Elezioni in Myanmar, San Suu Kyi canta vittoria

Veronique Viriglio
·3 minuto per la lettura

AGI - In Myanmar è in corso lo spoglio delle legislative di domenica e ci vorranno diversi giorni prima dei risultati definitivi, ma il partito della popolare leader Aung San Suu Kyi grida già vittoria, affermando di aver conquistato l'80% dei seggi in palio. Molto criticata all'estero per la gestione della crisi dei musulmani Rohingya, valsa accuse di genocidio all'Aja, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) al potere si dice certa di aver ottenuto una "schiacciante vittoria", con la previsione annunciata dal suo portavoce Myo Nyunt di "aver ampiamente superato i 322 seggi necessari per formare il governo e di andare oltre il record del 2015, di 390 seggi vinti".

Ad aver votato in massa per la Lnd, in regioni quali Irrawaddy, Tenasserim, Bago, Magway, Madala e Yangon, sono i cittadini della maggioranza Bamar - il 60% della popolazione - che venerano San Suu Kyi come madre della nazione. Sull'esito del voto non si è ancora espresso il principale partito di opposizione, il Partito per l'Unione, la Solidarietà e lo Sviluppo (Usdp), legato a doppio filo ai militari. A riprova della forte popolarità dell'iconica leader Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, la forte affluenza alle urne dei 37 milioni di aventi diritto che hanno sfidato la pandemia per andare a votare, mentre il Paese è in lockdown. In molti hanno indossato la mascherina ma ci sono stati molti assembramenti e il distanziamento non è stato sempre rispettato nei seggi. Altri assembramenti si sono creati poi quando già nella notte centinaia di sostenitori della Lnd sono scesi in piazza per celebrare la sua vittoria, sfilando con la bandiera del partito di colore rosso e lo stemma del pavone dorato.

Il voto di domenica è stato pesantemente contestato da difensori dei diritti umani per l'esclusione di almeno 2 milioni di cittadini appartenenti alla minoranze etniche, tra cui buddisti Rakhine nello Stato omonimo, oltre a 600 mila Rohingya. Per motivi di sicurezza in almeno 51 circoscrizioni elettorali, abitate da circa 1,5 milioni di persone, per lo più di minoranze etniche, le legislative non si sono proprio svolte, tagliando fuori un numero cospicuo di aventi diritto. In merito a questa criticità, pur avendo valutato positivamente l'alta affluenza alle urne e lo svolgimento pacifico del voto, l'Unione europea ha chiesto alle autorità birmane "una piena inclusione di tutti i gruppi etnici, religiosi e minoritari che vivono nel Paese, inclusi i Rohingya".

Il ruolo dei militari

Se il risultato elettorale così eclatante venisse confermato, il partito di Suu Kyi potrebbe tentare di emanciparsi maggiormente dalle forze armate - che in Myanmar hanno governato per 50 anni - anche se la Costituzione vigente assegna automaticamente ai militari il 25% dei seggi nei due rami del Parlamento, militari che ancora oggi controllano tre ministeri chiave: Interni, Difesa e Frontiere. Le legislative di ieri sono le seconde elezioni generali organizzati nel Paese dal 2011, anno in cui è stata sciolta la giunta militare al potere per decenni.

In tutto saranno eletti 1.117 rappresentanti, divisi tra Camera bassa e Camera alta del Parlamento, che a loro volta eleggeranno il prossimo esecutivo. Dopo la proclamazione dei risultati definitivi i due rami del Parlamento si riuniranno in sessione congiunta che assegnerà la presidenza al candidato che ha ottenuto il maggior numero di consensi. Un incarico che non puo' andare a Suu Kyi poiché la leader birmana è stata sposata ad una cittadino straniero, ma per lei è stata appositamente creata la posizione di Consigliere di Stato della Birmania, che gli consente di dirigere de facto il Paese.

Priorità del suo secondo mandato è la lotta alla pandemia, che accelera la sua seconda ondata, con oltre 60 mila contagi e circa 1.500 decessi, ma anche la crisi economica e il processo di pace con le varie guerriglie in lotta con il governo centrale, in alcuni casi dall'indipendenza della Birmania nel 1948, tutt'ora attive per ottenere l'autonomia di alcune regioni più periferiche.