Ergastolo: ex ostativo, con speranza di uscire la mafia perde potere sul suo esercito

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di Lavinia Gerardis 

"Sono convinto che questa sentenza aiuterà a sconfiggere la mafia perché molti condannati all’ergastolo, soprattutto i più giovani, vedendo uno spiraglio saranno incentivati a cambiare e uscire dalle organizzazioni". Così Carmelo Musumeci, ex ergastolano ostativo, oggi scrittore in regime di libertà vigilata commenta all'Adnkronos la pronuncia della Consulta sull'incostituzionalità del fine pena mai. "È una bella notizia sia per gli ergastolani - dice - perché è uno spiraglio che si è aperto anche per le loro famiglie sia per i magistrati di sorveglianza che possono tornare finalmente, caso per caso, ad applicare la Costituzione". 

Carmelo, condannato all'ergastolo ostativo nel 1991, non era certo uno stinco di santo. E non ne fa mistero. La sua carriera criminale oggi è nei suoi libri. "Come dico sempre sono 'Nato colpevole' perché ho avuto, come tanti, un'infanzia difficile ma poi ci ho messo del mio...".  

La cattiva strada Carmelo la prende già a 16 anni e da lì è tutta un'escalation: rapine in banca, racket, traffico di droga, bische clandestine, omicidio. Tra gli anni Ottanta e Novanta guida la guerra tra clan in Versilia. Ma poi arriva il carcere. Quello duro, durissimo. 

"All'inizio mi hanno rinchiuso all'Asinara - racconta - Un anno e sei mesi sono stato messo in isolamento: una cella con il bagno alla turca da cui uscivano i topi. Io tappavo il buco con una bottiglia di plastica ma loro la rosicchiavano. Non vedevo nessuno se non l'agente dallo spioncino. Mi davano due libri al mese. Un giorno - ricorda - lessi una frase che mi colpì molto: 'Io sono qui e nessuno lo saprà mai'. E pensai 'no, io voglio farglielo sapere a quelli là fuori che esisto', ma come potevo io che sapevo a malapena leggere e scrivere?". 

Quando è finito dentro Carmelo aveva solo la quinta elementare. Oggi ha tre lauree: una in giurisprudenza, una specialistica in diritto penitenziario e l'ultima, conseguita con 110 e lode, in filosofia. Oltre a 7 libri al suo attivo e un paio di collaborazioni eccellenti con Erri De Luca e Margherita Hack. 

"Ad aiutarmi all'inizio fu un insegnante in pensione amico di penna. Io non potevo avere libri e allora lui mi mandava i fogli strappati per lettera. Qualche volta me li hanno sequestrati pensando che fossero pizzini. Ma quando poi mi tolsero dal 41 bis potei finalmente avere i libri e allora...". Carmelo è un fiume in piena di aneddoti ed emozioni. Ma poi torna a parlare dell'ergastolo e della sua lotta contro quella che lui chiama la "pena di morte viva".  

"Io ho fatto 28 anni di carcere e ho sempre lottato contro l'ergastolo ostativo. Ma molti mafiosi mi richiamavano: 'Noi siamo all’altezza di farci l’ergastolo a testa alta, per noi è un onore', dicevano contro il mio attivismo. Il carcere duro produce criminalità e mafia. Per certe famiglie mafiose avere ergastolani in famiglia, condannati al 41 bis è una medaglia". 

"I mafiosi di spessore - insiste Carmelo - hanno paura di rimanere senza esercito. Questo è il mio punto di vista dal di dentro. Bisogna levare l’acqua ai pesci e l’unico modo è la speranza. I picciotti, i ragazzi giovani che finiscono in carcere devono avere una via di fuga. Con la speranza di farsi degli anni fuori prendono coraggio e si allontanano dalla criminalità". 

Ma, Musumeci ne è convinto, "la collaborazione non può essere l’unico parametro. Anzi spesso alcuni collaborano per uscire e continuare a essere mafiosi - afferma -. Non è un cambiamento è un baratto". 

Non solo. "Con l’obbligo di collaborare - ricorda - metti a repentaglio i familiari. Una scelta del genere non è facile. Lo proposero anche a me nel 1991 ma rifiutai perché avrei condannato i miei familiari a una vita nascosta, a un cambio di identità. Uno Stato etico deve cercare di sconfiggere questi fenomeni soprattutto culturalmente". 

A cambiare Carmelo, stando a quanto racconta, è stata la cultura ma soprattutto l'incontro con il bene. Perché "uno che nasce nel male e incontra il bene rimane spiazzato". 

Tutto ebbe inizio nel 2007 nel carcere di Spoleto "vidi don Oreste Benzi. Eravamo in sciopero della fame contro l'ergastolo ostativo. Io lo provocai chiedendogli se se la sentiva di appoggiare i mafiosi cattivi e colpevoli per sempre nella loro battaglia. Lui lo fece e ci mandò anche delle persone della comunità che ogni settimana ci venivano a trovare. Da me veniva una donna, Nadia Bizzotto. Mi domandavo perché. Poi un giorno le dissi 'tu facendomi del bene mi stai facendo del male'. Perché il carcere è luogo di violenza e dolore. Sono preparato per questo. Ma messo davanti al bene perdo le mie radici, le mie convinzioni e tutto il male diventava insopportabile". 

Non è facile da far capire ma "sentire parole come marcire in carcere, buttare le chiavi ci faceva piacere. Potevamo pensare 'questi ci murano vivi e non hanno neanche il coraggio di farci fuori ma non sono meglio di noi'. In carcere ti ricordi del male che ricevi tutti i giorni: ai colloqui non potevo abbracciare mia figlia attraverso il vetro divisorio, tante cose così..." 

"È chiaro che lo Stato si deve difendere. Ma con soprusi che non c'entrano niente con la pena succede che i figli dei 41 bis diventano futuri mafiosi perché inizieranno a odiare lo Stato. Soprattutto quando ha vinto, lo Stato deve lottare per sradicare questa cultura", conclude.