Eppur si muove. Il cambio di passo del Pd su Mes e sul proporzionale

Pd/FI (Photo: ANSA foto)

Eppur si muove, dopo mesi di lockdown politico senza iniziative. “Non so se ve ne siete accorti – dice Nicola Zingaretti ai suoi - ma è chiaro che non esiste più il centrodestra, guardate le posizioni sul Mes”. Guai a parlare di nuovo Nazareno. Ma la novità è proprio il vecchio Silvio, in versione dialogante, anzi testardamente dialogante, anche dopo la conferenza stampa in cui il premier non lo ha neanche nominato: “Deludente questo Conte – ha detto ai suoi – ma la nostra linea non cambia”.

Ecco l’oggetto vero del dialogo. Al netto anche degli acciacchi nei consensi e della effettiva rappresentanza di Forza Italia nella società Italia, la parola magica per comprendere il tutto, alla luce dei numeri in Parlamento, ha un sapore antico: “Proporzionale”. Anzi, come si diceva una volta: “la proporzionale”, legge che consente, quando si voterà di rompere la gabbia di coalizioni coatte, andare ognuno per conto suo. E poi il Governo si fa in Parlamento. Bastava assistere a un siparietto andato in scena in Transatlantico qualche giorno fa. In un angolo, parlavano fitto fitto Franceschini, Delrio e Fiano, relatore della legge in commissione. Oggetto: accelerare, approvando il testo in commissione entro l’estate. È passato il vulcanico Renato Brunetta che, interpellato, così ha risposto: “A me il maggioritario fa venire l’orticaria, proporzionale tutta la vita”.

A parlar di questi temi, di questi tempi, si rischia di passare per matti. Per questo l’operazione deve procedere senza troppa pubblicità. Però il cronista, a rischio di apparire matto, ha il dovere di spiegare il senso politico della cosa, sia pur rapidamente. Il voto di Forza Italia consente di superare la contrarietà di Renzi, che ha ricambiato idea, una volta resosi conto che il 5 per cento non lo supererà mai. E agli azzurri conviene assai questa legge perché consente, quando sarà, di giocare su due tavoli (o su due forni, se preferite): quello di un Governo di centrodestra, facendo pesare i voti in Parlamento, o le larghe intese.

Al fondo di questa accelerazione c’è un problema, che ai piani alti del Nazareno è squadernato: “Così il Governo non va, troppe incertezze, occorre cambiare passo. Per cambiare passo abbiamo bisogno di una legge elettorale, per toglierci il cappio dal collo”. Il “cappio” è questa situazione di sostegno acritico del Governo, in un situazione in cui, se si va al voto con la legge vigente, la destra prende, queste le simulazioni, il 94 per cento dei collegi. Raccontano che, nel corso di una riunione prima delle riaperture, Vincenzo De Luca è sbottato: “Ma come è possibile che stiamo al Governo e non riusciamo a decidere neanche sulle riaperture. A questo punto andiamocene all’opposizione”. Pare che abbia ricevuto una specie di “ola” calcistica.

Riaperture, confusione delle task force, assenza di idee sulla ricostruzione, anche l’operato di Gualtieri, al Nazareno, suscita qualche critica perché “accentra troppo”: questo non significa che il Pd vuole andare al voto, ma che sente l’urgenza di recuperare “agibilità” politica nel governo. C’è tutto questo dietro il cambio di passo di Zingaretti negli ultimi giorni, proprio nel momento in cui si è innescato il dialogo con Berlusconi sulla legge elettorale. O nelle parole del vicesegretario Andrea Orlando sul reddito di cittadinanza che “non funziona”. O nell’atteggiamento di Franceschini, che nel corso del vertice serale,critica l’improvvisazione nella convocazione degli Stati generali e ne ottiene il rinvio di qualche giorno. Cambio di passo di cui fa parte il pressing sul Mes, rivelatore di una certa insofferenza verso l’attendismo di Conte.

In una lettera al Sole24ore il segretario del Pd l’ha definito “fondamentale” e ha concluso: “Si parla tanto di piani di rinascita. Eccone uno concreto, rapido e utile”. Parole dietro le quali non è malizioso leggere che il “piano di rinascita” proposto dal premier appare poco concreto, lento e, dunque, alla lunga inutile. Le ragioni di tanto attendismo, ora che non ci sono più condizionalità sul Mes, sono squisitamente politiche e hanno a che fare con la battaglia aperta dentro i Cinque stelle, portata alla luce del sole da Alessandro Di Battista. Alla fine è chiaro che Conte dirà sì, dopo che saranno definiti i contorni del Recovery fund, perché è inspiegabile agli italiani rinunciare a 37 miliardi sulla sanità, non essendoci condizioni: “Sulla base di un rapporto solido con i Cinque Stelle – ragiona a voce alta Zingaretti - stiamo isolando i matti, da un lato e dall’altro, quelli che parlando di un feticcio ideologico che non c’è più”. Certo, se ci fosse pure la proporzionale…

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