Election day il 24/12 e ritiro dei mercenari, mission impossible in Libia

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France's President Emmanuel Macron (C), Germany's Chancellor Angela Merkel (L) and Italy's Prime Minister Mario Draghi (R) attend the International conference on Libya at the Maison de la Chimie in Paris on November 12, 2021. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo by YOAN VALAT/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: YOAN VALAT via Getty Images)
France's President Emmanuel Macron (C), Germany's Chancellor Angela Merkel (L) and Italy's Prime Minister Mario Draghi (R) attend the International conference on Libya at the Maison de la Chimie in Paris on November 12, 2021. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo by YOAN VALAT/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: YOAN VALAT via Getty Images)

Da una parte ci sono le dichiarazioni fiduciose dei leader che hanno partecipato alla Conferenza internazionale di Parigi sulla Libia, che chiedono elezioni presidenziali e parlamentari “libere, eque, inclusive e credibili il 24 dicembre 2021”. Dall’altro c’è la realtà di un Paese dove la maggior parte delle forze politiche e militari – le cosiddette constituencies – non ha tutta questa fretta di andare al voto, perché la Libia, nel frattempo, è diventata una sorta di stato consociativo dove ciascuno fa più o meno quel che vuole. In mezzo, restano i due elefanti da allontanare dalla Libia – Turchia e Russia – che non amano farsi dire dagli altri cosa fare con i propri soldati o mercenari. Nessuno si aspettava che la Conferenza facesse miracoli, ma che togliesse di mezzo qualche nodo sì. E invece il nodo più grande resta lì, rilanciato da Ankara (che non a caso ha mandato a Parigi solo il suo viceministro degli Esteri).

La Turchia – fanno sapere fonti diplomatiche - ha espresso riserve sul passo del documento finale della Conferenza sulla Libia nel quale si fa riferimento all’uscita dal Paese delle forze militari straniere. Questo perché i militari turchi – sottolinea Ankara - sono stati chiamati da un governo sostenuto dall’Onu, quello dell’ex premier al-Sarraj. La Russia e la Turchia – rimarca invece Macron – devono ritirare i loro mercenari della Libia “senza ulteriore ritardo”.

Nel documento finale i leader riuniti a Parigi minacciano di sanzionare le persone che, all’interno o all’esterno del Paese, “cercheranno di ostacolare, mettere in discussione o manipolare” le elezioni previste per il 24 dicembre”. La minaccia di sanzioni è agitata anche contro chi si macchia di “violazioni e abusi sui migranti, traffico di migranti e tratta di esseri umani”, nonché di “tutte le altre violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani in Libia”. Peccato che i diritti umani in Libia siano morti da un pezzo, anche grazie alla partecipazione europea che attivamente sostiene i respingimenti di chi cerca di attraversare il Mediterraneo.

Ma il wishful thinking sembra essere l’ingrediente dominante, quando si parla di Libia. A poco più di un mese dal voto, in Libia manca ancora una legge elettorale, i combattenti stranieri devono ancora essere rimossi dal Paese e le istituzioni statali, comprese le forze armate, rimangono divise. Tra i nomi dei possibili candidati spiccano figure come Khalifa Haftar (che ha recentemente sospeso le proprie funzioni militari), Saif al-Islam (il secondo figlio di Gheddafi, il cui obiettivo dichiarato è “ristorare l’unità perduta” della Libia) e Aguila Saleh (presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk). Anche il premier Dabaiba, forte del sostegno popolare, ci sta facendo un pensierino, anche se la sua partecipazione richiederebbe una modifica dei requisiti destinata a far infuriare i suoi avversari.

Insomma, a poche settimane dal fatidico appuntamento, le certezze sono poche, a parte la ritrovata unità di Francia e Italia sul dossier libico. “Le nostre posizioni si sono molto avvicinate”, ha dichiarato il premier Mario Draghi parlando al fianco del presidente Emmanuel Macron, aggiungendo che se “non si va d’accordo non si aiuta la Libia”.

Ma la domanda è: così si sta aiutando davvero la Libia? Per Arturo Varvelli, direttore dello European Council on Foreign Relations di Roma, “Italia e Francia stanno cercando di salvare il salvabile: arrivare a delle elezioni che non compromettano il percorso fatto fin qui. Ma la strada, da qui in avanti, è costellata di rischi”. “Noi occidentali abbiamo sempre l’ossessione di fissare le scadenze perentorie, sperando che questo produca meccanismi positivi. Onestamente, però, siamo arrivati a questo appuntamento - ormai così vicino – un po’ troppo impreparati. È impreparata la Libia ed è impreparata la comunità internazionale, perché alcuni nodi non si sono affatto risolti”.

