Eva, appena nata da una mamma positiva al virus

“In un quadro virale di polmonite, siamo riusciti a portare a termine un parto spontaneo. È stata un'esperienza positiva, un bel messaggio per le Marche e un momento di grande felicità per la mamma, per tutti noi e per i colleghi che sono fuori. Possiamo farcela!”.

Così Filiberto Di Prospero, primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Civitanova, ha annunciato la nascita di Eva: femmina, due chili e tre e, soprattutto, sana.

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La mamma, 37 anni, è positiva al coronavirus. Il nosocomio dove ha partorito è ormai diventato un centro di riferimento regionale per le maternità legate alla positività al Covid-19: sette posti letto per neo-mamme alle prese con l’epidemia.

Che cosa cambia rispetto a un parto in “normali” condizioni di salute? Parecchio. Innanzitutto, ha spiegato il primario, il fatto che “vi è necessità di isolamento per possibilità di infezione di persone vicine e operatori”. Fondamentale poi “il monitoraggio della funzione respiratoria, più frequentemente compromessa” per le donne in gravidanza, visto che il pancione fa espandere meno i polmoni.

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Il parto (naturale) di Eva, comunque, è andato bene e la mamma “è stabile, non ha la febbre e non ha bisogno di assistenza respiratoria” anche se “dovrà osservare un periodo di isolamento come tutti, una volta dimessa”, ha detto ancora Di Prospero, aggiungendo che la nascita della piccola ha avuto risonanza anche all’estero, tanto che “mi hanno chiamato pure da Turchia e Inghilterra”.

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    Da lunedì 18 maggio sono disponibili in tutti i punti vendita Lidl le mascherine filtranti ad uso della collettività, 100% Made in Italy, con 3 strati di tessuto non tessuto (Tnt), al prezzo di 9,99 euro la confezione da 10 pezzi.  Così Lidl Italia, catena di supermercati con oltre 650 punti vendita su tutto il territorio nazionale, aderisce al piano di Confindustria Moda, Cna Federmoda e Sportello Amianto Nazionale per il supporto della filiera del tessile-moda.  Un’iniziativa che ha messo a sistema importanti attori dell’economia del Paese e che si è concretizzata grazie al piano denominato 'Riconversione industriale nazionale Emergenza Covid' realizzato con l’obiettivo di raccogliere candidature di aziende operanti nel tessile-moda in grado di riconvertire la propria produzione in quella di mascherine, fondamentali in questo periodo di emergenza economico-sanitaria.  Dal momento del suo annuncio, il progetto di industria manifatturiera etica denominato 'Italia per Italia' (www.italiaperitalia.it) ha raccolto l’adesione di oltre 400 aziende anche grazie al coordinamento di PwC Italia che, insieme alle realtà associative, ha contribuito ad armonizzare le norme e le indicazioni dello Stato con le dinamiche di questa nuova dimensione industriale.  "Siamo orgogliosi di poter aderire ad un progetto di così grande valore, che ci permette di sostenere uno dei comparti più colpiti dall’emergenza Coronavirus. Questa partecipazione si inserisce all’interno di un più ampio piano aziendale a sostegno dell’economia del Paese, denominato 'Lidl per l’Italia' - sottolinea Massimiliano Silvestri, presidente di Lidl Italia - Un programma che comprende la valorizzazione della filiera agroalimentare italiana, anche grazie all’export di prodotti locali nei Paesi europei e del mondo in cui siamo presenti, la continua creazione di posti di lavoro sul territorio e gli investimenti immobiliari nella nostra rete vendita".

