Estrarre metalli dall'Oceano. La nuova frontiera dell'energia verde

UNHCR/Frederic Noy

AGI - “Con l'aumento della domanda a livello globale di metalli necessari per produrre batterie per veicoli elettrici, una delle fonti più ricche di materie prime non sfruttate si trova a due miglia e mezzo sotto la superficie dell'Oceano Pacifico”, scrive il New York Times in un servizio da Kingston, Giamaica. Tant'è che questa dimenticata, nascosta e lontana parte di fondale marino, a circa 1.500 miglia a sud-ovest di San Diego, “potrebbe presto diventare il primo sito minerario su scala industriale al mondo in acque internazionali”.

La Metals Company, con sede a Vancouver, si è infatti assicurata “l'accesso esclusivo a tonnellate di rocce del fondale marino piene di cobalto, rame e nichel, sufficienti, si dice, per alimentare 280 milioni di veicoli elettrici, equivalenti all'intera flotta di automobili negli Stati Uniti”.

Possibile? Il punto è che la recente e storica legge sul clima approvata dal Congresso in agosto, che estende i crediti d'imposta per gli acquirenti di auto elettriche, non farà che accelerare la necessità di questi materiali, dato che anche le case automobilistiche ne hanno fame visti i piani per eliminare gradualmente i veicoli a benzina. Quindi, la Metals Company “spera di riuscire a costruire un impianto in Texas per estrarre le rocce del fondale marino e ha fatto pressioni per avere un aiuto dallo Stato federale in tal senso”.

Si tratta di un'operazione enorme e di lunga durata, “mai finora eseguita sul pianeta e per un'estensione così vasta”, ha affermato James AR McFarlane, ex capo del monitoraggio ambientale presso l'International Seabed Authority, un'agenzia affiliata alle Nazioni Unite che regola l'attività mineraria dalla Metals Company. L'azienda calcola che incasserà 31 miliardi di $ di guadagni nei 25 anni di vita del progetto a cui pensa e ragiona da ben 15 anni. È dal 2007 che i dirigenti hanno ricevuto informazioni chiave dalla Seabed Authority ottenendo così un grande vantaggio per mettere a frutto le loro ambizioni minerarie.

Ora la Metals Company detiene le chiavi dei tesori sottomarini del mondo. L'attività mineraria inizierà alla fine del 2024 mentre nel frattempo la grande impresa industriale non ha mancato di sollevare le preoccupazioni degli ambientalisti circa l'impegno dell'International Seabed Authority, l'agenzia affiliata all'Onu, perennemente sottofinanziato nel proteggere la vita dei fondali oceanici.

Mentre, secondo il Times, i dipendenti della stessa agenzia hanno affermato che alcuni dei dati e delle informazioni date alla Metals Company “erano destinati ai paesi in via di sviluppo che cercano di competere con i paesi più ricchi, cosa che l'agenzia è obbligata dal diritto internazionale ad assecondare”.

Estrazione di metalli sul fondo del mare, un'intricata vicenda legale

Tuttavia, analizza in quotidiano newyorkese, “la Seabed Authority è stata istituita sotto gli auspici delle Nazioni Unite ben prima che i cambiamenti climatici provocassero un aumento della domanda di metalli”. Ma un'unità dell'agenzia è stata incaricata di spianare la strada ai paesi in via di sviluppo, in parte riservando ricchi quantitativi di metalli del fondale oceanico e aiutandoli a estrarli. Con giurisdizione su metà del pianeta, i 50 dipendenti dell'agenzia lavorano fuori dagli uffici della capitale della Giamaica con un piccolo stanziamento annuale di 10 milioni di dollari.

“Allo stato attuale delle regole – si legge nel servizio giornalistico – qualsiasi nazione può chiedere il permesso di condurre sondaggi per identificare i siti minerari, tant'è che Cina, Francia, India e Corea del Sud, tra le altre nazioni più ricche, hanno fatto proprio questo. Quando trovano luoghi degni, devono consegnarne la metà alla Seabed Authority, che li custodisce come ‘aree riservate' dove i paesi meno sviluppati possono avviare i propri progetti”.

Insomma la questione, giuridica e legale, è piuttosto controversa. E i sospetti principali riguardano proprio i rapporti privilegiati tra Agenzia dell'Onu e la Metals Company. Tant'è che il Times scrive: “In una riunione dell'organo di governo dell'agenzia lo scorso anno, un appaltatore della Metals Company figurava tra un gruppo di uomini d'affari che si aggiravano liberamente tra i delegati internazionali mentre discutevano di argomenti all'ordine del giorno, inclusa la richiesta dell'azienda di ottenere l'autorità di firmare un piano per testare l'attività mineraria attrezzatura. Eppure uno dei massimi organi di regolamentazione della Seabed Authority, la sua commissione legale e tecnica, è riservato, si riunisce a porte chiuse ma tuttavia alcuni dei suoi membri lavorano anche per conto di imprese minerarie, ha scoperto il Times”. Insomma, l'accusa è di lobbying.

Ma da un lato e dall'altro la si rigetta. Anche se non mancano ricorsi e strascichi. E da documenti scartabellati dal New York Times sarebbe emerso che “separatamente, la Metals Company avrebbe pagato una commissione di royalty indeterminata alla Seabed Authority una volta iniziata l'estrazione commerciale”. Tant'è che “queste società sostenute da capitali di rischio possono sentire l'odore della disperazione in queste piccole economie insulari", ha affermato Maureen Penjueli, coordinatrice della Pacific Network on Globalization con sede alle Fiji, un'organizzazione no profit che promuove i diritti delle nazioni insulari del Pacifico.

La lunga controversia non ha tuttavia intaccato i piani di sviluppo della Metal Company, anche se la società ha accusato il colpo delle sue sfide finanziarie con il prezzo delle azioni sceso da un massimo di 15,39 $ dell'anno scorso a un minimo di 81 centesimi di venerdì.

L'ambiente prima di tutto

E poi c'è l'aspetto ambientale circa il danno che alcuni scienziati temono possa causare l'estrazione su larga scala dei fondali marini, perché “"semplicemente non è possibile farla senza distruggere una delle più grandi aree selvagge rimaste", ha sostenuto Craig Smith, oceanografo ed ex appaltatore dell'industria mineraria ora all'Università delle Hawaii a Manoa, che ha trascorso quasi cinque anni in mare e in Antartide studiando la vita marina e la sua ricerca ha individuato nella zona di estrazione “un qualcosa che vale la pena preservare”.

"Questi sono alcuni degli habitat più incontaminati e ricchi di biodiversità su un pianeta in cui abbiamo già una crisi di biodiversità a causa della distruzione sulla terraferma", ha affermato. Dal suo punto di vista, la Metals Company garantisce però che lo sforzo “includerebbe un sistema di monitoraggio ambientale continuo che consentirebbe di reindirizzare l'estrazione se si verificano cedimenti di sedimenti o altri danni”, riferisce il New York Times.

Come andrà a finire? Scrive il quotidiano: “Nella riunione del consiglio direttivo dell'autorità a dicembre, i sostenitori e gli oppositori dei piani della Metals Company hanno raggiunto un compromesso per accelerare la revisione delle regole complete dell'estrazione mineraria dei fondali marini, attenendosi alla tempistica proposta dall'azienda per avviare le operazioni commerciali già nel 2024”. In una parola si tratta di ottenere il consenso delle parti in causa. E consenso significa che qualcuno deve rinunciare a qualcosa.