Esce un disco de Lo Stato sociale, il quinto in cinque settimane

Gabriele Fazio
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AGI - Come ogni venerdì da quasi un mese a questa parte, esce un disco de Lo Stato Sociale, procede dunque spedito il 'folle' progetto della band bolognese di buttare sul tavolo cinque dischi in cinque settimane, ognuno di questi affidato a un determinato membro del gruppo. Dopo Bebo, Carota e Checco, ecco il turno dei cinque pezzi di Lodo. L'impressione a questo punto è di aver capito il gioco, è logico che il successo a Sanremo con ‘Una vita in vacanza' ha portato una serie di benefit mica da ridere, ma è altrettanto vero che tenere le redini di un collettivo artistico inondato dell'affetto che sappiamo è cosa assai complessa.

I ragazzi de Lo Stato Sociale, basta parlarci e per parlarci basta incontrarli per strada, non sono cambiati, non sono improvvisamente diventati delle starlette dello showbiz musicale, anzi, continuano a rappresentare la massima espressione di umanità in un ambito spesso, quasi sempre, abbastanza disumano, ma è chiaro che quei fuochi d'artificio televisivi abbiano concesso spazio al pubblico per una percezione, in certi casi sbagliata; quella, per esempio, che esista un frontman, e che quel frontman sia Lodo Guenzi. Un'ipotesi non solo sbagliata ma più volte, in tutte le lingue del mondo, smentita categoricamente dallo stesso Lodo, che però poi non può sfuggire al successo dovuto al suo ruolo di giudice a X Factor o conduttore al Concertone del Primo Maggio (ruoli, tra l'altro, svolti entrambi benissimo).

È facile che cose così minino la solidità di una band, sarebbe anche fisiologico volendo, ma la band è stata brava a resistere e ancor più brava a trovare un modo assolutamente geniale di rimettere in chiaro le cose con chi li segue: paradossalmente, scomporsi. Fare in modo che ognuno avesse la sua possibilità di spiegare al pubblico la propria idea di musica, come un puzzle in cui l'immagine va ricostruita pezzo su pezzo, per poi, probabilmente, essere esposto nella vetrina più importante della musica italiana, Sanremo, dove i ragazzi tornano a distanza di tre edizioni dalla loro esplosione nazionalpopolare. Oggi però è certamente la giornata in cui in copertina ci sta Lodo.

Su Instagram hai scritto che te la fai sotto, cos'è che ti fa paura nello specifico?
"Quando sei abituato per dieci anni a essere in mezzo al gruppo di tuoi amici, tutte le cose hanno un peso diverso, c'è un minimo di esposizione individuale. E questa cosa da una certa emozione, un certo ‘friccicorio', non è che c'è la paura che poi faccia ca…re a tutti, poi magari succede, è proprio la tensione del giorno prima che succeda qualcosa, il giorno prima della prima gita scolastica, cosa succederà? Limonerò? Probabilmente no, nella mia esperienza la risposta è sicuramente no, quindi non limonerò nemmeno stanotte".

Nel tuo disco hai deciso di accompagnarti sempre a qualcuno…
"Ho un sacco di gente, c'è Margherita Vicario, c'è Comqmartina, c'è Galeffi, c'è Danti, c'è Samuel Heron, c'è Ninni Bruschetta, c'è Niccolò Carnesi".

Il cameo di Ninni Bruschetta è effettivamente geniale…
"Si, c'è Ninni Bruschetta che mi dice una cosa, una cosa che mi ha chiesto che scrivessi io. Ninni lo conosco bene perché è mio padre in scena, c'era un pezzo in cui volevo uno di una generazione più grande a spiegarmi come vivere e come, fondamentalmente, prendermi in giro, e Ninni è venuto abbastanza normale come pensiero".

Come mai la scelta di questi artisti?
"Metà di queste persone sono miei amici e sono lì proprio in quanto miei amici e metà delle persone sono delle intuizioni, persone che hanno lavorato dietro a questo disco. Un disco fatto da tanta gente che lancia un messaggio molto chiaro: non pubblicherò mai una canzone solista in cui canto dall'inizio alla fine, non deve essere inteso come l'inizio di una carriera solista da nessuno".

Allora perché questa esigenza di mettervi in evidenza anche come singoli artisti?
"In realtà proprio per colpa mia, perché la narrazione si è molto schiacciata su di me ad un certo punto e questo è veramente un collettivo di cinque artisti, in questo caso di quattro più ognuno di noi, che alza la mano e dice ‘questo sono io'. Nello specifico il mio ‘questo sono io' significa ‘questo sono io che faccio le cose con un sacco di altra gente'…è un po' nella mia storia. Nella mia natura c'è l'idea di crearmi un collettivo attorno, demiurgicamente dare lo spazio agli altri per emergere e a loro volta raccontare il loro punto di vista su una canzone. Che poi è quello che succede qua, perché, a parte Ninni, non ho scritto una parola di quello che cantano gli altri, ed era un po' questa la sfida".

Questa cosa che nella percezione della gente ci sei tu in prima linea rispetto agli altri membri della band ti è pesata in qualche modo?
"Mah…un po' sì e un po' no. Un po' no perché la parte buona della visibilità che mi sono guadagnato è che mi ha dato la possibilità di fare cose fuori dalla musica ad un livello più alto rispetto a prima di avere una band, quindi faccio delle tournée in teatro importanti, ho fatto un film da protagonista che è andato bene a Venezia, faccio delle cose in televisione che mi interessa fare…questa è la parte bella".

