Europarlamento, fallito colpo di mano Ppe-destra su mercato CO2

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Bruxelles, 8 giu. (askanews) - Colpi di scena a ripetizione, con scambi di accuse reciproche fra i gruppi politici e atmosfera molto accalorata nella plenaria del Parlamento europeo, oggi a Strasburgo. E' accaduto durante il voto sulla complessa riforma del mercato dei permessi di emissione di CO2, uno dei dossier più importanti del pacchetto "Fit for 55", che deve ricalibrare la legislazione comunitaria del "Green Deal" sul clima al nuovo obiettivo della riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030.

Il Ppe, contraddicendo l'alleanza con gli altri gruppi europeisti e favorevoli al "Green Deal" (Socialisti e Democratici, Verdi, Sinistra e Liberali di Renew) aveva patteggiato con il gruppo conservatore sovranista Ecr (di cui fa parte Fdi) e quello dell'estrema destra Identità e Democrazia (Id, con dentro la Lega) un emendamento che prevedeva di rinviare al 2034 l'eliminazione totale dei permessi di emissione gratuiti distribuiti all'industria ad alto consumo di energia, quattro anni più tardi di quanto aveva chiesto la commissione Ambiente dell'Europarlamento, e due anni più tardi rispetto a un compromesso proposto da Renew. La proposta originaria della Commissione europea prevede invece il 2035 come data finale.

Durante il voto in aula, il colpo di mano del Ppe è sembrato inizialmente riuscito, perché il suo emendamento appoggiato dai conservatori e dall'estrema destra è passato con 20 di voti di scarto (322 a favore, 302 contrari, 19 astenuti). A favore, oltre a tutto il Ppe e le destre, hanno votato anche 19 socialisti (tra cui l'italiano De Castro), 20 liberali (tra cui gli italiani Calenda e Danti), e persino sei eurodeputati del M5S.

Ma il rischio che questo emendamento desse origine a uno snaturamento della riforma del sistema Ets, consegnandola nelle mani delle lobby industriali che vogliono frenare il Green Deal, ha provocato un improvviso cambio di strategia nella sinistra e tra i Verdi, che al momento del voto finale sul testo legislativo hanno votato contro, come la destra conservatrice e sovranista.

Con soli 265 voti a favore (sostanzialmente tutto il Ppe e tutto Renew, con in più 16 socialisti) e ben 340 voti contrari (Sinistra, Verdi e socialisti e democratici, più le destre), il testo è stato bocciato. Gli astenuti sono stati 34, tra cui la maggioranza degli eurodeputati del Pd.

A questo punto la plenaria ha vissuto scene davvero memorabili: la costernazione del relatore del Ppe, il tedesco Peter Liese, un navigatore abile ed espertissimo dell'Europarlamento, che non si aspettava assolutamente questa sconfitta; il capogruppo di Renew, Stéphane Séjourné, che rivolto alla capogruppo socialista, Iratxe García, indicava con le due mani la destra e la sinistra dell'Aula, accusandole di una convergenza contro natura per schiacciare il centro; la stessa Iratxe García che rispondeva unendo in parallelo i due indici e poi aprendo le braccia, a significare che il Ppe aveva voluto unirsi alla destra, e che questo aveva portato alla bocciatura dell'Aula; il presidente della commissione Ambiente, Pascal Canfin (francese di Renew) che andava a parlare con Liese per suggerirgli una via d'uscita. E in tutto questo la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che interveniva con molto humour e intelligenza per cercare di calmare le acque.

La soluzione che ha messo d'accordo e rimesso insieme la "maggioranza Ursula" (Ppe, S&D e Renew), la stessa che aveva votato nel 2019 la fiducia alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è stata quella di chiedere all'Aula il rinvio in commissione Ambiente del testo legislativo bocciato, come aveva probabilmente suggerito Canfin. Liese ha fatto la richiesta formale, accorata ("per favore, non uccidete la riforma dell'Ets") e la plenaria ha approvato con 495 voti a favore, 120 contrari e 16 astenuti.

Poco dopo, anche gli altri due testi del pacchetto "Fit for 55" che dovevano essere votati, ma che sono intimamente legati al testo bocciato - il nuovo Fondo sociale per il clima e i futuri "dazi climatici" (la carbon tax alle frontiere), sono stati rinviati nelle commissioni europarlamentari competenti per aspettare l'esito della nuova discussione sulla riforma dell'Ets.

La riforma dell'Ets riguarda innanzitutto una accelerazione della riduzione delle emissioni che si vuole conseguire al 2030 nei settori coperti dal sistema. La Commissione europea ha proposto di portare l'obiettivo del taglio delle emissioni per questi settori dal precedente 43% al 61% entro il 2030, in coerenza con il nuovo obiettivo complessivo del 55% per tutta l'economia Ue.

I "dazi climatici" (designati dalla sigla Cbam, meccanismo di compensazione delle emissioni di carbonio alle frontiere), saranno applicati all'importazione di alcuni prodotti (energia, cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti chimici) che provengono da paesi terzi in cui l'industria non è sottoposta a sistemi analoghi all'Ets In parallelo con l'entrata in vigore graduale di questi dazi climatici del Cbam, dovrebbero essere eliminate gradualmente le quote di emissioni gratuite di cui usufruiscono oggi le industrie ad alto consumo energetico, sottoposte al rischio di delocalizzazione fuori dall'Ue. I comparti industriali interessati sono gli stessi del Cbam, come è logico, visto che le quote gratuite sono una salvaguardia contro la concorrenza sleale dai paesi terzi, che in futuro verrà compensata proprio dai dazi climatici.

Ma l'industria cerca di strappare quanto più tempo possibile, in modo da godere almeno temporaneamente di una doppia protezione a livello internazionale. La Commissione europea, evidentemente influenzata da queste pressioni, ha proposto che l'abolizione graduale dei permessi gratuiti avvenga a cominciare dal 2026 per concludersi 10 anni dopo, nel 2035.

La commissione Ambiente del Parlamento europeo aveva chiesto invece di anticipare la data finale di ben cinque anni, al 2030. Ma il gruppo Renew, con l'appoggio di una parte dei Socialisti e Democratici, considerando molto improbabile che la plenaria condividesse in pieno l'ambizione ecologista della commissione Ambiente, aveva preparato una sorta di piano B, a cui sperava aderisse il Ppe: fissare il 2032 come data finale, pur sempre tre anni prima della scadenza prospettata dalla Commissione europea. Il Ppe, tuttavia, non aveva aderito a questa soluzione di compromesso, e si era andato piuttosto a cercare i voti a destra per tentare di ritardare la scadenza al 2034. Un gioco che non gli è riuscito.

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