Embraco-Acc, un destino comune in ostaggio dei governi

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Embraco (Photo: Jessica PasqualonANSA)
Embraco (Photo: Jessica PasqualonANSA)

Riva di Chieri e Mel sono separati da 450 chilometri, ma il piccolo Comune della Città metropolitana di Torino e la frazione di un borgo del bellunese hanno una storia in comune che dura da quasi trent’anni. Qui, rispettivamente agli impianti dell’Embraco e dell’Acc, sono stati prodotti milioni di compressori per frigoriferi. Sono le scatolette nere che fanno da motore agli elettrodomestici e soprattutto sono molto ambite. Lo sanno bene i cinesi e i giapponesi che oggi hanno in mano il 55% di un mercato fatto di 20 milioni di pezzi. Una volta in Europa contavamo anche noi, ma sono tre anni e mezzo che dallo stabilimento dell’Embraco, nel frattempo diventata ex, non escono più le scatolette. E a quella che i lavoratori hanno battezzato la Repubblica operaia di Mel, la produzione si regge in piedi grazie ai clienti che pagano in anticipo, ma anche con i soldi dei tagli agli stipendi che servono per acquistare le materie prime.

Sono state anche due imprese in competizione tra di loro e però gli elementi in comune dominano una storia fatta di investitori rapaci, di gruppi asiatici che li hanno gestite e poi abbandonate, di tentativi di rilancio che non si sono materializzati, ancora di governi che hanno fallito nella ricerca di qualcuno capace di essere quantomeno rispettoso degli impegni presi. Come nell’estate del 2018, quando Ventures promise di portare a Riva di Chieri i robot pulitori per i pannelli fotovoltaici e invece impiegò i lavoratori a dipingere le pareti. Ora Embraco e Acc sono di nuovo protagoniste di una crisi che nel frattempo ha aggiornato il conto delle ore di cassa integrazione utilizzate e che non si è risolta non solo nel merito, cioè nell’individuazione di un investitore, ma neppure nel metodo. Il Conte 2, con la regia di Alessandra Todde, sottosegretaria al ministero dello Sviluppo economico in quota 5 stelle, aveva pensato di unire le sorti delle due imprese e fondare Italcomp, il polo italiano dei compressori per frigoriferi. Il progetto prevedeva di tenere insieme i 391 lavoratori dell’ex Embraco e i 315 dell’Acc, dislocati nei due stabilimenti per produrre a regime sei milioni di compressori all’anno: i motori prodotti a Riva di Chieri e assemblati poi nella fabbrica di Mel. La gestione in mano a Invitalia, la holding governativa per lo sviluppo, e solo in piccola parte a un privato, da individuare.

Ma con il governo Draghi l’impostazione è stata ribaltata. E si arriva così alle parole che il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha affidato oggi a un comunicato stampa: “Purtroppo, pur consapevoli della situazione delicata e difficile, non ci sono le condizioni essenziali, cioè proposte di investitori privati per proseguire con esito positivo su questa strada”. Il progetto di Italcomp, su cui il ministro leghista non è stato mai d’accordo, arriva definitivamente al capolinea. A Giorgetti va riconosciuto di aver lanciato un’operazione verità e di rispetto nei confronti dei lavoratori dell’ex Embraco che erano rimasti appesi al disegno del grande polo. La vicenda qui si fa politica ed è una parentesi obbligata perché la storia delle due imprese gemelle è anche una storia di come la politica ha voluto e vuole affrontare un pezzo importante delle grandi crisi industriali del Paese.

Giorgetti, che guida il ministero, è fautore della replica del metodo Corneliani, la storica azienda di Mantova salvata con un investimento di 17 milioni e una newco che ha dentro investitori stranieri e una partecipazione di Invitalia. Lo schema è quello dei privati che sono maggioranza e dello Stato che è in minoranza, quest’ultimo di fatto una presenza che deve agevolare l’ingresso dei nuovi investitori. L’idea di base è che alcune crisi datate e di fatto legate ad aziende decotte, come l’ex Embraco, non possono andare avanti con il modello che piace ai 5 stelle e cioè con la proroga della cassa integrazione per avere più tempo a disposizione per individuare una soluzione, ma soprattutto il pubblico a fare da traino al privato. Il modello Italcomp del Conte 2 era esattamente questo, con Invitalia al 70% e i privati in minoranza.

Le parole di Giorgetti indicano quantomeno una direzione certa e già questo è tanto se si considera appunto che gli ultimi due anni sono scivolati via senza arrivare a tirare su una soluzione. Certo questa impostazione, che è molto vicina alle idee di Mario Draghi, deve comunque contemplare l’aspetto legato alla tutela dei lavoratori. Ma la differenza con i grillini sta anche qui: a un certo punto va staccata la spina alla stagione degli ammortizzatori che non si risolve in una reindustrializzazione. Come a Termini Imerese, dove gli operai sono in cassa integrazione da dieci anni. La seconda gamba di questo ragionamento passa da una riconversione che va costruita con la formazione dal punto di vista dei lavoratori e con la creazione di nuove linee produttive capaci di subentrare a quelle che non funzionano più. Anche contemplando la chiusura di alcuni stabilimenti.

