Eni-Shell Nigeria, assolti AD Descalzi e tutti gli imputati perché "fatto non sussiste"

di Emilio Parodi
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Logo di Eni presso una stazione di servizio a Roma

di Emilio Parodi

MILANO (Reuters) - Il Tribunale di Milano ha assolto tutti gli imputati al termine del processo di primo grado sulle presunte tangenti Eni e Shell in Nigeria.

Sono stati quindi assolti, tra gli altri, "perché il fatto non sussiste" l'AD di Eni Claudio Descalzi, l'ex AD Paolo Scaroni e le due società coinvolte.

La sentenza è stata letta dal presidente del collegio giudicante Marco Tremolada dopo circa sei ore di camera di consiglio, 74 udienze, a oltre tre anni dall'inizio del processo, il 5 marzo 2018.

"Dopo decine di udienze e migliaia di documenti abbiamo finalmente una sentenza che restituisce a Descalzi la sua reputazione professionale e all'Eni il suo ruolo di azienda leader dell'energia e orgoglio del nostro paese", ha commentato l'avvocato Paola Severino, legale dell'AD di Eni ed ex ministro della Giustizia.

In una nota, la major petrolifera esprime soddisfazione dicendo che la sentenza stabilisce che "l'Amministratore Delegato, Claudio Descalzi e il management coinvolto nel procedimento hanno mantenuto una condotta assolutamente lecita e corretta".

Di segno opposto le parole del governo della Nigeria che attraverso un suo portavoce si dice "deluso dalla sentenza", ringrazia la procura di Milano e dice che attenderà le motivazioni della sentenza per valutare il da farsi.

"Continueremo a ritenere responsabili le persone coinvolte nella frode Opl-245", ha concluso.

Ben van Beurden, AD di Shell, ha accolto con favore la "decisione del Tribunale di Milano. Abbiamo sempre detto che il settlement del 2011 era legale".

Al centro del processo c'è la concessione da parte della Nigeria ai due gruppi petroliferi dello sfruttamento del giacimento offshore, per il quale la procura di Milano sostiene siano stati pagati 1,092 miliardi di dollari di tangenti su 1,3 miliardi di dollari versati su un conto del governo di Abuja.

I fatti contestati vanno da fine 2009 a maggio 2014.

Gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell'acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo e che il successivo trasferimento di oltre un miliardo su altri conti, in particolare su quelli riferibili alla società Malabu dell'ex ministro del Petrolio Dan Etete, era al di fuori della sfera d'influenza delle società acquirenti.

La procura nel luglio scorso aveva chiesto la condanna dei due gruppi petroliferi e di tutti gli imputati.

Il governo nigeriano, parte civile nel processo, aveva chiesto un risarcimento danni da quantificare in sede civile e una provvisionale immediatamente esecutiva di 1,092 miliardi di dollari.

I legali di tutti gli imputati avevano chiesto l'assoluzione.

(in redazione a Milano, Gianluca Semeraro, Francesca Piscioneri)