, il fatto è che mi ha stufato il perdono: quello sì che è retorico. Lasciar correre, sempre.

Cosa trova di retorico nel perdono?

Quando vanno da un padre a cui hanno appena ucciso un figlio e gli chiedono: “Li perdona gli assassini?”.

Preferisce la risposta: “Devono marcire in galera”?

No, ma in fondo, non è che un atteggiamento simmetrico al primo: solo che, al posto del patetico, c’è il minaccioso.

Perdonare è patetico?

Tutt’altro. Ammiro chi riesce a farlo. È la domanda che è ricattatoria, perché sottintende che sia obbligatorio perdonare, mentre chi non perdona è cattivo.

Lei non ci perdona nulla, invece.

Trovo che la contaminazione tra la sciatteria e la retorica sia una malattia nazionale. Non sono problemi linguistici: sono problemi del pensiero. Il ministro Di Maio dice: “Evacuiamo dall’Afghanistan, ma non lo abbandoniamo”. Ma com’è possibile andarsene e rimanere allo stesso tempo?

Non è possibile, infatti.

Ecco, è terrificante l’abitudine a lasciar correre. Capire tutto, dice un proverbio francese, significa perdonare tutto. Ci sono cose che, invece, devono rimanere irricevibili.

Come il linguaggio sovranista, che non ama?

In realtà, è il linguaggio identitario in genere che è un terribile inganno, sia che provenga dal singolo, sia dal gruppo, dalla destra, dalla sinistra, da un’intera nazione. Perché noi, al novanta per cento, siamo fatti di altro, e di altri.

Non c’è niente che sia suo e basta?

Certo, ma è la minima parte. Le mie idee... in che senso sarebbero mie? Non le ho forse prese dai libri che ho qui alle spalle? E la lingua che parlo, è solo mia? Scriveva Milo De Angelis: “Se restituissi ciò che non è tuo, non ti resterebbe nulla”. Be’, è la verità.

Allora perché c’è il suo nome sui romanzi?

Io sono un semplice medium, un raccoglitore, che attraversa i mondi, le classi sociali, cercando di fare un minimo di luce. Io non rivendico alcuna originalità. C’è solo un posto dove il comunismo si realizza davvero: è la letteratura, il luogo in cui la proprietà privata è abolita. Anche per questo rido dell’identità, quando non diventa minacciosa.

Ride anche della sigla Lgbtq+?

No, mi limito a rifiutarne l’uso, perché è una sigla impronunciabile.

E la parola patria?

Credo che, come il tricolore, andrebbe difesa da chi la sbandiera in continuazione. Ho idea che questi difensori della patria si imboscherebbero alla svelta venisse il momento malaugurato di difenderla.

Lei, invece?

Ho un certo sentimento della patria, che mi fa riconoscere nella nazione che chiamiamo Italia: nata dall’immaginazione dei poeti, però, non dei re. Ecco il problema dell’essere italiani: è difficile stare all’altezza di chi l’ha fantasticata, Dante, Machiavelli. Quasi mai ci si riesce. Molto spesso, però, la si svilisce spudoratamente.

Quando?

Quando Salvini esibisce la mascherina tricolore e dunque, praticamente, sbava, starnutisce, sputa sulla bandiera.

I 5 stelle, il Pd, i leghisti: non se la prende mai con Draghi, però?

Be’, ora Draghi ha il vantaggio supremo di non dover persuadere nessuno. Parla poco, laconicamente. Il silenzio lo protegge.

Perché, oltre alle parole, tiene così tanto alle cose?

Perché diffido del mito umanistico e presuntuoso dell’individuo. È un altro elemento della retorica: “Persone, oltre le cose”, recita una pubblicità. Io, invece, avverto la sacralità anche dei reperti archeologici e preferisco di gran lunga molte cose a certe persone.

Come il giornalista di destra a cui, scrive, potrebbero dare “un fracco di legnate”?

È semplice, provo a usare la sua stessa logica ultraliberista: ora gli insulti e legnate toccano agli omosessuali e ai trans, un giorno potrebbero toccare a lui.

È chiaro che parla di Francesco Borgonovo de La Verità.

Non importa il nome, ma il ragionamento.

Non è un antidoto alla retorica pericoloso, la violenza?

Certo che lo è. Ma non posso negare che quando sento certi discorsi, quando vedo certe cose, le mani mi prudono, mi prudono parecchio, sebbene faccia di tutto per controllarmi.

Ci riesce?

Il più delle volte, ma non sempre. Mi è successo di fare a botte per strada, e non ne vado fiero.

Immagino.

Ma attenzione anche alla pacificità. A volte può sconfinare con l’assuefazione e l’indifferenza. Alla barbarie e alla strafottenza è giusto reagire.

Tipo coi no vax?

Non voglio sentir parlare di no vax, la prego.

E i no green pass?

Li trovo adorabili: nazisti che sventolano la bandiera della libertà in piazza.

Come nazisti?

Non lo sono, forse, i militanti di Forza Nuova?

Lei non stigmatizza l’odio.

Perché dovrei? È un sentimento estremamente serio, non credo sia lecito avvilirlo nella retorica della condanna moralistica.

Ogni tanto le viene il sospetto di esserci dentro?

Altroché se ci sono dentro, fino al collo. D’altronde, Kafka diceva di aver preso su di sé il negativo del proprio tempo e che suo compito era, non di combatterlo, ma di rappresentarlo.

Perché no?

Perché quando scrivo ambisco a essere scrittore, non santo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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