Sull’altro versante ci sono le ragioni dei pentastellati, molto vicine a quelle dei sindacati che vedono nella cassa integrazione l’unica rete di salvataggio possibile oggi a fronte di investitori che non si riescono a trovare. I 5 stelle sono intenzionati ad andare avanti su questa strada. La viceministra Todde ha scritto al curatore fallimentare dell’ex Embraco per informarlo dell’avvio di un’attività di scouting attraverso Invitalia volta a individuare investitori italiani ed esteri interessati alla reindustrializzazione di Riva di Chieri. E spinge per allungare la cassa integrazione straordinaria di altri sei mesi, fino a dicembre. Gli ammortizzatori scadono il 22 luglio e i lavoratori hanno ricevuto già le lettere di licenziamento: se la cassa non sarà prorogata scatteranno gli esuberi. Ma, ritornando alla diversità di vedute, sul fronte opposto alcune fonti sottolineano che portare la cassa integrazione fino a fine anno non risolve i problemi, ma significa solamente prendere in giro i lavoratori. Il tutto è condito da spifferi e sgambetti, con Giorgetti indicato come il grande freno al progetto di Italcomp per ragioni che nulla c’entrano con l’industria. Dice una fonte grillina di primo livello: “La Lega ha bloccato Italcomp perché il progetto del polo unico danneggerebbe l’Austria di Kurz, a cui i leghisti sono molto legati”.

Ma al di là dei veleni politici, la linea indicata da Giorgetti fissa un nuovo orizzonte per le due imprese. E forse è utile ricordare alcuni passaggi della storia comune per capire come è stato possibile arrivare alla crisi attuale. Il passaggio di rottura è la cessione da parte dei gruppi asiatici che avevano preso il controllo delle produzioni. A Belluno i fasti degli anni ’60, quando la Zanussi diede vita a uno dei progetti più imponenti del progetto industriale del post Vajont, si sono trasformati in incubi nel 2013: un buco di quasi 400 milioni mandò lo stabilimento, passato intanto di mano ad altri gruppi, in fallimento. Arrivò il commissario, poi la gara vinta dai cinesi del gruppo Wanbao. Sembrava l’inizio della rinascita, ma è stato il contrario. Nei primi tre anni i cinesi non hanno fatto investimenti, hanno invece tagliato la produzione e abbassato i prezzi. Quando a settembre del 2018 l’azienda perdeva un milione al mese, la colpa ricadde sul costo del lavoro troppo alto. Furono licenziati in 90, altri 50 uscirono con degli accordi. A dicembre 2019, grazie alla legge Prodi-bis, arrivò un altro commissariamento. Il commissario era sempre lo stesso, Maurizio Castro. Amato dai sindacati e dai lavoratori, l’esatto contrario del commissario liquidatore che appena arriva taglia gli stipendi. I tagli sono arrivati recentemente, quando sono iniziati a mancare i soldi per acquistare le materie prime, ma lo stesso commissario ha anche riassunto 50 dei 90 licenziati dai cinesi. E così l’Acc è diventata una fabbrica di fatto autogestita, commissariata e però più che attiva. Nei primi sei mesi dell’anno sono stati prodotti 918mila compressori: se ne potrebbero fare molti di più, ma l’eredità di cinque anni in mano ai cinesi, che non hanno investito, si sente tutta. La cassa integrazione Covid da marzo, poi quella straordinaria, ancora i tagli del 15% degli stipendi con gli operai che lavorano 10-15 giorni a 4-5 euro netti all’ora.

Eppure le vendite sono aumentate del 28%, il fatturato è cresciuto del 31%: sono numeri che dicono che l’azienda ha un mercato, ma è debole per reggere ritmi superiori. Intanto il commissario ha avviato un’altra gara e si aspetta di capire se c’è qualcuno interessato a comprare lo stabilimento. Ci si sono messi in mezzo anche il rame e le altre materie prime che costano sempre di più, ci si affida ai clienti che pagano prima, ma non basta. Michele Ferraro, segretario della Uilm di Belluno, spiega quello che serve: “Con il decreto Sostegni bis, lo Stato ha stanziato dei soldi per le aziende in crisi. Se ci arrivano i 15 milioni promessi possiamo arrivare in serenità all’esito della gara: se vendo una casa ristrutturata è un conto, può avere appeal, se invece la casa non è granché è molto più difficile”. All’ex Acc si aspetta, sperando ogni giorno che non si rompa quella che gli operai chiamano la caldaia, un super motore che fa funzionare le macchine dello stabilimento. E con il commissario che ha promesso di rimpinguare gli stipendi appena arriveranno i fondi pubblici.

Aspettano, a casa, anche i lavoratori dell’ex Embraco. Quando nel 2018 Whirlpool, allora proprietaria dello stabilimento, cedette un ramo di azienda alla giapponese Nidec, l’Embraco restò fuori. Tra l’altro la divisione internazionale della stessa Embraco guardava altrove, alla Slovacchia, e da lì si sono aperti anni in cui l’unica parentesi è stata la reindustrializzazione fantasma di Ventures. Non uscì un solo compressore dalla fabbrica e il tutto finì con un’inchiesta per bancarotta distrattiva. Di fatto la produzione si è fermata al gennaio del 2018. Tre anni e mezzo senza un investitore e in cassa integrazione. Stefano Bona, segretario generale della Fiom-Cgil di Belluno, chiede risposte certe al Governo: “Dopo aver affossato definitivamente il progetto di Italcomp, ora bisogna aiutare l’azienda con finanziamenti in grado di renderla acquistabile, non può essere abbandonata a sé stessa”. Lo stesso fa Ugo Bolognesi della Fiom di Torino: “Siamo al quarto anno di crisi, sono passati quattro governi, un progetto di reindustrializzazione finito in fallimento per bancarotta. Adesso si deve ridare a queste persone la dignità del lavoro. Giorgetti dica quale è il progetto per evitare i licenziamenti, è suo dovere. È ora di politiche industriali negli interessi del Paese, anche se non piacciono alle multinazionali”. Riva di Chieri e Mel, lontane eppure ancora vicine.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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