Europee senza simbolo Pd? Calenda: "Pronto a candidarmi"

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di Mara Montanari La Tav. Poi la fabbrica. E oggi la presentazione di un pacchetto di proposte sul lavoro in Regione. I contatti con i presidenti di Regione (tra cui il governatore campano Enzo De Luca) per la definire una posizione unitaria del Pd sul dossier Autonomia. E ancora una iniziativa al Sud nei prossimi giorni. Lontano dal Palazzo, insomma. Una scelta precisa, quella di Nicola Zingaretti . "Non ha nessuna intenzione di infilarsi in certi gineprai. Stiamo sulle cose concrete", dicono i suoi.  Ma il neo segretario, ovviamente, del partito si sta occupando. E una griglia di prime decisioni sugli organigrammi è già partita. La novità è quella di Luigi Zanda tesoriere. "La pratica è a buon punto", si fa sapere. Poi c'è la questione vice. Potrebbero essere due e due donne: la piacentina Paola De Micheli, lungo cursus di incarichi nel Pd, e una new entry, sempre dall'Emilia. Si tratta di Stefania Gasparini, presidente del Pd provinciale di Modena. Sulla presidenza del partito il nome resta quella di Paolo Gentiloni.  L'ex premier, impegnato in questi giorni in un giro di conferenze "con incontri di alto livello" tra Stati Uniti e Gran Bretagna, lunedì è intervenuto al St. John’s College, Cambridge e ha parlato proprio del Pd di Zingaretti: "Dopo buoni risultati regionali, la straordinaria partecipazione di quasi 2 milioni di persone alla scelta del nuovo segretario Nicola Zingaretti è un grande segnale di fiducia nel Partito Democratico e di speranza per l’alternativa", ha detto l'ex presidente del Consiglio.  Per quanto riguarda le altre nomine, ovvero la nuova segreteria, se ne parlerà "dopo l'assemblea" del 17 marzo, spiega De Micheli. In quella riunione ci sarà la ratifica ufficiale a segretario del Pd. La platea dei delegati, eletti secondo le percentuali delle primarie, dovrebbe essere all'incirca: 660 per Zingaretti, 220 per Martina e 120 per Giachetti.  Dopo il 17 è prevista una puntata di Zingaretti in Basilicata, dove si vota il 24 marzo, ed in pista c'è un candidato unitario del centrosinistra. Soluzione per la quale Zingaretti si era speso anche durante la campagna congressuale. Una partita difficile ma che potrebbe riservare sorprese. Da Mdp si fa sapere che un sondaggio, uscito ieri, vedrebbe il centrosinistra sopra di un punto sul centrodestra, con i 5 Stelle terzi.  Oltre al lavoro in coalizione nelle regionali, potrebbe esserci un incontro sulle europee con Mdp. Roberto Speranza ha già detto essere disponibile al dialogo con Zingaretti sulle elezioni del 26 maggio. Intanto, ieri, il segretario dem ha visto Emma Bonino. "Più Europa vuole partecipare alla consultazione europea con il suo simbolo. Ma confrontarsi e trovare punti di battaglia comune è sempre utile", ha scritto Zingaretti su Facebook. E' atteso anche un confronto con Federico Pizzarotti di Italia in Comune.  Altro fronte poi è quello parlamentare. Dalle parti del neo segretario si conferma che non c'è alcuna intenzione di toccare i gruppi parlamentari. "Cosa che peraltro non è di nostra competenza". Certo il rapporto con i gruppi, a trazione renziana specie al Senato, rappresenta un'incognita per Zingaretti. Ed è già andata in scena la prima parte di un film che rischia di avere diverse repliche al Nazareno: il braccio di ferro tra renziani e zingarettiani. O, comunque, tra nuova e vecchia maggioranza nel Pd. A fare da scintilla la scelta della delegazione parlamentare da mandare in Assemblea, affidata ai gruppi. Si tratta indicare un centinaio tra deputati, senatori e europarlamentari. Una scelta alla fine rinviata, ma dopo qualche polemica.  Ieri mattina, infatti, a Montecitorio e palazzo Madama arriva la proposta di mandare tutti i parlamentari in Assemblea. Tutti parlano di 'lodo Franceschini': un modo per evitare conte e uno sgradevole 'chi sta con chi' a pochi giorni dal Congresso, è il senso. Alla Camera si decide quasi subito di rinviare la riunione, una scelta che di fatto apre al 'lodo Franceschini'. Al Senato, dove i renziani sono più combattivi, no. E la riunione del gruppo già convocata viene confermata. "Si sono rimangiati un accordo già fatto, che prevedeva 21 senatore a noi e 9 a loro", spiegano i renziani. "Hanno bisogno di posti perché devono accontentare tutti", dice uno dei senatori più vicini al vecchio segretario accusando la nuova maggioranza congressuale.  Dopo aver fatto il punto a palazzo Madama (anche se con assenze a partire da quella di Matteo Renzi stesso e di qualche 'ortodosso' come Davide Faraone) i renziani decidono di tenere il punto: "Zingaretti deve chiedere formalmente il rinvio della riunione", è la 'missiva' che viene inviata al primo inquilino del Nazareno. Alle 18, in apertura del Gruppo, Andrea Marcucci annuncia: "Ho ricevuto formale richiesta dal nuovo segretario di rinviare l'approvazione della lista di senatori per l'Assemblea". Alla fine si decide per un rinvio di una settimana: "Senza polemiche", assicura più di un senatore. Ma anche senza un accordo preciso. Così, sono diversi i senatori renziani che sottolineano: "Per noi l'accordo resta quello e il gruppo dovrà votare".

