Educare al rispetto della dignità umana per superare la violenza sulle donne

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The red shoe, the symbol of this International Day for the Elimination of Violence against Women, on the fountain in Piazza Vittorio Emanuele II in Rieti, Italy, on November 25, 2021 (Photo by Riccardo Fabi/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
The red shoe, the symbol of this International Day for the Elimination of Violence against Women, on the fountain in Piazza Vittorio Emanuele II in Rieti, Italy, on November 25, 2021 (Photo by Riccardo Fabi/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Continuamente ribadiamo il nostro impegno nelle istituzioni e nella società per il rispetto della dignità e del corpo delle donne, per superare stereotipi sessisti, per garantire ad ogni donna maggiori diritti e nuove opportunità, per introdurre il valore della parità, educare ad un sano e corretto rapporto tra i generi, sostenere e rafforzare i centri territoriali anti violenza. Eppure, i numeri sono impietosi, ancor più durante la pandemia: molte, troppe donne sono ancora costrette ad affrontare il dramma di una violenza spesso consumata tra le mura domestiche perché c’è ancora uno strato roccioso, buio, nei rapporti fra uomini e donne che, nella totalità dei drammi, conosce un’unica direzione: da lui a lei. È così anche nel nostro Paese, dove sembra si voglia metter piombo nelle ali delle donne che cercano di percorrere la loro strada di emancipazione e libertà, di acquisizione di competenze, di leadership e traguardi che premiano i loro talenti, la loro visione innovativa che di fatto lascia molti uomini un passo indietro.

E c’è ancora qualcuno che oggi attribuisce le morti violente delle donne alla “liberalizzazione” dei costumi, al venire meno della tenuta delle famiglie, manifestando quasi una sorta di nostalgia per tempi fortunatamente passati, quando, in un Paese fortemente declinato al maschile, il delitto d’onore era scritto solo nell’accezione femminile, nella presunzione che soltanto l’uomo potesse venir colpito “dall’offesa recata all’onor suo”. Basti pensare agli innumerevoli episodi di violenza che abbiamo visto, e purtroppo ancora vediamo, trasformarsi spesso in processi mediatici alle condotte femminili. Per quanto sembri paradossale, infatti, è ancora necessario ribadire che una donna ha il diritto di rientrare a casa all’ora che preferisce, indossando ciò che preferisce, senza dover subire alcun abuso.

È innegabile che per tanti esista ancora una sorta di codice comportamentale non scritto che ci si aspetta che le donne osservino, che sopravvivano retaggi e resistenze all’autonomia e alle libertà femminili e allora gli stereotipi culturali sono ancora il primo pilastro da smontare per un Paese moderno che vuole concretamente affermare la parità tra generi, la convivenza pacifica tra le diversità, un multiculturalismo pienamente raggiunto nel riconoscimento reciproco.

Tanti passi in avanti dal punto di vista legislativo sono stati compiuti, ed è anche vero che non sono ancora sufficienti, ma come giovani e come donne assistiamo ancora soprattutto a troppe discussioni stereotipate e a troppi interrogativi senza risposte. Perché se una bambina picchia è un maschiaccio e se un bambino piange è una femminuccia? Perché studiamo Gabriele D’Annunzio ma non Armanda Guiducci? Perché se un uomo lavora tanto è uno stacanovista, ma se lo fa una donna è una maniaca ossessionata? Il tema è che sopravvivono modelli identitari e paradigmi di ruoli sociali tradizionali, segni di un progresso zoppo, minato da una perdurante arretratezza, da convinzioni arcaiche che attraversano ancora il nostro Paese. Uomini che odiano il coraggio delle donne. Compagni padroni. Più proprietari che compagni. Più padroni che mariti, malati di volontà di dominio, di possesso. Donne alle quali da piccole ancora si insegna che dovranno, per piacere a qualcuno, essere non solo belle e brave ma discrete, miti, umili, avere pazienza, assecondare i desideri per eventualmente far valere i propri. Nulla di più ripugnante perché l’amore senza rispetto non è amore.

Analizzando il movente dei femminicidi emerge infatti che, quasi sempre, il motivo scatenante è la gelosia e il possesso nei riguardi della vittima. E allora serve ancora e di più educare ai sentimenti, investire nella cultura, nei processi educativi alla parità di genere fin dall’infanzia, nella sensibilizzazione per il rispetto della dignità e dei diritti della persona, perché è quella prima P della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la Prevenzione, che può ridurre il fenomeno della violenza di genere e costruire così nuovi orizzonti di pari opportunità e benessere per tutte e tutti nelle nostre comunità.

Ed è anche per questo che servono le nostre parole, le parole di tante donne, di tante ragazze. Allora oggi, ma anche quotidianamente, raccontate le vostre storie, gridate la vostra rabbia, fatelo pubblicamente, urlate la verità su chi pretende silenzio, su chi vi insulta, vi priva della vostra libertà, vi umilia, denunciate senza vergogna a gran voce nelle piazze, nelle vie, nelle scuole, fatelo a testa alta, fatelo con forza per tutte, spezzate con le parole il dito che vi punta e vi giudica, guardate negli occhi chi vi uccide lentamente, chi vi priva dei diritti perché la violenza non racconta la vulnerabilità femminile, ma la fragilità maschile, la terribile debolezza di tanti, troppi uomini.

E in questo percorso, saremo tutte testardamente impegnate, insieme a uomini lungimiranti, a trasformare queste parole in azioni, a cominciare da questo grande lavoro culturale e politico che è oggi indispensabile per riconoscerci in una società avanzata e democratica, che non millanta ma concretamente pratica uguaglianza, rispetto della persona umana, parità e uguaglianza di diritti, a partire da quello delle donne di essere libere dalla violenza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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