Fallisce l'ultimo tentativo di Conte, Whirlpool lascia Napoli. Il conto della resa

Giuseppe Colombo
·Business editor L'Huffington Post
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Whirlpool Napoli (Photo: Huffpost )
Whirlpool Napoli (Photo: Huffpost )

Sono le parole che Giuseppe Conte pronuncia quando l’incontro in videoconferenza con i sindacati arriva al momento del che fare a spiegare perché l’addio di Whirlpool da Napoli travalica il perimetro dell’incapacità di vincolare la multinazionale al rispetto di un accordo firmato insieme e con dentro 17 milioni di soldi pubblici. Dice il premier: “Siamo al vostro fianco. Come potete dubitare di questo?”. L’interrogativo viene ripetuto due volte e dà la cifra del lascito che il Governo si ritrova a dovere gestire: la scollatura profonda con i sindacati, che a loro volta rappresentano i 350 lavoratori dello stabilimento. Quello che succede qualche ora dopo, con gli operai in assemblea e poi in strada a protestare, è l’immagine che dà il senso del conto della resa.

Whirlpool non cambia idea, quell’idea messa a conoscenza dell’esecutivo a gennaio di un anno fa, e seguita da reminder puntuali, tutti a ricordare che non c’erano alternative allo stop della produzione. E l’ultimo, e fallito, tentativo fatto da Conte in persona di tenere l’azienda a Napoli certifica il ruolo debole del Governo nella vertenza. Perché quando il premier si è collegato giovedì in video con Marc Blizter, il numero uno della multinazionale è stato perentorio: nessun ripensamento. Bye bye. E a nulla sono valsi gli incentivi messi sul piatto dal premier, ancora nuovi soldi, la decontribuzione al 30%, persino i prestiti garantiti dallo Stato attraverso Sace. Eppure c’è un accordo firmato il 25 ottobre 2018, quando ministro dello Sviluppo economico era Luigi Di Maio, a dire che Whirlpool poteva, anzi doveva continuare a produrre lavatrici di alta gamma nel capoluogo campano, tra l’altro usando i soldi concessi dal Governo, 17 milioni di soldi pubblici.

E invece l’azienda ha deciso di fermare la produzione, facendo prevalere le sue ragioni di cassa, come se quell’accordo non ci fosse, come se quell’intesa non vincolasse la stessa azienda a un dovere. E però quella stessa intesa obbliga il Governo a tutelare un diritto, in questo caso quello dei lavoratori a mantenere il loro posto. Anche le modalità dell’addio non sono un dettaglio, ma parte sostanziale del clima che si è fatto più velenoso. Gli operai, riuniti in assemblea mentre era in corso la videoconferenza tra il Governo e i sindacati, hanno appreso dai siti dei giornali della lettera inviata da Whirlpool. Una lettera che recita così: “La Direzione di Whirlpool Emea S.p.A. comunica la cessazione di tutte le attività produttive presso lo stabilimento di Napoli, con effetto alle ore 00:01 del 1 novembre 2020. Da tale momento i dipendenti saranno esentati dal rendere la propria prestazione lavorativa presso il sito, fermo restando il mantenimento del rapporto di lavoro in essere”. Anche in questo senso il Governo si è dimostrato incapace di tutelare i lavoratori.

Conte riconosce davanti ai sindacati che l’addio di Whirlpool è “un danno all’immagine del Paese” e tuttavia la sola cosa che si può fare ora è prenderne atto. La via giudiziaria, che può essere attivata dato che in ballo c’è un accordo vincolante che è stato disatteso, viene accantonata dallo stesso premier nella consapevolezza che comunque non garantirà la continuità aziendale. Tanto - è la presa di coscienza obbligata - Whirlpool a Napoli non ci resta. L’azienda garantisce che pagherà gli stipendi fino a fine anno, ma il problema del futuro è già esploso. Conte non può fare altro che ribadire il massimo impegno del Governo, il titolare dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli assicura che il tavolo sulla vertenza resterà attivo al ministero, c’è il tentativo di saldare un asse con i sindacati. Ma i rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori non vogliono cedere, vogliono che il Governo punti i piedi contro Whirlpool e vincoli la multinazionale agli impegni presi.

La scollatura è tutta qui. E si fa ancora più grande sul fronte ultimo, quello degli operai, che bloccano le strade intorno allo stabilimento e che il 5 novembre saranno in sciopero. Dal Governo più fonti dicono che c’è un piano B, che si sta lavorando da tempo a una soluzione alternativa perché “già si sapeva da tempo che Whirlpool non sarebbe rimasta”. E però la soluzione di riserva doveva essere pronta oggi, in linea con l’addio della multinazionale. Invece non è stata annunciata perché ancora appesa a trattative e condizioni da verificare. Bisogna capire insomma se il piano B può reggere e quindi può partire. E poi c’è quella call tra Conte e l’amministratore delegato di Whirlpool, quel tentativo sul filo di lana per fare restare l’azienda a Napoli. Un altro elemento che attesta quanto il piano A fosse necessario per tutti. E quanto precario sia il piano B.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.