Carlo Calenda è soddisfatto dalla proposta di Nicola Zingaretti che avanza la possibilità di una lista aperta alle Europee con la disponibilità a rinunciare al simbolo del Pd per un progetto aperto. La disponibilità del governatore del Lazio di una lista unitaria alle Europee senza il simbolo dem è un passo verso il suo Fronte Repubblicano? "Sì", risponde secco Calenda all'AdnKronos. Zingaretti quindi è sulla strada giusta? Sarebbe disponibile a impegnarsi in prima persona, da candidato, in questa lista? "Rispondo di sì ma al momento - sottolinea l'ex ministro - non voglio dire di più". La questione del simbolo è "secondaria" specifica Calenda. Che ci sia o meno il simbolo del Pd o di altre formazioni, quello che conta è che si arrivi a costruire "una lista unitaria delle forze europeiste". "Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle elezioni europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste", spiega ancora. Quindi puntualizza: "La questione se insieme al nome della lista rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona". 

RICHETTI - Per Matteo Richetti, il tema dei confini del Pd è stato già affrontato nella mozione congressuale con cui è candidato, in ticket con Maurizio Martina, alle primarie nazionale. Per questo definisce la proposta di Zingaretti "un punto aperto sul quale abbiamo già dato ampia disponibilità". Oggi "la scena politica italiana e internazionale richiede davvero una ripartenza che segni anche un nuovo inizio, anche sulle forme della politica. E' un percorso che non si chiude il 26 maggio, ma le europee sono una tappa fondamentale e anche lì va messa in campo la disponibilità a costruire qualcosa di più largo del solo Pd". Il senatore dem, rintracciato dall'AdnKronos nel corso del suo 'tour' congressuale, parla della necessità di dare via a "uno spazio di coinvolgimento più ampio del solo Pd, a partire dalle europee, dove è fondamentale unire tutti coloro che fanno dell'europeismo e della democrazia un riferimento contro chi sta posizionando l'Iitalia contro e fuori dall'Ue, indebolendone democrazie e istituzioni". Richetti parla quindi di "grande interesse sulla proposta di Calenda, sul movimento 'Facciamo rete' di Becchetti e Magatti. Ma, oltre alle europee, c'è una riflessione che dice si vada verso la prossima Assemblea del Pd eletta alle primarie come Assemblea costituente di qualcosa di più ampio, di un grande movimento dei democratici italiani". In questa cornice, nel ragionamento di Richetti affrontare il tema del simbolo del Pd è una naturale conseguenza: "Come con l'Ulivo, nel dare forma alla coalizione ci fu una gradualità anche rispetto alla presenza dei partiti. Credo si possa immaginare un simbolo nuovo che contenga le forze politiche che lo compongono ma non solo, anche movimenti e dinamiche associative. Ma il simbolo va di pari passo con il progetto: se il progetto è nuovo e ampio, sarebbe improbabile pensare a non modificare e innovare la forma oltre che la sostanza". 

