In Etiopia si combatte ancora nonostante appelli per cessate il fuoco

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Image from askanews web site
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Roma, 6 nov. (askanews) - Nonostante i ripetuti appelli della Comunità internazionale per un cessate il fuoco, in Etiopia si continua a combattere, con scontri nella regione Afar per il controllo della città Mille, snodo strategico lungo l'autostrada A1 che collega Addis Abeba a Gibuti. Nei giorni scorsi i combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) hanno preso il controllo di Dessie e Kombolcha, situate nella confinante regione Amhara, lungo l'autostrada A2 che porta alla capitale etiopica. Conquiste che hanno consentito ai tigrini di unirsi agli alleati dell'Esercito di liberazione Oromo (Ola), attestati a circa 300 chilometri dalla capitale, e hanno invece spinto il governo federale a decretare lo stato di emergenza e a lanciare una mobilitazione generale della popolazione di Addis Abeba, per il timore di una possibile avanzata.

Gli sviluppi di questi ultimi giorni hanno portato diversi commentatori a ipotizzare la caduta di Addis Abeba, come avvenuto nel 1991, quando il regime di Manghistu capitolò poco dopo aver perso Dessie. Tuttavia secondo Luca Puddu, ricercatore della Scuola superiore meridionale della Federico II di Napoli contattato da askanews, "da quanto sta emergendo non sembra imminente la caduta della capitale". Non solo per la dichiarata volontà del premier etiopico Abiy Ahmed di portare avanti quella che ha definito una "guerra per l'esistenza dell'Etiopia", ma anche perché proprio gli scontri in atto per il controllo della città di Mille potrebbero essere letti, secondo il ricercatore, "come un tentativo delle forze tigrine di porre la capitale in stato di assedio e costringere il governo a capitolare, ottenendo così di fatto una vittoria senza procedere a un'occupazione concreta di Addis".

Il Tplf è impegnato da un anno in un conflitto con il governo federale che, dapprima confinato nella regione settentrionale del Tigray, al confine con l'Eritrea, si è esteso la scorsa estate alle vicine regioni Amhara e Afar con l'intento, secondo i leader del Tplf, di rompere l'assedio imposto alla popolazione tigrina. Lo scorso agosto, il Tplf e l'Ola, entrambe inserite a maggio nella lista dei gruppi terroristici, hanno annunciato un'alleanza militare contro il governo e i combattenti delle due organizzazioni si sono uniti nei giorni scorsi nella città di Kemise, a 325 chilometri da Addis Abeba, annunciando "operazioni congiunte per i prossimi giorni e le prossime settimane" e non escludendo di poter marciare sulla capitale.

Di fronte a questi ultimi sviluppi, Stati Uniti, Unione europea, Onu, Unione africana sono tornati a chiedere con forza un cessate il fuoco e l'avvio di un negoziato per una risoluzione del conflitto che ha causato finora migliaia di morti e oltre due milioni di sfollati. E in concomitanza con l'arrivo ad Addis Abeba dell'inviato Usa per il Corno d'Africa, Jeffrey Feltman, il Tplf e l'Ola hanno annunciato la creazione di un "Fronte unito di forze federaliste dell'Etiopia", alleanza sia politica che militare, ha precisato il tigrino Yohanees Abraha all'Associated Press. L'obiettivo, ha detto, è "definire un percorso di transizione" per l'uscita di scena di Abiy.

"Le forze tigrine vedono nella caduta di Abiy una pre-condizione per ricostruire un'architettura politica, un sistema di potere, ancora tutto da definire", che possa sostituire quello venuto meno nel 2018, quando la coalizione di governo dominata dal Tplf, che aveva guidato il Paese per 27 anni, cedette il potere ad Abiy. E la decisione di creare un fronte di forze federali segnala "un tentativo del Tplf di avviare un dialogo con altre forze politiche in Etiopia", ha rimarcato Puddu, aggiungendo che se alcune delle organizzazioni "sono rappresentative, come il Tplf e l'Ola", altri movimenti dell'alleanza "paiono nati negli ultimi giorni o settimane, con l'obiettivo di garantire una rappresentanza più ampia". Tra le organizzazioni della nuova alleanza non compare alcuna formazione della comunità Amhara, quella più impegnata al fianco del governo nel conflitto contro il Tplf.

In Etiopia si contano oltre 80 gruppi etnici: gli oromo sono il più numeroso, circa un terzo della popolazione, seguono gli amhara, i somali e i tigrini. Il conflitto politico scoppiato in seno alla coalizione di governo che ha guidato l'Etiopia fino al 2018, composta da tigrini, amhara e oromo, è diventato sotto Abiy un conflitto ideologico tra sostenitori di un'Etiopia federale su base etnica, tra cui il Tplf, e sostenitori di un'Etiopia più centralizzata, che superi le distinzioni etniche, propugnata dal premier Abiy. Proprio tale scontro ideologico ha alimentato una forte polarizzazione della società e una crescente ostilità tra gruppi etnici, in particolare nei confronti dei tigrini, per cui "un eventuale ingresso delle forze del Tplf ad Addis Abeba potrebbe certamente portare a una diffusa resistenza armata", oltre che a concretizzare il timore di combattimenti in una città che conta cinque milioni di abitanti. Uno scenario che non farebbe che inasprire un scontro che già vede contrapposti "diversi gruppi di interesse che si identificano su base etnica, in alcuni casi in modo autentico, in altri usando l'etnia per celare altri interessi di natura economica o di natura regionale", ha ammonito Puddu.

Ad oggi "la situazione è ancora fluida" e non è possibile dire quale possa essere lo scenario che si andrà a concretizzarsi nel Paese considerato solo pochi anni fa il perno per favorire la stabilità nel Corno d'Africa, stretto alleato di Stati Uniti e Unione europea nella gestione delle crisi in atto nella regione, prima tra tutti quella somala. Ma di fronte alla decisione del governo di mobilitare la popolazione e dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del portavoce del Tplf, secondo cui l'opzione militare è l'unica percorribile, "temo che al momento l'ipotesi di un cessate il fuoco sia abbastanza remota", ha concluso Puddu. (di Simona Salvi)

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