“Through Our Eyes”, la Siria vista con gli occhi dei bambini nel progetto Still I Rise

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Questa è la foto di Amina, il cui sogno è quello di diventare un medico per alleviare il dolore delle persone. Foto scattata da Siba, 13 anni (Photo: Siba)
Questa è la foto di Amina, il cui sogno è quello di diventare un medico per alleviare il dolore delle persone. Foto scattata da Siba, 13 anni (Photo: Siba)

“Through Our Eyes” (Attraverso i nostri occhi). Dopo l’esperienza e le forti testimonianze raccolte sull’isola di Samos, il progetto fotografico di Still I Rise approda nel Nord Ovest della Siria, precisamente nella città di Ad Dana, a un’ora da Idlib. Qui sorge infatti Ma’an, il centro educativo avviato dall’organizzazione no profit nell’agosto 2020 e rivolto a bambini vulnerabili tra i 10 e 15 anni.

Da gennaio a giugno 2021, sono otto gli studenti che hanno partecipato al Laboratorio di Fotografia: a guidarli è stato Mahmoud Faisal, fotografo siriano, in coordinamento con Nicoletta Novara, ideatrice della mostra.

Anche in Siria, come in Grecia, lo sguardo degli studenti dietro la macchina fotografica si posa sulle loro vite al limite, all’interno di tende gelide, sistematicamente inondate dalle piogge durante l’inverno e strette nella morsa di un caldo soffocante d’estate.

Avevo una casa, ma ora solo una tenda è il mio rifugio. Avevo una città, ma ora questo campo è la mia città. Foto scattata da Tammam, 15 anni (Photo: Tammam)
Avevo una casa, ma ora solo una tenda è il mio rifugio. Avevo una città, ma ora questo campo è la mia città. Foto scattata da Tammam, 15 anni (Photo: Tammam)

Nelle fotografie vediamo bambini che sognano, un giorno, di diventare dottori e altri che si cibano degli avanzi trovati per strada. Bambini che giocano nel fango, intrappolati in una vita che non lascia spazio all’innocenza. Bambini terrorizzati di dover passare tutta la loro vita in una tenda, in condizioni disumane, con la guerra come inossidabile compagna.

Questa bambina sta mangiando lo scarto di qualcun altro. Foto scattata da Yousef, 13 anni (Photo: Yousef)
Questa bambina sta mangiando lo scarto di qualcun altro. Foto scattata da Yousef, 13 anni (Photo: Yousef)

Dalle foto degli studenti di Ma’an non traspare speranza per un futuro migliore. Nonostante i ragazzi rivelino una grande forza che li porta a non darsi per vinti, allo stesso tempo appaiono rassegnati a dover convivere con una situazione terribile e difficilmente sanabile.

Eppure, al di là della durezza della vita quotidiana, il loro sguardo svela anche una profonda poesia: un raggio di sole che trafigge la terra martoriata; uno stelo di fiori gialli che appare nel mezzo di un campo a primavera; un sasso lanciato in uno stagno, simbolo ed espressione di un inequivocabile stato d’animo.

Bellissimo tramonto a fine giornata. Foto scattata da Marah, 12 anni (Photo: Marah)
Bellissimo tramonto a fine giornata. Foto scattata da Marah, 12 anni (Photo: Marah)

Le lezioni del Laboratorio di Fotografia hanno insegnato agli studenti come utilizzare la macchina fotografica in maniera semi professionale: esattamente come a Mazì a Samos, anche a Ma’an in Siria sono state consegnate alla fine del corso delle macchinette Kodak usa e getta, affinché potessero scattare istantanee della loro vita al di fuori della scuola.

Questa bambina viveva in una casa, ma quando ha lasciato il suo paese, si è trasferita in una tenda soffrendo freddo, pioggia e fango. Foto scattata da Hala, 13 anni (Photo: Hala)
Questa bambina viveva in una casa, ma quando ha lasciato il suo paese, si è trasferita in una tenda soffrendo freddo, pioggia e fango. Foto scattata da Hala, 13 anni (Photo: Hala)

Tuttavia, i problemi logistici e tecnici sono stati notevoli e hanno rivelato la preoccupante censura che la popolazione siriana è costretta a subire. Non riuscendo a trovare macchinette fotografiche usa e getta nel territorio siriano, Still I Rise le ha comprate in Turchia per poi spedirle a Ma’an. Questo processo, apparentemente semplice, si è dovuto però scontrare con il sistematico sequestro del materiale fotografico al confine tra i due Paesi. Di fatto si impedisce alla popolazione di dotarsi del materiale tecnico necessario per documentare, registrare e denunciare quello che succede da più di 10 anni in Siria.

La situazione degli sfollati che aspettano di ricevere il carbone per il riscaldamento a causa della mancanza di elettricità e gasolio. Foto di Marah, 12 anni (Photo: Marah)
La situazione degli sfollati che aspettano di ricevere il carbone per il riscaldamento a causa della mancanza di elettricità e gasolio. Foto di Marah, 12 anni (Photo: Marah)

Allo stesso tempo, sono state riscontrate forti difficoltà nello sviluppo dei negativi: per gli studenti e le studentesse di Ma’an ha significato dover ricominciare il lavoro da capo. Per questo motivo, le fotografie in mostra sono state scattate non solo con Kodak usa e getta, ma anche con cellulari e con la macchina fotografica della scuola.

La storia si ripete, purtroppo. Fare fotografie o registrare video è vietato anche all’interno del campo profughi di Samos. Ed è sotto questa luce che “Through Our Eyes” assume un significato ancora più profondo e importante: un vero atto di ribellione contro tutte quelle restrizioni che vorrebbero mettere a tacere chi vuole denunciare la costante violazione dei diritti umani fondamentali.

Ai bambini piace la vita, ma questi bambini è come se fossero incatenati alla vita di queste piccole tende. Foto scattata da Tammam, 15 anni (Photo: Tammam)
Ai bambini piace la vita, ma questi bambini è come se fossero incatenati alla vita di queste piccole tende. Foto scattata da Tammam, 15 anni (Photo: Tammam)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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