MARTINA - “Io mi candido alla guida del Pd perché penso che non ci possa essere alternativa a Lega e Cinque stelle senza questa comunità - dice Maurizio Martina - Per le europee, che coincideranno tra l’altro anche con il voto in tanti comuni, dobbiamo promuovere una lista aperta che si rivolga ai tanti democratici e riformisti che vogliono battersi per la nuova Europa". Per Martina "non si tratta di rinunciare al simbolo Pd ma di concorrere a una proposta più larga. So che Carlo Calenda insieme a tanti altri sta lavorando a un Manifesto di progetto e guardo con molto interesse a questo sforzo. Aspettiamo di conoscerne i contenuti ma è di certo una prospettiva interessante”. “Per me il simbolo del Partito democratico è un patrimonio di cui andare orgogliosi - sottolinea - Esprime l’impegno di migliaia di persone che si battono per un’Italia più giusta". "Il punto - spiega - non è rinunciarvi ma metterlo al servizio insieme ad altri per una grande battaglia per la nuova Europa contro i nazionalpopulisti di casa nostra".  

BOCCIA - "Prima di parlare di liste dobbiamo capire quali sono i valori con cui il Pd esce dal congresso. Le liste si fanno sui valori". E quelli di Francesco Boccia guardano a sinistra. "Per capirci: una cosa è En Marche. Un'altra è una nuova alleanza sociale", dice all'Adnkronos il candidato alla segreteria dem oggi in Calabria per la campagna congressuale. Su Nicola Zingaretti e la sua proposta di una lista per europee aperta tanto da ipotizzare anche di mettere da parte il simbolo Pd, Boccia osserva: "Il problema non è se facciamo una lista, ma per cosa la facciamo. Se è per unire o se è per prendere qualche voto in più con quelli che poi il giorno dopo si dividono da noi, non ha senso". E sul simbolo: "Non lo so, vedremo. Il simbolo del Pd e quello dell'Ulivo ce li ho nel cuore". "Io voglio aprire il Pd, il mio è un Pd a porte aperte. Detto questo - argomenta - se mettiamo in campo una lista unitaria, come ai tempi dell'Ulivo, dobbiamo intenderci per fare cosa. Se chi viene ha la nostra visione sull'economia sostenibile, sul no al Jobs Act, sulla scuola aperta a tempo pieno stiamo parlando della stessa alleanza politica. Se invece vengono da noi quelli che hanno una visione diversa allora stiamo parlando solo di un cartello elettorale e io non sono d'accordo". Per una lista unitaria si rivolgerebbe ai fuoriusciti Pd? "Chi è uscito ha sbagliato. Ma a me hanno insegnato - dice Boccia - che la politica guarda al futuro, non al passato. Io guardo alla possibilità di mettere insieme i Verdi tedeschi, Corbyn, Podemos, i socialisti portoghesi. Una lista ampia e unitaria in Europa. Se fai questo, metti dentro tutti nel Pd. Lo sanno Vendola, Civati, Laforgia, Bersani, Bonelli dei Verdi. Per me non ha senso che stiamo in partiti diversi. Il Pd può essere il partito di tutti". Ma lista unitaria con o senza il simbolo del Pd? "Questo non lo so, vedremo. Ma su questo punto io sono di parte -risponde Boccia - perché il simbolo del Pd e quello dell'Ulivo ce li ho nel cuore. Quando vado a votare, se non trovo il simbolo del Pd mi sento perso. Non lo so, vedremo. Io i simboli del Pd e dell'Ulivo comunque li porto sempre con me, ce li ho stampati addosso...".  

MARCUCCI - Secondo il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, "per le europee dobbiamo mettere in campo l'alleanza più larga possibile e mettere insieme i liberali, i progressisti, gli ambientalisti e tutti coloro che vogliono un'Europa aperta, competitiva e solidale". "Dobbiamo battere lo schieramento di Salvini e Kaczinski e l'armata Brancaleone che sta costruendo Di Maio - sottolinea all'Adnkronos - Le elezioni europee rischiano di rappresentare uno spartiacque decisivo: deve essere la nostra priorità".  

MORASSUT - Roberto Morassut, deputato del Pd, considera "importante e coraggiosa la dichiarazione di oggi di Zingaretti che immagina una lista aperta alle europee anche con un simbolo diverso dal Pd". "Il processo di rilancio 'democratico' non può eludere il tema della denominazione e dell’immagine di un nuovo soggetto politico che deve costituirsi, a partire dal congresso attuale del Pd, come un soggetto largo ed elastico, capace di 'muoversi' in una dimensione politica e comunicativa del tutto diversa da quella dei tradizionali partiti", prosegue. "In questo senso una lista aperta e con spiccate caratteristiche civiche è un primo passo visibile per rifondare tutto il Pd nella direzione di in grande movimento democratico popolare e non populista: i Democratici. Zingaretti si muove nella direzione giusta e col passo giusto”, conclude Morassut.  