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    AGI

    Al via i test sierologici per 150mila italiani in 2mila Comuni

    Al via da oggi l'indagine di sieroprevalenza ​dell'infezione da virus SarsCoV2, predisposta da Ministero della Salute e Istat, con la collaborazione della Croce Rossa Italiana, per capire quante persone nel nostro Paese abbiano sviluppato gli anticorpi al nuovo Coronavirus, anche in assenza di sintomi.Il test verrà eseguito su un campione di 150mila persone residenti in duemila Comuni, distribuite per sesso, attività e sei classi di età. Gli esiti dell'indagine, diffusi in forma anonima e aggregata, potranno essere utilizzati anche per altri studi scientifici e per l'analisi comparata con altri Paesi europei.Per ottenere risultati affidabili e utili è fondamentale che le persone selezionate per il campione aderiscano. "Partecipare non è obbligatorio \- sottolinea la Croce Rossa - ma conoscere la situazione epidemiologica nel nostro Paese serve a ognuno di noi". Le persone selezionate saranno contattate al telefono dai centri regionali della Croce Rossa Italiana (sono circa 700 i volontari) per fissare, in uno dei laboratori selezionati, un appuntamento per il prelievo del sangue.Il prelievo potrà essere eseguito anche a domicilio se il soggetto è fragile o vulnerabile. Al momento del contatto verrà anche chiesto di rispondere a uno specifico questionario predisposto da Istat, in accordo con il Comitato tecnico scientifico. La Regione comunicherà l'esito dell'esame a ciascun partecipante residente nel territorio.In caso di diagnosi positiva, l'interessato verrà messo in temporaneo isolamento domiciliare e contattato dal proprio Servizio sanitario regionale o Asl per fare un tampone naso-faringeo che verifichi l'eventuale stato di contagiosità. La riservatezza dei partecipanti sarà mantenuta per tutta la durata dell'indagine.A tutti i soggetti che partecipano, sarà assegnato un numero d'identificazione anonimo per l'acquisizione dell'esito del test. Il legame di questo numero d'identificazione con i singoli individui sarà gestito dal gruppo di lavoro dell'indagine e sarà divulgato solo agli enti autorizzati.​

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  • Fase 2, virologo: "La tanto temuta esplosione non c'è stata"
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    Fase 2, virologo: "La tanto temuta esplosione non c'è stata"

    "Se avessimo dovuto vedere qualche segnale preoccupante questo ormai si sarebbe delineato. Consideriamo che un rilascio parziale del lockdown è iniziato il 4 maggio, altre aperture proseguiranno, anche se divertimenti, teatri, avvenimenti sportivi sono ancora interdetti. Sono passati più di 14 giorni, che è il periodo di incubazione, direi che la tanto temuta esplosione non c'è stata". Lo dice in un'intervista a 'La Nazione', 'Il Giorno' e 'Il Resto del Carlino' Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia. "Abbiamo anzi avuto un rallentamento generalizzato dell'Rt - spiega - cioè dell'indice di riproduzione basale del virus, ma non deve essere solo l'indice di contagio a determinare le riaperture nelle regioni, ci sono anche altri indicatori. Adesso sappiamo dai dati epidemiologici che in Lombardia il virus è circolato nel 10-15% della popolazione, in altre regioni il 3%. Se prendiamo l'Italia nel complesso, ben più del 90% della popolazione è ancora esposta, quindi il problema di una riaccensione c'è sempre. Ma i numeri importanti sono anche quelli del calo dei ricoverati nelle rianimazioni e della positività dei tamponi (meno dell'1%), che vanno considerati". "Sappiamo che c'è una risposta immunitaria anche nei confronti del Sars-CoV-2 - sottolinea ancora l'esperto - Un lavoro dell'Università di California e un altro della Charité di Berlino documentano cellule T memoria circolanti che inducono la produzione di anticorpi cross reattivi contro virus del raffreddore e virus della Sars, e riconoscono anche la porzione S2 di Sars-CoV-2. In un certo senso stiamo imparando a conoscere l'importanza dell'immunità cellulare nell'eliminare l'infezione in atto". "Anche le nazioni che non hanno applicato il lockdown" per contenere l'epidemia di nuovo coronavirus "a un certo punto sembrano registrare un decremento di positivi sovrapponibile al nostro. Il che ci fa ipotizzare e sperare una regressione estiva, analogamente agli altri coronavirus e a tutti i virus respiratori", afferma ancora Palù, sottolineando che rispetto ai suoi simili, Sars-CoV-2 è apparso comunque "molto più contagioso: gli altri virus hanno infettato solo 10mila persone - osserva il past president della Società europea di virologia - mentre con questo ormai siamo a 5 milioni. Ma non ha una letalità paragonabile agli altri, anche se oggi in Italia, in base ai tamponi fatti, dobbiamo ammettere una letalità superiore al 14%". Un dato non definitivo, precisa l'esperto, perché "il tasso di letalità vero lo avremo quando saranno pubblicati gli studi basati sui test sierologici. I dati cinesi ci dicono che circa l'80% di chi ha contratto il virus è asintomatico, ma aspettiamo di sapere anche i valori statunitensi ed europei, perché ormai tre quarti della pandemia è da noi".  Quanto ai test sierologici per la ricerca degli anticorpi contro Covid-19, Palù dice no allo screening di massa: "Vanno fatti a strati per età, genere, occupazione e residenza su qualche decina di migliaia di persone". E i tamponi? "Il tampone è diventato un procedimento salvifico - risponde il virologo - ma ha una sensibilità del 60%. E adesso sta emergendo anche il caso dei falsi positivi. E' un elemento diagnostico che va studiato assieme alla sorveglianza sindromica, alla sierologia, all'isolamento del virus che nessuno fa perché non lo sanno fare". Ma se riparte l'epidemia, si dovrà chiudere di nuovo? "Non possiamo permettercelo, sarebbe la morte economica", ammonisce il virologo che ci tiene a definirsi così "di fronte a tanti sedicenti tali che non ho mai conosciuto". Vari "personaggi da talk show che parlano l'uno contro l'altro senza avere mai pubblicato un lavoro su una rivista di virologia". L'esperto, che è stato presidente della Società europea di virologia, nonché fondatore e presidente della Società italiana di virologia, riflette sul primo lockdown e conferma che andava fatto: "La riprova è la diminuzione di casi. Era un virus nuovo, pandemico", mentre "nessun coronavirus conosciuto è mai stato pandemico", ricorda. Sottolineando anzi che sulla chiusura di marzo si è perso tempo: "Per 20 giorni - osserva - i nostri politici hanno discusso se mettere in quarantena i cinesi, ma non si poteva farlo per non discriminarli come i migranti. Hanno chiuso i voli dalla Cina, ma nessuno ha voluto controllare gli europei che tornavano da laggiù. Il buonismo ci ha condannati", dice il virologo.  Se Covid-19 rialzerà la testa non potremo tornare al lockdown, ribadisce Palù, ma sarà necessario "avere prudenza e tracciare i contatti. Quando si scopre un positivo bisogna risalire a chi è venuto in contatto con lui non per chiudere altre zone rosse, ma per isolare immediatamente queste persone". A casa "o in qualche albergo vuoto. Non certo negli ospedali - puntualizza - come ha fatto la Lombardia che ha ricoverato il 70% dei positivi contro il 20% del Veneto. Il modello - insiste - è avere presidi territoriali, controlli, tracciabilità, un sistema epidemiologico regionale in grado di raccogliere i dati dai presidi di igiene e sanità locali, dai medici di medicina generale o del lavoro, dalle industrie". "Bisogna avere una sorveglianza biologica", continua l'esperto. "In Veneto c'è già stato un trial con una decina di industrie e la percentuale di positivi non ha mai superato l'1%. Significa che i nostri industriali sono molto accorti in quello che fanno", evidenzia, avvertendo tuttavia come - a parte gli anziani che restano i più vulnerabili - i più esposti a un nuovo contagio sono "i lavoratori, a partire dai medici. Molti ne sono stati veicoli inconsapevoli, lavorando senza protezioni. E' stata una grave ignoranza", commenta Palù. "Colpevole - aggiunge - perché la Sars ci aveva insegnato come circolano i coronavirus".

