Eni-Shell Nigeria, giudici: no prove tangenti, accusa non depositò video favorevole imputati

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Logo di Eni presso una stazione di servizio a Roma

di Emilio Parodi

MILANO (Reuters) - Per i giudici del processo sulle presunte tangenti Eni e Shell in Nigeria, mancano "prove certe" dell'accordo corruttivo, non c'è prova neppure di una qualche consapevolezza dell'AD di Eni Claudio Descalzi, e manca anche la prova delle mazzette ai politici nigeriani.

E' quanto si legge nelle 482 pagine di motivazione scritte dai giudici del Tribunale di Milano Marco Tremolada, Mauro Gallina e Alberto Carboni e depositate oggi. Con la sentenza del 17 marzo scorso hanno assolto tutti gli imputati, 13 persone più le società Eni e Shell, "perché il fatto non sussiste" dall'accusa di aver pagato oltre un miliardo di dollari di tangenti per la concessione della Nigeria ai due gruppi petroliferi del giacimento off-shore Opl-245.

La procura di Milano sosteneva che per lo sfruttamento di quel campo precisamente fossero stati pagati 1,092 miliardi di dollari di mazzette su 1,3 miliardi di dollari versati su un conto del governo di Abuja. I fatti contestati andavano dal 2009 fino al 2014. La procura a luglio 2019 aveva chiesto la condanna di tutti.

Gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell'acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo e che il successivo trasferimento di oltre un miliardo su altri conti, in particolare su quelli riferibili alla società Malabu dell'ex ministro del Petrolio Dan Etete, era al di fuori della sfera d'influenza delle società acquirenti.

"RICOSTRUZIONI IPOTETICHE"

"All'esito dell'istruttoria non è stato possibile ricostruire con certezza tutti i fatti oggetto dell'imputazione nonostante l'acquisizione di migliaia di documenti e l'esame incrociato di decine di testimoni e consulenti di parte - scrivono i giudici nelle loro motivazioni - Alcuni profili della vicenda restano in parte oscuri e possono essere oggetto di ricostruzioni probabilistiche e ipotetiche".

Per quanto riguarda il numero uno di Eni "dalla lettura delle condotte specifiche manca il riferimento, anche solo nella forma attenuata della consapevolezza, alla condotta tipica della partecipazione agli accordi corruttivi che avrebbero determinato i pubblici ufficiali".

I giudici poi, dopo essersi detti d'accordo con la procura che il "denaro non tracciabile, movimentato" sia "una prova indiziaria del carattere genericamente illecito dei pagamenti derivati dai proventi" del blocco petrolifero, concludono però che "non è invece condivisibile l'assunto conclusivo che gran parte di tale somma in contanti, se non tutta, sia finita nella disponibilità dei pubblici ufficiali nigeriani che hanno reso possibile gli accordi illeciti".

"DA ARMANNA VOLONTA' RICATTO A VERTICI ENI"

Le motivazioni dedicano un ampio capitolo alla posizione di Vincenzo Armanna, ex manager Eni imputato ma anche grande accusatore nel processo, oltre che l'unico imputato a sostenere un interrogatorio in aula insieme a Ednan Agaev, uno dei mediatori della transazione.

Armanna in fase di indagini preliminari aveva parzialmente ritrattato le sue accuse per poi riproporle invece in dibattimento, sostenendo di essere stato oggetto di pressioni da parte di funzionari Eni per il precedente cambio di versione.

"Il comportamento ondivago di Vincenzo Armanna durante le indagini non integra un indizio a carico di Descalzi, o per lo meno un indizio grave e univoco".

"PM NON DEPOSITARONO VIDEO FAVOREVOLE A IMPUTATI"

I giudici scrivono poi che i pubblici ministeri avrebbero omesso di depositare agli atti del processo un video girato dall'ex avvocato esterno di Eni Piero Amara (al centro dell'inchiesta sul presunto depistaggio di Eni sulle inchieste milanesi, ancora in corso in indagini preliminari, arrestato qualche giorno fa dalla procura di Potenza per un'indagine sull'ex Ilva) nel quale si renderebbe esplicito il ruolo di Armanna come intenzionato a "gettare un alone di illiceità sulla gestione da parte di Eni dell'acquisizione della concessione di prospezione petrolifera, in modo da ottenere - attraverso l'intervento di Amara - l'allontanamento dalla Nigeria di coloro che avevano partecipato al negozio".

Nel video, depositato dai difensori dell'imputato ed ex dirigente Eni Roberto Casula, Armanna ventilava la necessità di rimuovere alcuni dirigenti Eni in Nigeria per poter poi fare affari ai danni della società italiana. Secondo i tre giudici, è emersa "la volontà di Armanna di ricattare i vertici Eni".

Non è stato possibile al momento ottenere un commento dalla procura. Una fonte a diretta conoscenza del dossier ha detto a Reuters che "il video non era parte di questo procedimento".

ETETE NON ANDAVA PROCESSATO IN ITALIA

Per quel che riguarda poi Shell e uno dei quattro imputati del gruppo, Michael Brinded, i giudici scrivono che non c'è prova che fosse a conoscenza "della necessità di pagare tangenti" emersa, secondo l'accusa, da una serie di incontri con il presidente della Nigeria del 2007, di cui si trova traccia in una lettera. Per i giudici l'espressione "spese per 500 milioni" non contiene "alcun riferimento specifico" alla necessità di dover corrompere i pubblici ufficiali.

Infine, secondo i giudici, l'ex ministro nigeriano del Petrolio Dan Etete, che dietro la società Malabu cedette i diritti di Opl-245, non avrebbe dovuto entrare in questo processo per un "difetto di giurisdizione" essendo gli elementi emersi "relativi a fatti commessi in Nigeria, che esorbitano dalla giurisdizione di questo o altro tribunale italiano".

Ora, dopo il depositio delle motivazioni della sentenza, la procura di Milano e il governo della Nigeria, parte civile nel processo, hanno 90 giorni di tempo per presentare ricorso in appello.

(Emilio Parodi, in redazione a Roma Giselda Vagnoni, mailto:emilio.parodi@thomsonreuters.com; +39 02 66129523)