Elena Mihaela Ursu e la sua carta vini scritta a mano

(Adnkronos) - Un po’ nascosto ma eccentrico. Un locale piccolo ma dai grandi contenuti. La Bottega di Parigi, a Careggi (Fi) è un luogo dove ci si sente a casa e dove la personalità della sua proprietaria è presente in ogni angolo. Il piccolo locale fiorentino, che lo scorso ottobre si è aggiudicato il premio indetto dalla Milano Wine Week, per la miglior carta vini nella categoria “Fine dining – Gourmet”, è un concentrato di carattere e qualità e, a raccontarcelo, è la sua proprietaria e sommelier Elena Mihaela Ursu.

Mihaela, raccontaci di te e come sei arrivata al mondo della ristorazione.

Sono arrivata nel mondo della ristorazione più per necessità che per scelta. Avevo 22 anni quando arrivai a Firenze e la mia prima esperienza fu una pizzeria, David 2, dove diventai una persona di fiducia per la proprietà, che mi assegnò successivamente la gestione di altri due locali a Firenze. A 24 anni, invece, m’innamorai della prima bottiglia di vino, un Solaia 1990, che fu aperta per lo staff per condividerla fra noi. All’epoca non avrei mai immaginato che in futuro avrei fatto questo lavoro con tanta passione. Ma con la consapevolezza acquisita nel tempo posso dire che ogni percorso e scelta fatta è stata volta alla costruzione di una bella carta vini, di cui andare fiera e nella quale potessi ritrovarmi, unita ad una ristorazione di qualità. Ho sempre cercato posti che mi potevano far crescere, persone per le quali provavo stima e che potevano arricchire questo percorso, che ha visto certamente tante rinunce e sacrifici, ma nel quale ho sempre creduto con tutta me stessa. Come quando ci s’innamora. Non è mai facile ma ne vale la pena.

La tua scelta quando si tratta di vino che filosofia segue?

L’argomento vino è sempre molto personale per me perché è un rapporto che sento di poter definire viscerale. Partendo dall’etimologia stessa della parola “personalità” che spesso usiamo (giustamente) nel parlare di vino, mi trovo a rapportarmi al vino nella misura con quale mi rapporto con le persone. Cerco di capire le loro esperienze di vita, da dove vengono e l’ambiente in cui sono cresciute, che tipo di educazione hanno ricevuto (mi riferisco un po’ al lavoro di cantina) prima di provare qualcosa o esprimere un giudizio. Insomma, è un fatto di piacevolezza e feeling, proprio come accade fra le persone.

Mi piacciono i vini di vignaioli, piccole e medie produzioni, vini che hanno un’anima. Amo i contadini, le loro mani, lo sguardo fiero e mi piace ritrovarli nel vino. Amo sentire che un vino si concede e che mi racconta un territorio, quei vini che lasciano benessere dopo averli bevuti. Bere non è mai uguale, ogni vino ti lascia un ricordo diverso e può tirare fuori il meglio di te e appagare la ricerca che stai facendo.

Nell’era digitale la tua carta vini è interamente scritta a mano. Questo gesto che significato ha per te?

È un sentire, un rapporto diverso e profondo con quello che si sta facendo, se vogliamo anche una comunicazione diversa del vino. Trovo che sia una forma di rispetto, di tempo dedicato e penso ci sia una maggiore connessione con l’universo, ed emoziona di più. Inoltre, è per me anche una specie di mantra. Quando scrivo la carta, mi distacco totalmente dal resto e trovo rifugio e pace interiore.

Nel periodo che stiamo vivendo la ristorazione ha subito una forte crisi. Cosa serve secondo te e cosa possono fare i singoli ristoratori per rendere il settore più solido?

In questo momento difficile per la ristorazione e per il mondo in generale, penso che quello che manca per rendere più solido questo settore sia l’identità e la consapevolezza. Ci sono molte realtà improvvisate e questo non aiuta. Trovo che alla base della costruzione di un’attività ristorativa ci debba essere una scelta di servizio basata sull’esperienza, conoscenza e verità, specie in un’epoca come questa dove siamo tutti meno disposti ad accontentarci. Andare al ristorante dovrebbe essere un’esperienza completa e di qualità e per raggiungere questo serve tutto, cibo, vino, servizio, attenzione, ambiente e soprattutto il protagonista deve essere sempre il cliente.

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