Falchi vs governisti, Forza Italia esplode sulla mina Barelli

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ROME, ITALY - FEBRUARY 18: Minister of Public Administration Renato Brunetta and Minister of for Regional Affairs Maria Stella Gelmini talk as newly elected Prime Minister Draghi attends a confidence vote at the Deputies Chamber, on February 18, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Getty Images)
ROME, ITALY - FEBRUARY 18: Minister of Public Administration Renato Brunetta and Minister of for Regional Affairs Maria Stella Gelmini talk as newly elected Prime Minister Draghi attends a confidence vote at the Deputies Chamber, on February 18, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Getty Images)

Quando si sparge la voce, il cortile della Camera diventa tutto un
brulicare. “Ma lo sai che viene Silvio?”. “Sì, sì, ci hanno allertato,
siamo qui”. Berlusconi è sceso a Roma nella nuova residenza di Villa
Grande. Quadrante sud est di Roma, anni luce dai palazzi della
politica, intorno il verde del parco dell’Appia antica, a pochi passi
il parco della Caffarella, oasi dentro la città in cui sfrecciano i
runner e pascolano le pecore. Due gli appuntamenti in agenda: il primo
alla Camera per sigillare l’elezione del nuovo capogruppo, e il
vertice a tre con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Quest’ultimo si
celebra regolarmente, con tanto di pacchetto di immagini confezionate
ad hoc per la stampa che li immortalano a discutere all’ombra dei
pini, un festante Dudù a fare da scorta, il barboncino bianco
sfavillante del quale il cavaliere diceva che “capisce di più di certi
politici”, e chissà se lo ha pensato anche oggi.

C’è di certo che a Montecitorio passano le ore e a un certo punto non
si capisce più niente. La presenza del leader inizia a vacillare, “Ma
sai, forse alla fine non viene più”. La maggioranza brancola nel buio.
Spoiler: alla fine il Cav non verrà. È successo che la solita elezione
per acclamazione come da storia di sempre del partito azzurro è
diventata una specie di Vietnam. A fronteggiarsi due fazioni, che per
brevità si possono dividere nell’ala più sovranista e in quella più
governista. “Tajani aveva assicurato a Berlusconi che sul suo nome ci
sarebbe stata l’unanimità, doveva solo venire a suggellarlo e a fare
un bagno di folla tra i suoi”, dice un deputato. Poi è iniziato a
piovere napalm.

Il nome scelto da Tajani è quello di un suo vecchio amico, Paolo
Barelli, sodale di lungo corso con il coordinatore del partito dagli
anni in cui l’ex vicepresidente del Parlamento europeo era capo di
Forza Italia nel Lazio. Una scelta che in molti nel partito hanno
considerato troppo schiacciata sulle posizioni degli alleati di Lega e
Fratelli d’Italia. Ma soprattutto una scelta imposta dall’alto senza
una chiara indicazione del Cav. L’ala più moderata del partito ha
fiutato l’aria. In 26 hanno firmato una lettera durissima: nessuna
incoronazione, si voti a scrutinio segreto e vediamo chi la spunta.
L’alfiere doveva essere Sestino Giacomoni, storico collaboratore di
Berlusconi. Ma quel che più conta è che in calce vi erano le firme
dell’intera delegazione di governo: Mara Carfagna, Mariastella Gelmini
e Renato Brunetta.

Una bomba a mano scoppiata tra le dita del Cavaliere. “Senza
un’indicazione precisa io Barelli non lo voterò mai”, ringhiava un
onorevole. Iniziano ore di trattative frenetiche, Tajani va su e giù
da Villa Grande. Raccontano di un Berlusconi infuriato: “Ma come, mi
avevate garantito l’unanimità, qui sta esplodendo il gruppo”. La sfida
tra le due anime di Montecitorio riguarda il controllo delle dinamiche
che regoleranno l’elezione del presidente della Repubblica. Ma,
soprattutto, il capogruppo siederà al tavolo dove verranno scritte le
future liste elettorali. Una poltrona ambitissima, perché alla luce
della spaccatura a metà del partito e della riduzione del numero dei
parlamentari, sarà quel tavolo a dirigere il traffico di chi rientrerà
a Palazzo e chi dovrà dire arrivederci.

Si spargono voci di un rinvio, poi Berlusconi sceglie la mossa da
fare. In una missiva last minute inviata ai suoi, esplicita di
indicare Barelli a successore di Roberto Occhiuto, che lascia dopo
l’elezione a presidente della Calabria. I falchi incassano la
vittoria, l’ala moderata morde il freno, una deputata dice che “con
lui faremo la fine dell’Udc di Cesa”, e meno male che erano alleati.
La rissosità non scema, anzi, ma il dado è tratto. Giacomoni ritira la
sua candidatura, Barelli viene eletto, per acclamazione, ovviamente,
anche se non è dato sapere quanti fossero gli acclamanti.

Assegnata la poltrona, non si ferma la rissa. Giacomoni rifiuta la
poltrona di vice vicario, come aveva proposto Occhiuto cercando una
mediazione. Ma sono soprattutto le parole di Gelmini, solitamente
molto prudente, a scuotere il partito: “L’ultima stagione del
berlusconismo non mi rappresenta e non rappresenta nemmeno lui, noi
ministri siamo esclusi dai tavoli con Berlusconi, siamo rappresentati
come un corpo estraneo”. Poi l’accusa più dura ai falchi del partito:
“Gli hanno raccontato che ci saremmo venduti e che non siamo più
berlusconiani e invece, proprio perché amiamo Forza Italia e non ci
rassegniamo al declino che stiamo vivendo o reagiamo adesso o mai
più”. Giorgio Mulè le bolla come “parole ingenerose e non veritiere”,
nel partito scoppia il caos. Assicurano che la ministra delle
Autonomie non se ne vuole andare, che voleva aprire un confronto
interno, il solo bisogno di doverlo specificare è paradigmatico del
clima interno, con rapporti ai minimi termini. L’elezione di Barelli
chiude forse un capitolo, ma ne apre uno ancora più insidioso. Un
deputato influente risponde alla domanda su cosa succeda ora: “Succede
che se Berlusconi non riequilibra la gestione valorizzando l’ala
moderata aspettatevi tanti franchi tiratori sulla legge elettorale e
sul Quirinale”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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