Fabbriche e stabilimenti italiani pericolosi per la salute e per l'ambiente

Lavoro e salute. Due diritti che dovrebbero convivere, ma nella realtà spesso entrano in contrasto tra di loro. Se la Costituzione italiana li tutela, la cronaca di questi giorni ci ricorda drammaticamente che troppo spesso vengono calpestati entrambi. Il caso sulla bocca di tutti è quello dell’impianto siderurgico dell’Ilva di Taranto dove è stato proclamato il sequestro dell’area a caldo e l’ordinanza di custodia cautelare di otto dirigenti nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. Alla base del provvedimento due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) che individuano a carico, tra gli altri, del proprietario dello stabilimento pugliese Emilio Riva e di suo figlio Nicola, accuse pesantissime: dal disastro colposo e doloso all’avvelenamento di sostanze alimentari, dall’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro al danneggiamento aggravato di beni pubblici fino al getto e sversamento di sostanze pericolose e all’inquinamento atmosferico.

Su Yahoo! Finanza il commento sull'Ilva di Taranto e i diritti negati: quando si arriva a dover scegliere tra salute e lavoro

La posta in gioco all’Ilva di Taranto, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, è altissima sia sul fronte del lavoro che della salute. Da un lato si tratta, infatti, di oltre 11mila dipendenti diretti che rischiano il posto, dall’altro di 386 vittime tra il 1998 e il 2010 che secondo il gip sono attribuibili alle emissioni industriali. Il numero dei morti potrebbe, però, enormemente salire vista l’incidenza, ancora da accertare con esattezza, sulla mortalità per patologie cardiovascolari, patologie respiratorie e tumori maligni. Al centro dell’attenzione la diossina. L’Ilva ne emetteva nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova. Anche in questo caso numeri da valutare.

Il caso di Taranto è solo l’ultimo di una lunga serie di fabbriche inquinanti.
Di recente attualità giudiziaria è la ditta Eternit di Casale Monferrato. La cittadina piemontese in provincia di Alessandria ha ospitato tra il 1907 e il 1986 un insediamento produttivo che ha assunto circa 5000 persone. Solo dagli anni ’70 si comincia a notare la drammatica sequenza di patologie professionali legate all’esposizione di amianto. E c’è voluto altro tempo per capire che il significativo incremento dei morti per mesotelioma anche in soggetti con anamnesi lavorativa negativa aveva le stesse ragioni. Oggi le famiglie che contano un congiunto morto a causa dell’esposizione di sostanze inquinanti sono almeno 1800. Solo nel febbraio di quest’anno si è concluso il processo che ha condannato i due manager dell’Eternit, il barone belga Louis De Cartier e il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, a 16 anni di reclusione per disastro doloso e per omissione dolosa di misure infortunistiche. 

Dal Piemonte alla Sicilia l’inquinamento industriale continua a lasciare il segno. Nella terra di Trinacria non si può non citare il polo petrolchimico siracusano, il più grande d’Europa, che dagli anni ‘50 sorge in un’area compresa nel territorio dei comuni di Melilli, Priolo Gargallo e Augusta. La concentrazione di raffinerie di petrolio greggio, impianti di produzione di derivati chimici del petrolio e numerose aziende dell’indotto, ha provocato veri e propri disastri ambientali: inquinamento delle falde acquifere, l’abbassamento di svariati metri delle falde d’acqua potabile, incendi, esplosioni, emissioni improvvise di nubi maleodoranti e stranamente colorate.

A partire dagli anni ‘70 è avvenuta la chiusura di diversi impianti e stabilimenti, ma ancora si discute sul piano di bonifica dell’intera area industriale. Nell’attesa che vengano individuate responsabilità precise restano gli effetti sulla popolazione. All’inizio degli anni ‘90 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) tra la popolazione residente nei comuni dell’area Augusta-Priolo, ha riscontrato eccessi di mortalità tra gli uomini per cause tumorali pari al 10% in più rispetto alla media regionale. Aumentano anche le segnalazioni di nascita di bambini malformati. Dubbi simili anche per il polo petrolchimico di Gela, inaugurato nel 1965 su iniziativa di Enrico Mattei presidente dell’Eni. Qui le persone che attualmente lavorano alle dipendenze della Polimeri Europa sono circa 300, alle quali si aggiungono circa 3400 operai delle ditte esterne.

Risalendo la nostra Penisola meritano una menzione lo stabilimento petrolchimico di Porto Marghera e l’acciaieria Ferriera di Trieste. Nel primo caso la giustizia ha fatto il suo corso condannando nel 2004 in secondo grado, sentenza poi confermata nel 2006 in Cassazione, 5 ex dirigenti della Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico. Imputato numero uno il Cvm, il cloruro di vinile monomero. A Trieste, invece, è ancora tutta da stabilire la verità sui danni provocati dalla Ferriera. Se i circa 500 posti di lavoro sembrano essere salvi almeno fino al 2015, i massicci superamenti  di sostanze come la diossina e  il benzo(a)pirene, ripetutamente denunciati da esperti e associazioni, non hanno ancora portato a un processo.

Purtroppo l’Italia è ricca di storie di discariche, acciaierie e impianti chimici che hanno gravemente danneggiato il territorio e la salute della gente. E i numeri mettono i brividi. Basti pensare che le vittime in eccesso, uccise dall’inquinamento, secondo lo studio Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità, sarebbero circa 10 mila su una popolazione interessata di 5,5 milioni di persone.

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