Equazione 2070. L'India ha fame di lavoro, la svolta green deve attendere

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(Photo: Chris Jackson via Getty Images)
(Photo: Chris Jackson via Getty Images)

Da giorni il profilo Twitter del premier indiano è un susseguirsi di foto e video che lo ritraggono stringere mani, dare abbracci, posare al fianco degli altri leader mondiali. Se al termine della maratona G20-Cop26 si dovesse assegnare un premio all’estetica del multilateralismo, Narendra Modi sarebbe probabilmente il vincitore, tanto più se si considerano l’assenza fisica e il silenzio dell’altro grande leader asiatico, il premier cinese Xi Jinping. Mai come in questo caso, i due appaiono agli occhi del Paesi occidentali come il giorno e la notte, se non fosse per la comune dipendenza dal carbone e la determinazione a non accettare lezioni da chi ha basato la sua crescita su un inquinamento sfrenato.

L’annuncio del premier indiano – che lunedì ha indicato il 2070 come obiettivo per raggiungere la neutralità carbonica – ha raffreddato le speranze di chi vedeva nell’India un alleato più reattivo rispetto alla Cina nella comune lotta al riscaldamento globale. Eppure quella data così lontana – due decenni più in là rispetto alla raccomandazione globale delle Nazioni Unite e un decennio dopo l’orizzonte indicato da Cina, Russia e Arabia Saudita – non ha impedito a Modi di presentarsi come un campione del multilateralismo, il leader dell’“unica grande economia al mondo ad aver rispettato gli impegni di Parigi nella lettera e nello spirito”. Questa apparente schizofrenia è figlia delle particolari sfide e ambizioni che attraversano questo sterminato Paese da 1,38 miliardi di abitanti.

“Per l’India, accelerare sulla transizione ecologica è complicato e necessario allo stesso tempo”, spiega ad HuffPost Nicola Missaglia, a capo dell’India desk di ISPI. “L’India è il terzo più grande emettitore al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. Per quanto la scala sia molto diversa – nel 2019 le emissioni di tonnellate di CO2 a testa erano circa 1,9/2 per l’India, mentre erano 15,5 per gli Usa e 12,5 per la Cina – l’India è indubbiamente un big player a livello di inquinamento. La scadenza del 2070 per le emissioni zero è molto in là – troppo, secondo quanto ci dice la scienza climatica – ma dobbiamo interrogarci su quanto sia verosimile per Nuova Delhi raggiungere questo target”.

Come altri Paesi emergenti, l’India si trova in un arco storico diverso da quello occidentale: è un Paese che ha davanti a sé una strada ancora molto lunga a livello di potenzialità di industrializzazione e creazione di economia industriale, soprattutto data la sua ambizione di diventare la nuova fabbrica globale. Ora che la pandemia ha reso ancora più evidenti gli effetti collaterali di un’eccessiva dipendenza dalla produzione e dalla catena distributiva della Cina, l’India vede la possibilità di giocare un ruolo sempre più centrale nelle catene globali del valore. Il fatto di essere una democrazia – per quanto venata da un crescente nazionalismo di stampo religioso – basta di per sé a essere un interlocutore di gran lunga preferibile rispetto al regime cinese agli occhi di un asse transatlantico che si è rinsaldato anche battendo sul chiodo dei valori. La congiuntura economica, dopo la batosta del Covid, è finalmente favorevole: la campagna di vaccinazione procede a ritmi spediti e le imprese private stanno vivendo l’anno migliore dell’ultimo decennio, come dimostra l’incoronazione del Financial Times, secondo cui “è giunto il momento per gli investitori di focalizzarsi sull’India”, “un Paese che offre opportunità soprattutto ora che la Cina sta perdendo il suo vantaggio”.

Se nel breve tempo il vento sembra soffiare a favore di Nuova Delhi, la posizione di Narendra Modi è estremamente delicata. Da un lato, sa di doversi impegnare sul clima, come suggeriscono gli impegni intermedi al 2030 (raggiungimento del tetto massimo delle emissioni e produzione del 50% dell’energia da fonti rinnovabili), perché solo mostrandosi serio su questo dossier può continuare a giocare la carta dell’affidabilità con i partner occidentali e attrarre quei finanziamenti privati che sempre più emergono come la panacea della crisi climatica. Dall’altro lato, è consapevole di dover continuare a correre alla vecchia maniera – con l’industria pesante e il carbone – sia per ragioni di consenso interno sia per continuare a competere nella sfida industriale con il Dragone.