Tra questi c’è sicuramente la questione della presenza russa e di quella turca, che Erdoğan rivendica e rilancia ancora in questi minuti, assieme al premier Dabaiba, come del tutto legittima perché stipulata all’interno di un accordo fatto con il governo di unità nazionale. “Su questo è stato fatto molto poco perché è uno dei punti della discordia: la Francia, che ha una forte rivalità con la Turchia, vorrebbe che passi in avanti fossero fatti sia in direzione anti-russa sia in direzione anti-turca”, spiega Varvelli. “Siamo arrivati in una situazione in cui l’Italia è riuscita a contenere abbastanza le pulsioni unilaterali francesi – perché sappiamo che i francesi dicono di essere europei, ma poi faticano a diminuire il loro protagonismo, che è figlio anche di una maggiore potenza e capacità di fuoco rispetto agli altri paesi. Grazie alle relazioni molto buone tra Draghi e Macron, l’Italia è riuscita ad avere una co-presidenza all’interno di questa Conferenza, dando l’idea di un’Europa almeno un po’ unita”.

L’opinione dell’analista, grande conoscitore della Libia e dei suoi problemi, è che “sarebbe stato meglio non avere queste elezioni, ma che ormai sia troppo tardi per rimandarle, perché questo innescherebbe dei meccanismi peggiori”. “Abbiamo tutta una serie di forze sul terreno sia politiche sia militari – le cosiddette constituencies – che in realtà, nella gran parte, queste elezioni non le avrebbero volute, poiché l’attuale governo, nella sua debolezza, ha garantito un po’ a tutti di fare ciò che volevano. La Libia non è uno stato di diritto nel quale noi fissiamo delle elezioni e chi perde rispetta la volontà popolare e chi vince rispetta la minoranza. Siamo in una situazione che è simile a quella dell’Iraq di qualche anno fa, nella quale si va ad elezioni e il risultato può non piacere a una grandissima parte sia degli elettori sia delle componenti che hanno le leve del potere politico, economico e militare. Se questo accade, come sistemiamo la situazione? Stiamo correndo dei rischi. In questa Libia, che è di fatto una sorta di stato consociativo, ognuno avrebbe preferito continuare a farsi gli affari propri. Le elezioni rischiano di compromettere lo stato consociativo”.

Quanto ai migranti, Draghi ha definito “insostenibile” i “continui sbarchi” di migranti sulle coste italiane. “Noi stessi dobbiamo riuscire a investire di più in Libia, a spendere più denaro per creare condizioni più umane” sul fronte dell’immigrazione “che spesso non ha origine in Libia ma dai Paesi vicini”, ha dichiarato. Nel comunicato finale, i leader hanno ribadito il loro impegno a “condannare e ad agire contro tutte le violazioni e gli abusi sui migranti, il traffico di migranti e la tratta di esseri umani”.

Dall’altro lato del mare, intanto, da quasi 50 giorni alcune migliaia di rifugiati migranti sono accampati davanti agli uffici dell’Unhcr a Tripoli, e chiedono a gran voce di essere evacuati verso Paesi sicuri, per salvarsi da torture, stupri, violenze di ogni genere alle quali sono sottoposti nei campi di detenzione libici. Proprio oggi Alarm Phone e Mediterranea Saving Humans hanno lanciato un appello ai leader riuniti a Parigi. “Nessun processo di stabilizzazione e democratizzazione di un paese martoriato dalle divisioni e dalle contrapposizioni tra milizie interne ed estere, potrà mai realizzarsi senza la piena assunzione di responsabilità degli stati dell’Unione e delle Nazioni Unite sul rispetto dei diritti umani”. Le ong chiedono l’evacuazione “immediata e sicura” dei rifugiati bloccati in Libia verso Paesi sicuri, in Europa.

Ma la scommessa dei leader europei è un’altra: fare il possibile, tramite la solita arma delle sanzioni, per arrivare a elezioni “credibili” il 24 dicembre. Nella speranza di veder nascere un governo abbastanza “credibile” da poter diventare un interlocutore sulla gestione dei flussi migratori, un po’ come accade oggi con la Turchia di Erdoğan.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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