Falchi, coyote, babuini: le città fanno da autogrill alle specie in difficoltà

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Peregrine Falcon (Photo: Vicki Jauron, Babylon and Beyond Photography via Getty Images)
Peregrine Falcon (Photo: Vicki Jauron, Babylon and Beyond Photography via Getty Images)

Coppie di falchi pellegrino che nidificano sui campanili di Bologna, aironi lungo i canali milanesi e volpi a caccia negli storici parchi di Roma. Lontre e coyote che si affacciano nelle città statunitensi. Bande di babuini che in Sudafrica fanno sempre più spesso irruzione nelle aree urbane. È l’inurbamento degli animali, con molte specie selvatiche che si spingono fino alle porte delle città e oltre, alla ricerca di migliori condizioni per crescere e prosperare.

Questa presenza viene spesso dipinta come un problema, ma potrebbe diventare un’opportunità per la difesa di specie a rischio. Le città, se adotteranno accurate pratiche di gestione della biodiversità, potranno aiutare a contrastare la crisi biologica in atto. È quanto sostengono alcuni ricercatori del San Francisco Estuary Institute, in California, in un recente studio pubblicato su BioScience. Raccogliendo da tutto il mondo esempi di animali che adottano gli ambienti urbani come una nuova casa, o vi si stabiliscono come “cittadini” occasionali, i ricercatori statunitensi hanno individuato inaspettati benefici che le città potrebbero regalare alla fauna selvatica e alla biodiversità in generale.

Durante i periodi di stress o scarsità di risorse, piccoli e grandi centri urbani possono rappresentare un prezioso rifugio per sfuggire ai predatori, alleggerire la concorrenza con altre specie e trovare nuove fonti di cibo e risorse idriche momentaneamente non disponibili nell’ambiente naturale. E così può capitare di avvistare un gufo delle nevi, originario della tundra artica canadese, a Central Park, nel cuore di New York, o vedere un gruppo di leoni marini al galoppo nel porto di Mar del Plata, in Argentina. Le città possono inoltre servire come punti di sosta per gli animali migratori. Un po’ come degli autogrill lungo l’autostrada, i centri urbani forniscono una grande quantità di risorse alimentari facilmente accessibili e mettono parzialmente al riparo da pericoli come la predazione, sempre in agguato negli ambienti naturali, consentendo una pausa più rilassante a specie impegnate in lunghi e faticosi viaggi.

Sorprendentemente poi, secondo gli autori, le città possono contenere una maggiore eterogeneità di habitat rispetto ad alcuni paesaggi circostanti. Spesso le aree rurali ed extraurbane sono altamente omogeneizzate dall’agricoltura intensiva o compromesse dalle invasioni biologiche. Nelle città invece, gli habitat, anche se altamente frammentanti, tendono ad essere molto diversificati e alcuni si trovano ormai quasi solo all’interno o in prossimità dei centri urbani. Nella baia di San Francisco, per esempio, particolari condizioni geologiche e climatiche creano una macchia dunale all’interno della città che sostiene la vita di diverse specie endemiche, rare o minacciate, che resistono solo in questi ambienti.

Già in passato alcuni studi avevano rivelato il ruolo cruciale delle città per la salvaguardia di specie in pericolo. Una ricerca del 2015 apparsa su Global Ecology and Biogeography, condotta da alcuni ecologici dell’Università di Melbourne, ha evidenziato come oltre 500 specie animali e vegetali a rischio (circa il 30% della fauna e flora australiana considerata in pericolo) vivano nelle aree urbane. E così i koala, sempre più minacciati dai frequenti incendi, sono diventati dei “cittadini” acquisiti. Stessa cosa è successa ad alcune rare specie di rane o a delicate orchidee.

Dunque, nonostante l’urbanizzazione incontrollata, con i suoi effetti diretti e indiretti, continui a rappresentare una minaccia per le specie e gli ecosistemi, le città ospitano una tale varietà di habitat non convenzionali che, se supportata da una pianificazione intenzionale, potrebbe giocare una parte importante nel promuovere la biodiversità. Parchi, giardini, cimiteri, orti comunali e infrastrutture verdi creano un mosaico ecologico che i biologi della conservazione potrebbero trovarsi come inaspettato alleato.

Gli animali, intanto, si stanno preparando al “trasferimento” in città e diverse prove dimostrano come adattamenti all’ambiente urbano siano già in corso in alcune specie. La biologa Kristin Winchell dell’Università del Massachusetts Boston ha recentemente guidato uno studio, pubblicato su Nature Ecology & Evolution, dove si dimostra la migliore tolleranza al calore sviluppata dalla popolazione urbana di una lucertola (Anolis cristatellus) diffusa nell’isola caraibica di Portorico. Già in passato l’autrice aveva scoperto l’evoluzione di cuscinetti più grandi, e con un maggior numero di scaglie, nelle dita dei piedi delle lucertole di città di questa specie. Un particolare adattamento grazie al quale riescono ad arrampicarsi su pareti lisce, come il vetro, o verniciate, abbondanti negli ambienti urbani.

I merli delle grandi città europee invece, per adattarsi al caotico rumore metropolitano, cantano con un tono più alto rispetto ai loro cugini di campagna. Altri esempi sono raccontati dal biologo evoluzionista Menno Schilthuizen nel saggio “Darwin comes to town: how the urban jungle drives evolution”, dove spiega come alcune specie stiano evolvendo per sopravvivere all’ambiente metropolitano. Si tratta di sorprendenti cambiamenti genetici favoriti dal nuovo contesto cittadino. E anche questo potrebbe rappresentare un vantaggio per la biodiversità. Nonostante le conseguenze su vasta scala degli arrangiamenti genetici urbani non siano state ancora valutate, questi cambiamenti potrebbero condurre ad adattamenti con il potenziale di creare popolazioni più pronte alle future condizioni climatiche. In questo senso, la migliore tolleranza alle alte temperature delle lucertole di Portorico può essere considerato un preadattamento al riscaldamento globale.

In futuro il nostro pianeta vedrà sorgere e crescere sempre più città. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’urbanizzazione, entro il 2030 avremo 43 megalopoli (città con oltre 10 milioni di abitanti) sparse per il mondo ed entro il 2050 circa il 68% della popolazione mondiale vivrà in grandi centri urbani, soprattutto in Africa e in Asia. Per ecologi e urbanisti quindi, riuscire a integrare le città nei programmi di conservazione potrà rivelarsi una mossa cruciale. Come però sottolinea Schilthuizen in un’intervista rilasciata al Yale Environment 360, “si può certamente apprezzare ciò che sta accadendo con l’evoluzione negli ambienti artificiali, ma sarebbe comunque una tragedia perdere quelle specie che hanno bisogno di aree incontaminate per sopravvivere”. In altre parole, senza decise azioni di conservazione degli ambienti naturali, ogni sforzo per rendere le città parte della soluzione alla crisi della biodiversità potrebbero rivelarsi del tutto vano.

Boise, ID, USA - May 26, 2021: A red tailed hawk flying across the sky in the late spring season (Photo: Darwin Fan via Getty Images)
Boise, ID, USA - May 26, 2021: A red tailed hawk flying across the sky in the late spring season (Photo: Darwin Fan via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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