“Modi è stato eletto soprattutto in base alla sua promessa economica di portare l’India tra i grandi del mondo. La sua sfida, ora, è quella di far ripartire l’economia, modernizzando un’industria che dipende ancora in larghissima parte dal carbone”, osserva ancora Missaglia. “Il fatto che si continuino a costruire nuove centrali a carbone non deve sorprendere perché al momento l’infrastruttura indiana questo permette”. Modi è un leader che guarda moltissimo al consenso interno. Le prossime elezioni per la carica di primo ministro saranno nel 2024, ma c’è tutta una serie di appuntamenti intermedi che contano molto in chiave di avvicinamento.

“Tutti sappiamo che la transizione green ha dei costi”, prosegue l’analista ISPI. “Per un leader che punta al consenso, le sfide sono molte. Come creare posti di lavoro? Come industrializzare il Paese? Come far riprendere l’economia, rispettando gli impegni sul verde? Io non sono molto ottimista, anche se vedo in India una crescente coscienza climatica. Parliamo di un Paese particolarmente esposto ai cambiamenti climatici, specie nelle zone del sud e nelle zone agricole. Allo stesso tempo, parliamo di un Paese che ha un milione di persone ogni mese che entrano nel mercato del lavoro, 12 milioni di persone all’anno! Questo vuol dire, per un primo ministro, la necessità di creare nuovi posti di lavoro, cosa che solitamente si fa con politiche industriali ad alta intensità lavorativa, vale a dire industria pesante. Come fare a far convergere questo con un’economia green Modi ce lo dovrà spiegare”.

Ed è qui che entrano in gioco i Paesi ricchi, sia nel format regionale del Quad (che comprende, oltre all’India, Australia, Giappone e Stati Uniti) sia nel format transatlantico Usa-Ue. È con i leader di questi paesi – il cosiddetto asse delle democrazie – che Modi ha voluto rinsaldare i rapporti in questi giorni, prima a Roma e poi a Glasgow. “Questo Modi – osserva Missaglia - ricorda il Modi che parlò per la prima volta a Davos nel gennaio 2018”. In quell’occasione, stringendo un incalcolabile numero di mani, si presentò al mondo come nuovo leader democratico in Asia. Ora, superata la fase più buia del Covid, “sta cercando di riproporre questa figura di una grande potenza potenziale, che però si propone come più affidabile della Cina che non si è neanche presentata in queste occasioni multilaterali”.

L’aspetto interessante è che Nuova Delhi non vuole essere “solo” fabbrica del mondo, ma anche laboratorio. “L’India è molto attraente per gli investitori, da un lato perché ha enormi potenzialità (c’è ancora tutto da costruire), dall’altro perché continua ad avere un costo del lavoro più basso rispetto ad altre zone del mondo”, prosegue l’analista. A questo si unisce l’impegno del governo, almeno sulla carta, ad agevolare investimenti privati anche esteri nell’industria indiana, soprattutto quella innovativa e green. Modi si è impegnato in questi anni a creare degli hub sull’innovazione proprio per agevolare gli investimenti privati. La parte ostica è che, malgrado gli impegni, permangono le barriere burocratiche anche a livello di dazi e protezionismo. Per le aziende straniere, a meno che non siano grandi colossi, è ancora un po’ complicato entrare in India a causa della forte presenza dello Stato nell’industria, di una burocrazia complessa e di infrastrutture non ancora all’altezza del rivale cinese.

Le cose, però, stanno cambiando, e la velocità di questo cambiamento dipende anche da noi. “Per facilitare la trasformazione dell’India, Usa e Ue possono usare due leve, quella diplomatica e quella finanziaria”, conclude Missaglia. “L’Europa, in particolare, in quanto primo mercato commerciale per l’India, potrebbe usare questa leva per spingere Modi ad accelerare su alcune riforme che permetterebbero la transizione, tra cui quelle burocratiche e sui finanziamenti privati”. L’altra leva è quella finanziaria. L’Europa e gli Stati Uniti potrebbero aiutare l’uscita dalla crisi del Covid, vincolando Nuova Delhi a investire soldi in un determinato modo. Ma la promessa della finanza climatica ha già deluso i Paesi in via di sviluppo: per far uscire il multilateralismo dalla cornice dei selfie, i Paesi emergenti vogliono soldi veri, a cominciare dal leader che l’Occidente ha scelto, per una valanga di motivi, come l’anti Xi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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