ESCLUSIVA 90 MIN | Riccardo Cucchi: "Il calcio cambia, anche il suo racconto. Credo negli Azzurri"

Alessandro Eremiti

"Ho sempre trovato qualcosa alla radio. Proprio come i treni e le campane, era parte della colonna sonora della mia vita", diceva Bob Dylan. Gli italiani che amano il calcio invece, alla radio non cercavano qualcosa o qualcuno. Volevano la voce di Riccardo Cucchi. E Riccardo Cucchi per più di trent'anni ha risposto presente, raccontando con passione e dedizione cosa stesse succedendo in campo a tutte quelle persone che non avevano la possibilità, la voglia o semplicemente il coraggio di assistere alla partita, prima allo stadio e poi in TV.  A me è bastato sentire il suo inconfondibile timbro di voce al telefono mentre diceva: "Pronto", per rivivere in un istante una miriade di emozioni indimenticabili. Quando gli ho chiesto di raccontarmi storie ed emozioni provate lungo il suo percorso radiofonico, con gentilezza e simpatia, ha risposto così:




Lei ha raccontato la Serie A agli italiani per più di trent'anni. Quanto sono cambiati il calcio e il modo di raccontare calcio nell'arco di tempo che ha avuto la fortuna di vivere in prima persona?


"È cambiato il modo di raccontare il calcio esattamente come è cambiato il calcio, perché il calcio di 30-40 anni fa era un altro tipo di calcio rispetto a quello che vediamo oggi e naturalmente i narratori che si sono susseguiti negli anni si sono dovuti adeguare. Probabilmente le terminologie utilizzate per spiegare il campo e come si sviluppa un'azione sono le stesse utilizzate dal nostro progenitore Nicolò Carosio, primo grande radiocronista della storia, ma poi il calcio è cambiato e ha impegnato tutti noi nel cambiare il nostro modo di raccontarlo. Si è passati al contropiede dell'Inter di Helenio Herrera che vinceva in tutto il mondo oltre che in Italia, al calcio di Guardiola, che è fatto di tanti piccoli tocchi raggruppati in pochi metri, quindi è chiaro che il modo di raccontare calcio, si sia dovuto adattare, all'evoluzione stessa del calcio".


Nel corso della sua avventura ha avuto la fortuna di raccontare un mondiale, vinto, lo Scudetto della sua squadra del cuore e le vittorie delle italiane in Europa. Mi può indicare un altro momento di narrazione sportiva che porta nel cuore e uno invece che le sarebbe piaciuto raccontare?


"C'è un'altra radiocronaca della quale ho un grande ricordo e non riguarda il calcio pensa un po'. È una radiocronaca che riguarda l'atletica leggera e la maratona alle Olimpiadi, perché ho avuto anche la fortuna di raccontare tanti sport in 8 Olimpiadi, ed è la vittoria di Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seoul nel 1988. Fu la prima vittoria italiana della storia in una maratona olimpica, quindi sono stato testimone di quella meravigliosa gara, raccontandola alla radio. Vedere Bordin entrare nello Stadio Olimpico di Seoul fu una grande emozione. Quindi sono particolarmente legato a questa radiocronaca per le emozioni che mi ha regalato. Questa risposta è anche legata all'altra domanda che mi hai fatto, perché anche l'evento che mi sarebbe piaciuto raccontare è legato alla maratona: c'è una storia di un altro maratoneta italiano che non tutti conoscono. Pensa era il 1908, eravamo alle Olimpiadi di Londra e il protagonista di della storia si chiamava Dorando Pietri, che arrivò primo al traguardo distanziando tutti gli altri concorrenti, ma arrivò talmente stanco all'interno dello Stadio Olimpico di Londra che impiegò quasi 5 minuti per percorrere gli ultimi 400 metri. Era distrutto. Purtroppo per lui due giudici si commossero e lo aiutarono sorreggendolo per le braccia mentre tagliava il filo di lana. Questo gesto di solidarietà da parte dei giudici gli costò la squalifica. Arrivò primo, ma non vinse la medaglia d'oro. I due eventi erano inevitabilmente collegati, quindi mentre Bordin tagliava il traguardo 80 anni dopo Dorando Pietri, non ho potuto fare a meno di ricordare questa storia anche in radiocronaca. La vittoria di Bordin ha rappresentato finalmente il riscatto italiano nella maratona, dopo la drammatica storia - sportivamente parlando - di Dorando Pietri".