…e la parte brutta?
"La parte brutta è che negli ultimi due/tre anni, in un'epoca di individui, questo è un collettivo e, anche per colpa di altre cose che faccio io, vedi X-Factor o anche del fatto che 'Una vita in vacanza', occasionalmente, la cantavo io, e non è un pezzo nato da me, è nato da Alby, questa cosa si è un po' persa. Secondo me è un risultato straordinario, un po' perché controcorrente, perché siamo nell'epoca degli individui, un po' perché cinque individui, se fanno un collettivo così, che hanno tutti questo livello di dignità artistica per avere delle strade personali, è una cosa molto rara. Io mi appassiono molto delle band dove c'è almeno un dualismo, io tifo sempre per gli antagonisti, sono per Mick Jones e non per Joe Strummer, ed è molto bella l'idea per me che il nostro pubblico si possa dividere, che possa dire “a me fanno ca…re però Carota è un grande”, che possa dire “eh, adesso ho capito perché mi piacciono alcuni pezzi e altri no, perché quelli di Alby sono più fighi”. È proprio bello per me, è una bella storia se succede".

Vi siete detti “Andiamo a Sanremo per…”?
"Per l'unica ragione per cui vale la pena andarci secondo me, per non mettermi davanti, per non farmi cantare. A questo punto è molto chiaro che l'incrocio fortunato tra debutto e incredibilità di coincidenze, anche guardando le immagini del 2018, rendono quell'avventura impareggiabile per sempre, quindi l'unica cosa interessante è dire: “quello è stato il Sanremo di Lodo, questo sarà il Sanremo di qualcun altro”, se qualcuno ci vorrà per cinque volte ci saranno cinque Sanremo diversi e varrà la competizione tra di noi. Quindi ci saranno due classifiche, di quelli che vincono Sanremo, che sono robe volgari che a noi non interessano, ci mancherebbe altro, e una classifica più autoreferenziale in cui vedremo chi si piazza davanti tra di noi". 

Io credo che parte del compito de Lo Stato Sociale anni fa fu quello di fare quello che sapete fare meglio, ovvero rompere la liturgia del festival sotto tutti i punti di vista, regalare la vostra idea di musica che è anche dissacrante, quest'anno invece cosa volete fare?
"Se ci pensi il dato è che l'altra volta eravamo i diversi, adesso siamo semplicemente quelli che per primi hanno messo un piede lì dentro di una realtà che lì è rappresentata. Se il tema della scorsa volta era rivendicare la diversità, il tema di questa volta è rivendicare l'appartenenza, c'è poco da fare".

Secondo te Sanremo è arrivato un po' tardi su questa scena?
"Sì, la cosa preoccupante di solito è che la televisione è fisiologicamente in ritardo, comincia a celebrare una cosa quando quella cosa sta già morendo. Secondo me Sanremo questa volta è arrivato tardi ma non siamo ancora morti, questa è la sensazione che ho io, e non parlo dello Stato Sociale in quanto tale, parlo di tutta una scena. Secondo me sono arrivati tardi ma poteva andare peggio e probabilmente ha anche aiutato moltissimo questa cosa terribile che è successa, che riduce il festival a una gara di cantanti nella sala d'attesa di un dentista, cioè che in qualche maniera una parte della musica pop che vive anche di grandi concerti gratuiti nelle piazze, di grandi tournée che si ricaricano attraverso Sanremo, non aveva possibilità di monetizzarlo, mentre sicuramente La Rappresentante di Lista, Colapesce e Dimartino, Willie, Coma_Cose, etc. etc. hanno la possibilità di raccontare il loro mondo e quindi nella sfortuna c'è la fortuna che questo mondo arriva a Sanremo non ancora morto".

Forse voi più di tanti altri in gara sentirete la mancanza del pubblico…
"Questo ovviamente è un tema. Qualsiasi messa in scena deve rapportarsi con un dato di realtà, devi inventarti un modo per giocarla in qualche maniera a tuo favore. E non ti nego che in realtà andare alle prove significherà capire delle cose che ancora non abbiamo capito…"

Lì la tua conoscenza della grammatica del palco sarà particolarmente utile…
"Beh, spero di si, anche perché non canto, quindi spero di fare almeno quello".

Voi siete probabilmente il progetto musicale più impegnato dell'intero panorama musicale italiano, andate a Sanremo, che avrà probabilmente il triplo della visibilità degli altri anni in termini di share, durante la più profonda crisi dei lavoratori dello spettacolo della storia, che è un argomento in cui voi in questo anno vi siete anche molto impegnati, possiamo aspettarci che porterete quelle istanze anche sul palco dell'Ariston?
"Io credo che sia inevitabile e credo che non saremo i soli a farlo. Credo che il tema dell'appartenenza ritorna, quello è il vero punto, poter raccontare un legame che è reale, perché noi passiamo la nostra vita con le persone che ci accompagnano, i nostri tecnici, i nostri tour manager, tutti quelli che non vengono visti nel momento in cui il cosiddetto uomo della strada, che è sempre un po' meno stupido di come viene raccontato, pensa che si tratti del problema di noi, cantanti di successo, che non abbiamo abbastanza piscine. E invece non è così, e questa cosa, per quanto sia evidente a chi un po' conosce il mondo della musica, è veramente difficile da raccontare ai cittadini. Quindi, in qualche maniera, ristabilire in un mondo così esposto come il Festival di Sanremo il legame tra chi fa la canzone famosa e chi sposta quei keys con gli strumenti sui palchi, per otto ore, con dei contratti a chiamata, che per primi hanno smesso di lavorare e per ultimi riprenderanno a lavorare quando ripartirà il mondo, se ripartirà il mondo, che non sono tutelati dalle multinazionali etc etc…questo è un legame da dover mettere in luce, c'è poco da fare".