"Endemico non vuol dire meno pericoloso. Ma i virus si estinguono gradualmente"

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(Photo: Giorgio Cosmacini)
(Photo: Giorgio Cosmacini)

“Una malattia si considera endemica quando l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo”. La definizione si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, che fornisce spiegazione a un termine che in questi giorni sta circolando sulla bocca di politici e medici, nella continua discussione sull’evoluzione del Covid. Lo ha pronunciato il primo ministro spagnolo Sanchez, nel suggerire una nuova strategia da seguire per trattare il virus, assimilabile al trattamento riservato a un’influenza e non più a una pandemia, dal greco pan-demos, “tutto il popolo”: un’epidemia che si espande rapidamente diffondendosi in più aree geografiche del mondo.

Sbagliato però è pensare che la parola endemia significhi “meno pericoloso”. “Il vaiolo era endemico, la poliomielite è endemica e la malaria è endemica. Endemico non vuol dire che il virus ha perso letalità”, ha affermato Stephen Griffin, professore associato di virologia all’Università di Leeds, in un’intervista al Guardian, “L’idea che raggiungeremo l’endemicità presto sembra contraria al fatto che abbiamo appena avuto diverse settimane di crescita esponenziale massiccia e esplosiva e, prima ancora, stavamo assistendo a una crescita esponenziale di Delta”. Mostra scetticismo anche il professor Giorgio Cosmacini, medico, filosofo, saggista, accademico e illustre storico della Medicina: “Non è giusto parlare di endemizzazione per dire che una pandemia ha attenuato la sua morbosità. Il termine si presta a fraintendimenti. Preferirei parlare di una pandemia con una stessa contagiosità, ma con una minore letalità. Endemica è una malattia circoscritta”.

Approfittiamo della memoria storica del professore per fare un passo indietro nel tempo, cercando nel passato un ritorno di quel che stiamo vivendo in questi giorni. “Il vaiolo non esiste più grazie ai vaccini, ma anche grazie a un’immunità naturale”, dice Cosmacini, “col tempo gli organismi elaborano anticorpi che reagiscono agli antigeni del virus. Presumo che anche questo virus - grazie all’immunità artificiale dei vaccini e a quella naturale - andrà gradualmente estinguendosi”. Gli anticorpi riducono la probabilità di scatenare malattie gravi, ma è vero anche, per quanto meno probabile, che il virus potrebbe evolversi nuovamente.

Parlando di obbligo vaccinale, Cosmacini pensa al 1861 quando l’Italia venne unificata e il paese aveva una sanità pubblica che registrava forti disuguaglianze: “25 anni dopo un medico, deputato parlamentare, Agostino Bertani, ha ricevuto dall’allora premier De Pretis il compito di redigere un codice per la pubblica igiene, che ancora mancava in Italia. Scriveva all’articolo 1 del codice: ‘La salute del popolo non deve essere raccomandata, ma obbligata’. Un primo esempio scritto di obbligo sanitario”.

Dal dopoguerra a oggi sembrava che con l’arrivo della penicillina e degli antibiotici potessimo debellare tutte le malattie infettive, ricorda il professore: “Volgevamo il nostro sguardo fiducioso alla cura delle malattie metaboliche, cardiovascolari, che erano in progressivo aumento. Ma le malattie infettive non erano scomparse. Nella mia lunga esperienza da medico ho sperimentato l’Asiatica del 1958, l’influenza cinese del ’68, la Sars del 2002, l’influenza aviaria del 2004. Eravamo preparati o avevamo elaborato un modello sanitario di controllo delle malattie che colpevolmente non ha considerato la lotta darwiniana tra microviventi e macroviventi? C’è stato qualcosa che la storia avrebbe dovuto insegnarci. Da storico lo scrivevo già nel 1980 in un articolo per il Corriere della sera, ma non voglio vantare alcuna preveggenza”.

Era scritto insomma che un’altra pandemia avrebbe ribaltato il mondo e il mondo doveva attrezzarsi per tempo per combatterla. D’altra parte il Covid non è il peggio che sia capitato all’umanità: “La peste del ’300 ha sterminato un terzo della popolazione europea in tre anni. Ogni secolo ha avuto la sua epidemia: peste, vaiolo, colera, tubercolosi e così via. Abbiamo sempre convissuto con queste malattia. Dell’Aids si diceva che avrebbe fatto sfraceli, adesso invece anche se nei paesi del terzo mondo prospera, da noi è diventata molto meno aggressiva. Questo vuol dire che sappiamo difenderci: un po’ grazie alla natura, un po’ grazie alla scienza”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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