Esce 'Ragazzaccio' di Ruffini: "L'applauso dei ragazzi al Brancaccio è l'Oscar"

(Adnkronos) - "Ragazzaccio" di Paolo Ruffini sbarca in sala domani, ma i ragazzi delle scuole hanno già detto sì! A Roma, in un Teatro Brancaccio, gremito di adolescenti che hanno seguito ogni scena con un coinvolgimento pieno, a cellulari spenti, senza che nessuno neppure glielo chiedesse e che alla fine hanno sentito la voglia di fare domande, l'anteprima del film ha già regalato al regista una grande gioia: "Questo per me è l'Oscar". Ambientato nel marzo 2020, in pieno lockdown dell'Italia, quando tutto, fuori dagli ospedali, è apparso fermo, "Ragazzaccio" racconta le emozioni che, invece, si muovevano, scalpitavano, anche in chi era meno in pericolo ma costretto a una vita 'sospesa' fra Dad e le mura di una casa dove magari nessuno si era esercitato ad amare, accarezzare, entrare in contatto. Come capita ai genitori, interpretati da Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore, del bullo Mattia di cui veste i panni il giovanissimo attore scoperto da Ruffini, Alessandro Bisegna.

Paolo Ruffini scrive, dirige e produce un film sfrontato e autentico per i toni, inclusivo perché ci riguarda tutti al di là delle etichette e dei ruoli e perché è un monito a non escludere mai. Un film coraggioso perché sceglie di ascoltare i giovani, davvero; sceglie di dar loro la parola usando le loro parole, di mettere l'orecchio sulla sofferenza del periodo del lockdown e più in generale della vita in una società giudicante dove anche i social, spesso, vengono usati per puntare il dito e non per renderci più sociali e dove difendersi dal cyberbullismo è tremendamente difficile, come ha denunciato oggi in conferenza stampa Alessandro Bisegna: "Sono stato vittima anche io del cyberbullismo in passato e mi capita ancora. Non c'è controllo sui social".

Ruffini ha messo le mani dentro temi clou, dal bullismo alle difficoltà profonde vissute dai giovani, alla mancata "educazione sentimentale" con ruvida dolcezza, affidando a ogni personaggio un ruolo importante e preciso. Tutte sono voci importanti. Lo è quella del professore di letteratura interpretato da Beppe Fiorello, che unisce attraverso la sua umanità, capacità di ascolto e immedesimazione il mondo dei ragazzi e quello dei professori. Lo è la voce della professoressa di latino e greco, la più distaccata e intransigente interpretata da Claudia Campolongo (che cura anche la colonna sonora insieme a e Gianluca Sambataro, mentre la canzone originale 'Ragazzaccio' è di Francesco Sarcina) e lo è anche la voce dell'insegnante di chimica, il più bistrattato dagli studenti, un professore la cui gentilezza, dice l'attore Maurizio Lops che ne veste i panni, non va scambiata per debolezza.

Attento, volutamente non sofisticato, ma profondo ed essenziale, Ruffini, con lo 'scalpello' del regista, di scena in scena, ha tolto via via la materia che copriva la verità di Mattia, la materia fatta di disagio, dolore, abbracci mancati, esclusione. E ha mostrato la sua essenza di bellezza, che emerge grazie a qualcosa che neppure il lockdown riesce a fermare, l'amore che scoppia dentro di lui per Lucia, la rappresentante d'istituto interpretata da Jenny De Nucci che inizierà ad amare a distanza e che sarà per lui "la luce bianca" che lo aiuterà a ritrovarsi. Luce bianca, sì, come l'hanno battezzata Alessandro e Jenny, che dopo l'esperienza del set sono diventati amici.

Torniamo alla genesi del film con il regista. "'Ragazzaccio' - spiega Ruffini al termine della conferenza stampa che si è tenuta al Teatro Brancaccio - nasce durante il Covid-19, ma non parla del virus. Parla di qualcosa che succede parallelamente all’insinuarsi e all’esplodere della pandemia. Parla di come un bullo, e più in generale i ragazzi delle scuole superiori, abbiano vissuto questa sorta di reclusione forzata, e della portata enorme che tutto questo ha avuto su di loro. È un film dedicato a tutti quelli che almeno una volta si sono sentiti dire 'È intelligente ma non si applica'. Perché io ne conosco tante di persone che si applicano ma non sono poi così intelligenti, e mi riferisco all’intelligenza emotiva, a quella che io riconosco come sensibilità. È dedicato anche a tutti quelli che a scuola si sentivano ripetere: 'Ti butto fuori'. Perché i veri danni si fanno quando sei fuori, non quando sei dentro. Lo dedico a loro, perché io stesso ero uno di loro".

