Eni-Nigeria e Ruby Ter, doppia sconfitta per la procura di Milano

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- (Photo: Ansa)
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Assoluzione definitiva per il primo filone di Eni-Nigeria e mezzo processo Ruby ter in bilico, perché le ragazze sentite come testimoni avrebbero dovuto essere indagate, già nel lontano 2012. E, quindi, ricevere garanzie che non hanno avuto.

È una doppia sconfitta quella che arriva, nel giro di pochi giorni, sulle spalle della procura di Milano. E pesa tanto, perché arriva proprio nei due procedimenti che sono stati quasi un cavallo di battaglia per gli uffici requirenti del capoluogo lombardo. Nel primo caso parliamo del processo fatto con rito abbreviato nei confronti di Emeka Obi e Gianluca di Nardo, i mediatori che erano stati condannati in primo grado per corruzione internazionale a quattro anni, ma assolti con formula piena in appello, su richiesta della procura generale, che in secondo grado rappresenta l’accusa. Sul fascicolo viene messa una pietra tombale, perché la pg Francesca Nanni non ha fatto ricorso in Cassazione, respingendo la richiesta del governo nigeriano, e ha ribadito quello che in sostanza aveva già detto il giudice: il fatto non sussiste. Non ci sono elementi per ritenere sussistente la corruzione. È l’ennesima picconata al filone Eni Nigeria, che già aveva ricevuto una battuta d’arresto a marzo, con l’assoluzione in primo grado di Descalzi e Scaroni.

Il verdetto di marzo non era stato preso benissimo dalla procura di Milano. Le cronache locali segnalavano uno scontro in chat tra i pm, con tanto di frasi come “Francesco, non ci prendere in giro”, rivolte al capo, Francesco Greco. Fosse stata un’assoluzione come le altre, in pochi giorni la polemica si sarebbe smorzata. Però poi sono arrivate le motivazioni della sentenza. E di lì a poco gli inquirenti sono diventati indagati. Secondo il giudice di primo grado, infatti, il Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno omesso delle prove su Vincenzo Armanna, che avrebbero potuto scagionare gli imputati. Il grande accusatore, infatti, secondo questi elementi che l’accusa non portò in dibattimento, avrebbe parlato solo per screditare Descalzi e Scaroni. De Pasquale ha ammesso durante il processo di essere a conoscenza di questo materiale - una registrazione - ma di non averlo portato in giudizio perché lo riteneva irrilevante. Un comportamento che ha fatto scattare per lui e per Spadaro un’inchiesta per rifiuto di atti d’ufficio, davanti alla procura di Brescia. Quest’ultima vicenda non si è ancora conclusa. La sentenza di primo grado, invece, è stata impugnata. Per capire se l’appello confermerà l’assoluzione ci vorrà ancora del tempo. Probabilmente meno tempo, invece, passerà prima che arrivi a conclusione un altro processo. Il Ruby ter, che però ieri è stato smontato a metà.

Nel procedimento che vede indagato Silvio Berlusconi e 28 persone - tra queste le ragazze che partecipavano alle cene di Arcore e venivano chiamate Olgettine ai tempi in cui di questa vicenda erano piene le prime pagine dei giornali - per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza non potranno essere utilizzate le dichiarazioni che alcune di queste ragazze avevano fatto nei primi due filoni di questa lunga vicenda: il Ruby uno e il Ruby bis.

Il motivo è molto semplice, e lo ha spiegato il giudice nell’udienza di ieri: quelle ragazze non dovevano essere ascoltate come testimoni, ma avrebbero dovuto già essere indagate. Non ieri o pochi giorni fa, ma già dalla primavera del 2012. “Tutte le deposizioni dei Ruby 1 e 2 sono affette da un vizio patologico e non possono essere usate in questo processo”, ha dichiarato Federico Cecconi, avvocato di Berlusconi.

La questione sembra tecnica, ma è di sostanza: se le ragazze fossero state indagate, infatti, avrebbero dovuto essere assistite da un avvocato. E avrebbero potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Quando l’accusa era sostenuta da Ilda Boccassini, insomma - è il senso dell’ordinanza del giudice di Milano - fu fatto un errore. Perché, si legge nelle carte, la Procura “aveva elementi indizianti le elargizioni di Berlusconi in favore delle ragazze” indicate come testimoni, mentre in realtà erano già “sottoposte ad indagini”. Gli elementi per sospettare che avessero accettato denaro o regali in cambio di una falsa testimonianza - e quindi per far diventare indagate anche le ragazze, che avevano accettato lo scambio - c’erano tutti, sostiene il giudice. E quindi la loro posizione avrebbe dovuto essere valutata già da allora diversamente.

Che conseguenze avrà l’inutilizzabilità di quegli atti? Intanto sono prossime a crollare le accuse di falsa testimonianza - perché le ragazze non avrebbero dovuto essere testimoni - che comunque erano prossime alla prescrizione. Resta in piedi la corruzione in atti giudiziari. Indubbiamente, però, per i pm Tiziana Siciliano e Luca Gagli, senza una parte degli atti, il lavoro sarà molto più difficile.

In pochi giorni, per due volte, il lavoro della procura di Milano viene messo seriamente in discussione - o considerato scorretto, per essere più precisi - da un’altra toga. A poche settimane dal pensionamento di Francesco Greco, che aprirà le danze di una successione che già si annuncia complicata, l’ennesima tegola, che certamente lascerà il segno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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