12 febbraio 2017 la sua ultima telecronaca, i tifosi dell’Inter la omaggiano con uno striscione ringraziandola per aver emozionato davvero in un mondo di finti. Sulle sue pagine social il confronto è sempre pacato si può dire che siano delle rarissime isole felici in un mondo pieno di odio e maleducazione. Il rispetto di tutti è la più grande gratificazione che il calcio le ha regalato?


"Si, senza dubbio. Perché tutto mi sarei aspettato, ma non quello striscione della Curva Nord dell'Inter. È stata una sorpresa inaspettata anche per me in quel momento, mentre raccontavo l'ultima partita della mia vita in 'Tutto il Calcio' e quell'omaggio di una curva intera nei miei confronti mi commosse in modo straordinario. Mi tremarono le gambe in quel momento e rischiai il groppo in gola e il blocco della voce, che per un radiocronista rappresentano il maggior rischio possibile. Fu un'iniziativa che mi commosse molto, soprattutto per il messaggio che lo striscione voleva comunicare, ovvero il fatto di aver in qualche modo trasmesso la mia la mia lealtà e il mio modo di raccontare il calcio, forse più vicino alla sensibilità di tutti tifosi, a tutti coloro che sono stati  all'ascolto in quegli anni. Il nostro mestiere significa fondamentalmente essere testimoni, quindi cercare di essere lontani per essere obiettivi. Ogni Scudetto che ho raccontato, e per fortuna ne ho raccontati tanti e di tante squadre, per me è stato uguale. Ho festeggiato e celebrato quel momento con tutti coloro che stavano gioendo come se quelle vittorie fossero mie. Nessuno sapeva che io fossi della Lazio, l'ho dichiarato soltanto alla fine. Quello della Lazio ha avuto per me un valore particolare, ma al microfono l'ho vissuto esattamente come tutti gli altri, tenendo conto di un altro aspetto molto importante: è giusto celebrare le vittorie, ma bisogna capire che in quel momento c'è qualcuno che esce sconfitto ed è quindi deluso. Ho sempre cercato di rispettare la delusione di chi in quel momento stava perdendo.


Lei ha raccontato che cercava di carpire i dettagli attraverso il suo fidato binocolo e ha dichiarato che raccontare significa trasmettere emozioni perché il calcio è una parafrasi di tutto ciò che ci accade nella vita. In relazione a questo, il VAR e il challenge a chiamata di cui si parla in questi giorni, sono secondo lei una conseguenza naturale dei tempi che cambiano o tolgono autenticità al calcio?


"Il VAR è stato un passo secondo me necessario ed inevitabile dal momento in cui il sistema calcio ha deciso di vendersi, non come accezione negativa, ma solo economico-finanziaria, alla televisione. Nel momento in cui il calcio è diventato soprattutto uno sport televisivo - l'invasione della televisione iniziata nei primi anni '90 è ormai sotto gli occhi di tutti- era del tutto inevitabile che si dovesse ricorrere al VAR, perché si era venuta a creare un'enorme contraddizione con tutti i telespettatori che avevano ormai la possibilità di rivedere il replay e di esprimere giudizi a volte anche molto severi nei confronti dell'arbitro e l'unico che non aveva a disposizione un monitor per vedere e rivedere le azioni, era proprio l'arbitro. Allora, quando il calcio ha deciso che la televisione era il mezzo più importante anche per la sua sopravvivenza economica, non poteva più fare a meno di dare un monitor all'arbitro. Ormai è indispensabile e credo che non si possa più tornare indietro. Però voglio aggiungere che personalmente mi ritengo fortunato ad aver spento il microfono prima dell'avvento del VAR, perché da un punto di vista emotivo, emozionale e narrativo, a me il VAR non piace, soprattutto alla radio. Interrompe quel meraviglioso flusso di emozioni che nasce e si scatena con la parolina magica 'Rete' pronunciata dai radiocronisti quando la palla supera la linea bianca. Rete è la parola che tutti aspettiamo, noi che raccontiamo il calcio e chi è all'ascolto della radio. Tutto si svolge in attesa di quel momento. Interrompere il flusso di emozioni per andare a rivedere le immagini, interrompe la magia e il secondo urlo se il gol viene confermato, non sarà mai uguale al primo". 