"La decisione di escludere chi non è adeguato - argomenta con l'Adnkronos - è un errore grave, terribile. Come fa un ragazzo ad accogliere l'altro, il diverso da sé, se viene buttato fuori e passa le mattinate in bagno? Bisogna ragionare molto su questo e rendersi conto che sono gli adulti a dover approfondire il tema dell'inclusione".

"Quando Paolo mi ha detto, 'vuoi fare una follia con me?', gli ho detto subito di sì - racconta Ghini - in questa situazione del cinema, un po' appiattito. Faccio parte di una generazione antica che non veniva bullizzata. Una volta sì, mi è capitato, sono stato bullizzato psicologicamente da un pazzo che mi aspettava al capolinea dove prendevo l'autobus a Trastevere. In generale questo problema non è stato mai approfondito dalla nostra generazione. E credo oggi serva più informazione a riguardo, per esempio, sul cyberbullismo. A questo proposito spero che questo film aiuti tutti a capire meglio". Anche sull'accento posto dal film 'Ragazzaccio' sull'importanza del contatto fisico tra genitori e figli, l'attore romano si sofferma con l'Adnkronos: "Il contatto a mio modo di sentire non passa solo attraverso una carezza, il bacio e la comprensione ma, a volte, attraverso un ceffone e cioè attraverso l'errore di un genitore, se nasce dal cuore e cioè dalla paura che qualcosa possa succedere o non venga capita. Il ceffone inteso come attenzione forzata su qualche cosa verso la quale il giovane deve essere più rispettoso o più attento, appunto. E questo lo dice un progressista universalmente riconosciuto".

E nel film è la mamma di Mattia a dare un ceffone a suo figlio: "E' una famiglia media quella del film - sottolinea Ruffini - Lui è un infermiere e lei una casalinga che vivono nell'hinterland di Milano. E questa è la difficoltà interpretativa che hanno affrontato meravigliosamente Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore. C'è una battuta significativa in cui lei chiede al marito infermiere appena tornato a casa dopo aver contratto il Covid, 'E ora come facciamo?'. E lui risponde: 'Come sempre'", proprio a sottolineare la distanza che già aveva preso piede nel rapporto governato da un pigro e distaccato procedere dei giorni, senza dare valore all'amore e alla vita, come fotografa il monologo appassionato e intimo di Massimo Ghini che conduce lo spettatore nella metamorfosi dei personaggi.

Una metamorfosi che si realizza non solo grazie alla "luce bianca" emanata da Lucia, ma anche grazie alla marcata capacità inclusiva del professore di letteratura interpretato da Beppe Fiorello che racconta all'Adnkronos cosa gli abbia dato questo film: "Questo film mi ha dato molto sul profilo personale, dei miei rapporti con Paolo Ruffini. Sono rimasto sorpreso dalla poetica e dalla profondità che ha dentro di sé. Si dà spesso per scontato che il comico debba fare il comico, che io debba fare solo gli eroi positivi, si procede con le classiche categorie, i bollini che ci portiamo tutti dietro nel bene e nel male. Noto per essere soprattutto un attore comico, Paolo ha avuto già il coraggio di rivelare un'altra parte di sé, intima, con il lavoro fatto insieme ai ragazzi down anche a teatro e poi con il bellissimo documentario sull'Alzheimer. E quando lui ha scelto di fare questo film non ho esitato soprattutto per avvicinarmi di più a questo ragazzaccio, perché il vero ragazzaccio di tutta questa storia è Paolo Ruffini che si nasconde dietro a ogni personaggio. Paolo ha tanto del protagonista, ha anche un po' del mio personaggio, il professore di letteratura illuminato e coinvolgente. E non sempre i registi hanno un po' di tutti i personaggi che propongono". E un ruolo che tolga il bollino a Beppe Fiorello? "In realtà ho avuto il piacere di fare tanti personaggi e profili, anche lontani dall'eroe positivo che ho interpretato molto spesso. Non vado a cercare cosa mi stimoli. Faccio questo mestiere per scoprire cose, storie, persone". (di Veronica Marino)