CORALLO - Critiche arrivano da Dario Corallo, candidato alla segreteria. "Ora pare che il problema del Partito democratico sia il simbolo - scrive sulla sua pagina Facebook - Pur di mascherare il proprio fallimento sono disposti a nascondere lo smantellamento del Partito dietro il cambio del nome o del simbolo". "Questa è l’ennesima trovata di un gruppo dirigente che non riesce neanche a comprendere quale sia il vero problema e che, convinto di non aver fatto nulla di sbagliato, cerca di scaricare le responsabilità su altro - prosegue Corallo - Il tutto senza chiedere alcun parere agli iscritti. 'Abbiamo comunicato male', 'gli italiani non hanno capito', 'il sud voleva il reddito di cittadinanza' e ora, 'il simbolo è sbagliato'. Proviamo a dirlo con le parole più semplici del mondo: le ragioni del fallimento stanno nel fatto che non avete la minima idea di quali siano i problemi delle persone perché non li vivete sulla vostra pelle". "E poiché già sapete che le elezioni europee saranno un disastro, provate sin da ora a trovare delle scuse per non intestarvi quella sconfitta. Ma fino a quando avremo la tessera del Partito in tasca non permetteremo di liquidarlo di nascosto. Io non lo permetterò", conclude Corallo. 

BOLDRINI - Laura Boldrini apprezza invece la proposta di Zingaretti di "costruire per le prossime elezioni europee una lista unitaria e aperta al mondo della scuola, del lavoro, ai giovani e all’associazionismo". "È una prospettiva sulla quale io stessa sto lavorando da mesi perché sono convinta che per suscitare interesse e partecipazione, soprattutto dei giovani, serva presentarsi alle prossime elezioni europee con una proposta inedita e innovativa, senza simboli di partito, nella quale si riconoscano le tante realtà sociali che negli ultimi anni non si sono più sentite rappresentate dalle forze progressiste", aggiunge l'esponente di Leu. "Il voto del 26 maggio sarà determinante per il futuro, si confronteranno due visioni alternative di società per l’Italia e per l’Europa. Soltanto unendo le forze e aprendo alle migliori energie della nostra società sarà possibile contrastare la deriva nazionalista e costruire il progetto di un’Europa nuova", conclude. 

SONDAGGISTI - Sull'ipotesi di un cambio si trovano d'accordo anche i sondaggisti. "Può essere accantonato per le europee e anche sostituito" ma "si tratta di una operazione che può funzionare solo se la leadership del partito diviene forte e autorevole" dicono. L'apertura di Zingaretti non sorprende quindi i sondaggisti interpellati dall'AdnKronos. Per Renato Mannheimer, sul simbolo, sul cambiamento, non ci sono più i rischi di prima: "Una volta - sottolinea il fondatore di Ispo - nella prima repubblica, il simbolo era essenziale" con gli "elettori che votavano il simbolo più che il leader". Quindi "cambiarlo - sottolinea l'analista - sarebbe pericoloso ma non disastroso" visto che oggi "conta più il leader". E "se Zingaretti fosse capace di assumere una leadership forte, la cosa potrebbe andare" ma "bisogna veder che progetto c'è dietro", conclude Mannheimer. Per Maurizio Pessato di Swg, "la cosa si può fare e potrebbe avere senso" ma certo "bisogna vedere se c'è tempo, se trovano accordo nel Pd, se si arriva a una proposta condivisa". E "si deve vedere se si sposta poi il problema dal logo, dal simbolo alla proposta politica ampia". Ma "per funzionare all'interno del Pd non deve esser vista come una cosa che faccio 'io contro di te' o 'tu contro me'". Di certo, il cambio di simbolo "è una cosa che in funzione del voto europeo potrebbe essere una strada da intraprendere, mentre la vedo più difficile sul piano nazionale" sottolinea il sondaggista di Swg. "A favorire questa svolta potrebbe essere il fatto che il 26 maggio si vota con il proporzionale e non si vota per il governo nazionale, diminuendo così la necessità di mostrare una identità forte, come forza politica". "La questione è semplice: se si tratta di costruire un fronte allargato, se l'idea del cambio di simbolo presuppone questo fronte nuovo, come sembra, allora è una cosa che va bene", dice Luca Comodo di Ipsos. "La leadership è importante e centrale, ci deve per questo essere una certa capacità di Zingaretti, ammesso che sia lui il vincitore delle primarie".