Domenica era allo stadio a vedere la Lazio, da tifoso in mezzo ai tifosi. Chi c’era ha parlato di un’atmosfera incredibile. Ha percepito le stesse sensazioni e le stesse emozioni di 20 anni fa?


"Assolutamente sì. Diciamo che è diverso il modo di emozionarsi quando si è al microfono, rispetto alle emozioni che si provano quando si è soltanto tifosi. Io sono tifoso naturalmente e credo che per raccontare calcio il primo passo necessario sia quello di essere innamorati di una squadra. Io diffido dei colleghi che dicono di non essere tifosi. Non bisogna essere tifosi quando si sta svolgendo il proprio mestiere e questo è inevitabile, ma siamo stati tutti ragazzini e se abbiamo deciso di trasformare la nostra passione in un lavoro, è perché siamo stati tifosi quando eravamo bambini. La differenza di emozioni è palpabile, quando ero al microfono la mia più grande preoccupazione non era cosa facessero le squadre in campo, anche se c'era la mia Lazio impegnata in quel momento, ma pensavo soltanto ad essere concentrato sul mio lavoro consapevole che ogni parola che avrei pronunciato avrebbe avuto un peso rilevante nella mente e nelle orecchie di coloro che erano in ascolto. Libero dal microfono, ho lasciato fluire tutte quelle grandi emozioni che sono tipiche di un tifoso, diverse da quelle che provavo quando dovevo raccontare calcio. Sono entrambe bellissime, ma ti posso dire che vivere la partita da tifoso è veramente stressante oltre che emozionante. Ho vissuto 90 minuti di una partita intensa e molto bella, giocata da due belle squadre, Lazio ed Inter, con una tensione che non provavo da quando ero ragazzino e andavo in curva a vedere la Lazio".


A giugno ci saranno i Campionati Europei, veniamo dalla delusione per il mancato mondiale. Mancini ha ricostruito partendo dalle macerie e ottenendo ottimi risultati. Che Europeo si aspetta?


"Sono abbastanza fiducioso nei confronti di questa squadra. Mancini è stato bravo a ricostruire e ridare entusiasmo all'ambiente. Lui per primo ha portato entusiasmo e credo abbia grandi motivazioni e ha detto più volte che allenare la Nazionale era uno dei suoi sogni, visto che da giocatore non è riuscito ad esprimersi come voleva con la maglia azzurra. Credo che quindi questa avventura da CT possa essere per lui, la giusta occasione per prendersi una piccola rivincita. Oltre all'entusiasmo c'è anche l'intelligenza di uno che è stato un grande calciatore, che capisce molto di calcio e che riesce a vedere il calcio in maniera corretta e differente, facendo tesoro della sue passate esperienze. È stato bravo a scoprire alcuni giovani italiani che forse erano sfuggiti ad altri e sta ricostruendo un gruppo in cui i giovani sono importanti e che possono essere supportati  dai giocatori più esperti. Credo che questa Italia possa fare bene, non so se sia già arrivati alla maturazione giusta per poter ambire a vincere gli Europei, me lo auguro di cuore visto che è passato troppo tempo dall'unica vittoria nel '68, però sono convinto che si possa ambire ad entrare nelle prime 4. Non sarà semplice, perché sappiamo che non esistono partite facili, ma sappiamo anche che non esistono avversari imbattibili. Dipenderà dalla capacità che avranno i nostri ragazzi nel mettere a disposizione tutto quello che hanno dal punto di vista tecnico, tattico e agonistico".