"Un aborto, anche se era un piccolo cuoricino di 2 cm, è un dolore schiacciante, un lutto che va affrontato"

Livia Paccarié
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Emily Mignanelli (Photo: Facebook / Emily Mignanelli)
Emily Mignanelli (Photo: Facebook / Emily Mignanelli)

“Ci sono vuoti che lasciano radure secche dove lentamente l’erba cresce di nuovo in tutta la sua potenza e dove rivoli di rugiada nutrono i germogli. Quei vuoti li lascia un incendio, una bomba, una guerra. O un lutto”. Così Emily Mignanelli, scrittrice e pedagogista, scrive nel suo ultimo libro Non basta diventare grandi per essere adulti (Feltrinelli) di quando quattro anni fa perse il bambino che voleva. “Anche se era un piccolo cuoricino di 2 centimetri io ho sentito un dolore schiacciante”, dice ad Huffpost.

Quando successe la ginecologa che la visitò rispose a quel dolore con la statistica. “Una donna su tre perde un bambino nei primi tre mesi”, continua a scrivere Mignanelli nel libro, “quindi vedi di smettere di piangere e rimettiti al lavoro”. Le consigliò di riprovarci, così da dimenticare in fretta l’accaduto. Lei invece decise di lasciar passare il tempo di quella gravidanza interrotta e non fuggì dal dolore.

“Nessuno si vorrà assumere la responsabilità di lasciare al tuo corpo la sua saggezza”, si legge nel capitolo dedicato al lutto perinatale, “la sua capacità di ripristinare la camera per il prossimo ospite con tutto il tempo che queste operazioni necessitano”. A quel figlio perso Mignanelli diede anche un nome e lo ricorda tra le foto di famiglia. “Una conoscenza antica”, prosegue il racconto, “mi diceva che a ognuno è assegnato uno spazio, a ciascuno la sua storia, e che questo non dovrebbe mai essere occupato da qualcun altro, men che meno dimenticato”.

“Essere la tomba del proprio figlio, un mausoleo materno di latte mai sgorgato, di contatti mai dati, di sguardi attesi, di suoni che sprofondano in uno stomaco vuoto, cavo, può essere un privilegio”, scrive Mignanelli. Perché affrontare il dolore, un lutto, senza fretta, evita “un avvallamento nella psiche”. E si diventa più consapevoli: “la vita la manipoli con la cura e la delicatezza che avresti per un corallo, ne riconosci lo splendore, impari a capire che trattenerla è un misero vezzo ornamentale, ne conosci il punto di rottura e la friabilità”, scrive.

Emily Mignanelli (Photo: Feltrinelli)
Emily Mignanelli (Photo: Feltrinelli)

Nel libro Mignanelli fa riemergere quel periodo in cui si sentiva “una cattedrale silenziosa e commossa”, e ricorda le parole di tutte le donne che incontrava che abbracciandola le confessavano di aver vissuto lo stesso, ma senza averlo mai detto a nessuno. E la data di uscita del libro coincide oggi con la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale e infantile. Anche se questi avvenimenti rimangono taciuti, gli ultimi dati Istat disponibili, quelli dell’anno scorso, registrano per l’Italia questi numeri: 61.215 aborti spontanei, 3.878 aborti per patologia fetale e 1.320 morti in utero. “Stringi quel dolore - scrive l’autrice - vai a fondo e risorgi”. E ancora, concludendo il capitolo sulla morte perinatale: “Tu celebrala, quella vita. Prepara un quadro, aggiungilo alle foto di famiglia”. Un bambino non nato “non è un bambino che non c’è mai stato” e “il fatto che non sia nato non fa di lui un figlio di minor valore”.

Se non si affronta, “quel dolore prima o poi tornerà a bussare” e non senza ricadute. Mignanelli da pedagogista lavora da anni con i bambini e svolge anche corsi di formazione e supporto per genitori, “ho potuto svariate volte osservare e toccare con mano manifestazioni di bambini a cui è celata questa verità”, scrive nel libro, appena prima di riportare alcune esperienze personali di lavoro in cui si è trovata a tu per tu con questo tipo di non detto. L’invito dell’autrice è infatti quello di esternare sempre il proprio vissuto: “La verità a qualsiasi età è un balsamo che lenisce dolori che non trovano voce”.

Emily Mignanelli ha fondato Serendipità, una “scuola-dinamica” a Osimo, poco distante da Ancona, per bambini da 1 a 14 anni, e Corallo, centro di pedagogia dinamica e sistemica. Questo suo ultimo libro però non è rivolto solo ai genitori, ma agli adulti tutti. “Non si diventa genitori, e nemmeno adulti, finché non si smette di essere figli”, dichiara con fermezza. “E questo riguarda tutti. Il mio libro va agli adulti, non va ai genitori, perché l’infanzia è di tutti. Non c’entra niente se vuoi o non vuoi i figli, se ti piacciono o no i bambini o che tipo di professione tu faccia. L’infanzia ce l’abbiamo dentro”.

Ed è forse quello che abbiamo di più vero. “Siamo immersi in narrazioni disfunzionali”, dice, come quelle della vita adulta o della maternità. “La narrazione della maternità subisce spostamenti. O attraverso la caricatura del genitore che non ce la fa più o attraverso un’eccessiva esaltazione per cui i figli diventano la ragione di vita dei genitori”.

Il libro di Mignanelli conferma il suo stile semplice e toccante che lei affida da anni al suo blog, è un invito potente ad affrontare la propria verità. Il progetto educativo che lei ogni giorno cerca di trasmettere nella sua scuola: “Non in senso messianico, cerchiamo la verità di ogni singola storia. L’aspetto rivoluzionario è che quando entra un bambino a scuola, entra con lui una famiglia, curando il sistema familiare si curano i bambini”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.