Falchi sull'Europa che brucia

(Photo: ASSOCIATED PRESS)

Sei ore di discussione di quelle da ‘fine del mondo’. O meglio: dell’Ue. Angela Merkel si arrabbia contro gli eurobond e insiste sull’uso dei fondi del Meccanismo europeo di stabilità, semmai, ma con delle condizionalità, vale a dire un piano di rientro dopo l’emergenza. “Il Mes è fatto per le crisi”, si scalda la Cancelliera. L’olandese Mark Rutte le va dietro con gli stessi toni. Giuseppe Conte e Pedro Sanchez bloccano una prima bozza di conclusioni, dando 10 giorni di tempo all’Ue per venire a capo di una proposta per fronteggiare insieme la crisi economica da coronavirus. Quello di oggi è un consiglio europeo tra i più drammatici della storia dell’Ue. Alla fine, dopo un dibattito infinito e difficile anche perché a distanza, in videoconferenza per le norme di distanziamento sociale da osservare in tempi di pandemia, i 27 leaders si accordano su un documento finale. Che lascia l’amaro in bocca all’Italia. Ma anche agli altri.

Nemmeno le parole dell’ex governatore della Bce Mario Draghi smuovono l’egoismo dei nordici, contrari alla condivisione dei rischi economici scatenati dalla pandemia. Dopo una lunga discussione sul paragrafo numero 14 del documento finale, si decide di dare all’Eurogruppo “due settimane di tempo” per fare una proposta su come usare i fondi del Meccanismo europeo di stabilità per affrontare la crisi economica in corso. Altre due settimane mentre in Italia e in altri paesi europei si continua a morire per Covid-19, la sanità annaspa e non riesce a curare tutti, la ricerca non riesce a venire a capo di una calamità ancora poco conosciuta.

Ecco qui il paragrafo finale sul quale si trova l’accordo: “Prendiamo atto dei progressi fatti dall’Eurogruppo. A questo punto, invitiamo l’Eurogruppo a presentare proposte entro due settimane. Queste proposte dovrebbero prendere in considerazione la natura inedita dello shock da Covid-19 che sta affliggendo i nostri paesi e sarà seguita, se necessario, da ulteriori azioni in forma inclusiva, alla luce degli sviluppi, per mettere insieme una proposta generale”. Da sottolineare: Italia, Spagna e i paesi non rigoristi ci hanno messo due ore per inserire il termine ‘proposta’ al plurale nel testo finale, il che significa che la soluzione potrebbe contemplare diverse vie, mentre i nordici avrebbe voluto ‘proposta’, al singolare, per indicare solo la via del Mes. 

Ma il risultato finale per questa sera non è esattamente ciò che chiedeva l’Italia nella sua levata di scudi insieme alla Spagna, la Francia, Grecia, Irlanda, Slovenia, Portogallo, Lussemburgo e Belgio, sebbene il Belgio si sia mosso in maniera più defilata oggi. Sono i paesi firmatari della lettera al presidente del consiglio europeo Charles Michel in cui ieri si chiedevano i coronabond, per mettere in comune il debito che aumenterà sull’onda della crisi economica. La lettera è finita nel cestino delle discussioni e dei veti.

E oggi la richiesta di Conte e Sanchez era di affidare la soluzione del rebus ai cinque presidenti delle istituzioni europee – Ursula von der Leyen, Charles Michel, Mario Centeno, Christine Lagarde e David Sassoli – visto il nulla di fatto dell’Eurogruppo martedì scorso che ha rimandato la palla ai leader oggi. Nemmeno questa richiesta è passata: come in un ping pong senza fine, incurante dell’emergenza, la palla torna all’Eurogruppo, i ministri dell’Economia: hanno due settimane di tempo, non dieci giorni come avevano chiesto Roma e Madrid.

 

In più: il documento finale non cita il Mes e tanto meno gli eurobond. E’ il nulla, che ancora una volta l’Ue riesce a produrre, bloccata dai veti degli anti-europei del nord, in primis Germania, Olanda e finlandia, cui si aggiungono Austria, paesi dell’Est, tutti contrari a condividere i rischi economici della nuova crisi.

In un altro paragrafo delle conclusioni si sottolinea “l’urgenza di combattere la pandemia da coronavirus e le sue conseguenze immediate. Dovremmo tuttavia cominciare a preparare le misure necessarie – continua il documento finale – per riportare le nostre società ed economie ad una vita normale e una crescita sostenibile, integrando transizione verde e trasformazione digitale e imparando tutte le lezioni dalla crisi. Questo richiede una strategia d’uscita coordinata, un piano generale di ricostruzione e investimenti senza precedenti. Invitiamo la presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo, in raccordo con le altre istituzioni, specialmente con la presidente della Bce, a cominciare a lavorare su una Roadmap accompagnata da un piano d’azione”.

Ma sono parole che non decidono alcunché al momento. Tutto è rinviato. Sui social scorrono le immagini dei leader collegati in videconferenza dalle diverse capitali dell’Unione. In un fermo immagine, Conte appare con le mani giunte a mo’ di preghiera. E ora la speranza a Roma è che, malgrado il documento finale non contenga riferimenti espliciti al Mes o agli eurobond, l’Eurogruppo dovrà comunque arrivare ad una proposta tra due settimane.

Ma i titoli di debito comune sembrano la questione più sepolta di questo lungo vertice a distanza. Non se ne parla. Molto più probabile che l’Eurogruppo proponga delle lineeguida per usare i fondi del Mes, ma la speranza italiana di poterne usufruire senza condizioni sembra avviata alla delusione. Il nord vuole comunque imporre dei piani di rientro. Rutte lo mette in chiaro: no agli eurobond e, per quanto riguarda l’uso dei 410 miliardi del Mes, non se ne parla se non si stabiliscono le “necessarie condizionalità”, che significa: piano di rientro, con tagli alla spesa pubblica, a emergenza finita.

Von der Leyen appare in conferenza stampa online ben oltre le 22. Viso stanco, occhi rossi. Oggi nell’aula dell’Europarlamento aveva provato a insistere: una volta passata la pandemia di Covid-19, gli europei “si ricorderanno di chi c’è stato per loro e di chi non c’è stato. Si ricorderanno di chi ha agito e di quelli che non lo hanno fatto. Si ricorderanno delle decisioni che prenderemo oggi. E di quelle che non prenderemo”. Non è servito a granché.

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