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    "Non si hanno certezze" che il coronavirus Sars-CoV-2 sia diventato più buono. L'epidemiologo Vittorio Demicheli, alla guida della task force della Regione Lombardia per l'emergenza Covid-19 e direttore sanitario dell'Ats di Milano, chiama in causa piuttosto "un fenomeno che gli inglesi chiamano harvesting. Il virus ha fatto la cosiddetta 'mietitura' - spiega in un'intervista al 'Corriere della Sera' - ha accelerato quindi il percorso clinico di persone fragili, in molti casi con altre patologie. Può essere che ora abbia consumato il bacino dove poteva fare più danni e si presenti con letalità contenuta". L'esperto analizza l'ultimo dato delle morti in Lombardia, ieri pari a zero dopo 3 mesi di numeri quasi sempre a tripla cifra. "I flussi provenienti dalla rete ospedaliera e le anagrafi territoriali oggi non hanno segnalato decessi", hanno motivato dalla Regione. "Restano da fare verifiche coi Comuni, ma" per Demicheli "il segnale resta chiaro. E non ci sarebbe troppo da sorprendersi. Man mano che l'epidemia anche in Lombardia retrocede, si ragiona su numeri sempre più piccoli. Il dato dei decessi - sottolinea l'epidemiologo - rispecchia l'andamento anche se indica sempre storie cliniche iniziate qualche settimana prima. E una conseguenza anche del dato che emerge dalle terapie intensive".  "A morire" infatti "sono quasi sempre i malati più gravi che spesso erano intubati. Se il numero nelle ultime settimane è sceso da oltre 1.300 ai 197 di ieri - osserva l'esperto - significa che sono molte meno anche le persone con un quadro clinico compromesso. I dati vanno letti nel loro complesso", puntualizza. E se è vero che c'è ancora gente che entra in terapia intensiva, questi malati sono "pochissimi. In alcuni casi sono pazienti già ricoverati che necessitano di sostegno respiratorio".