Epatite C, la campagna C come Curabile contro la disinformazione

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Roma, 8 ott. (askanews) – Epatite C, una grande sconosciuta. A sette anni dall’introduzione degli antivirali ad azione diretta circa 1 italiano su 2 non sa che la malattia si può curare e non conosce l’esistenza del test HCV per diagnosticarla.

Come emerge da un’indagine Doxa Pharma – Gilead Sciences, il 64% degli italiani over 30 sa poco o nulla della patologia mentre, del 36% che si definisce conoscitore delle Epatite C, solo il 4% afferma di sapere bene di cosa si tratti. Un vuoto conoscitivo che potrebbe esporre le persone a occasioni di contagio: il 63% degli intervistati non è in grado di definire spontaneamente i comportamenti a rischio, il 64% non conosce quelle patologie correlate all’epatite C (comorbidità) che possono essere considerate campanelli di allarme della malattia.

Anche il test per individuare la presenza del virus HCV non risulta particolarmente diffuso: il 73% degli italiani over 30 non lo ha mai fatto, e tra questi si riscontrano soprattutto gli over 60enni che invece rappresentano una delle fasce di popolazione maggiormente a rischio di epatite C. Il 27% degli italiani che si è invece sottoposto al test lo ha fatto principalmente per esami di routine sul lavoro (8% sul totale campione) o per altri accertamenti e controlli (15% sul totale campione). Infine, quasi la metà del campione (47%) non sa se la patologia si possa curare o meno, e il 9% pensa che sia impossibile da curare.

La campagna C come Curabile, promossa da Gilead Sciences con il patrocinio di associazioni pazienti, società scientifiche e enti operanti nell’area delle malattie infettive, lanciata nel 2020, punta nuovamente i riflettori sull’epatite C per sensibilizzare la popolazione, diffondere una corretta informazione sulla malattia, sui fattori di rischio, sul test per diagnosticarla e far sapere che oggi è una patologia da cui si può guarire. Come spiega la professoressa Alessandra Mangia, responsabile dell’Unità di Epatologia presso l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo (FG).

“L’inchiesta Doxa effettuata da Gilead ha messo in luce che in questo momento in Italia c’è poca consapevolezza dell’infezione e dei rischi che portano all’infezione da HCV. Soprattutto prima degli anni Novanta, quando il virus non era stato isolato né era possibile diagnosticare l’infezione, molte persone sono state esposte a fattori di rischio considerati di importanza non preminente; mentre ricordiamo di essere stati sottoposti a interventi chirurgici, non tutti ricordano di essere stati esposti a cure della persona (manicure o pedicure) in ambienti non controllati, non tutti ricordano se hanno fatto tatuaggi in ambienti a rischio, non tutti ricordano se hanno condiviso utensili per la cura della persona in famiglia o con estranei che li hanno potuti esporre a rischio di contagiarsi attraverso tracce di sangue da chi li ha usati precedentemente”.

La Casa Sollievo della Sofferenza ha effettuato uno screening per prevenzione e maggiore informazione: “Dal 2020 al 2021, tutte le persone che in epoca di pandemia, sono state ammesse per la prima volta a ricovero in ospedale sono state screenate, se superiori ai 30 anni, e abbiamo trovato che la prevalenza è dell’1%, ma soprattutto che l’81% delle persone con infezione attiva ha età superiore a 55 anni. Inoltre il 40% di queste persone, che pur frequentano l’ospedale, sono assolutamente inconsapevoli di avere l’infezione. Abbiamo dunque toccato con mano il livello di mancata consapevolezza di questa fascia di età, soprattutto per gli over 55”.

L’epatite C è una malattia silente, che si manifesta quando è troppo tardi ma ci sono alcune condizioni ad essa correlate che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme. “Questa malattia, fino a che non compare la cirrosi o il danno avanzato, non dà segno di sè, per cui non si può scovare se non cercandola in alcune categorie tra i pazienti che possono avere comorbidità che in genere si associano alle infezioni da Epatite C. Penso al diabete che è largamente diffuso e che in associazione con l’Epatite C può sia esplodere sia portare a una fase pre-diabete che deve fare scattare un campanello d’allarme. Diventa necessario che sia il paziente stesso, soprattutto nella fascia di età in cui si è chiarito che esiste un rischio maggiore, a chiedere al suo medico di base o in occasione di screening, di essere sottoposto alla valutazione dell’antiHCV. Si potrebbe pensare a uno screening come avviene per il cancro del colon”.

Da qui l’allarme lanciato per una maggiore consapevolezza su come prevenire l’infezione: “Dobbiamo cercare di sensibilizzare i pazienti stessi perché siano loro a chiedere il test. Inoltre, vorrei che venisse applicata in Italia (all’estero già se ne parla) e lo abbiamo visto applicata con il Covid: sarebbe utile che anche per epatite C, utilizzando i test salivari, che il paziente da solo si sottoponesse allo screening dell’anti Hcv e una volta positivo chiedesse al suo specialista di effettuare il test di secondo livello per provare l’esistenza del virus attivo e la necessità di trattamento e di percorsi adeguati. Sappiamo che la risposta al trattamento è di oltre il 95% delle persone e quindi diventa inconcepibile che la gente non si faccia curare in quest’epoca”.

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