Farmaci generici ancora poco usati. Pazienti devono saperne di più

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Image from askanews web site
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Roma, 8 giu. (askanews) - Hanno lo stesso principio attivo, la stessa concentrazione, la stessa forma farmaceutica, la stessa via di somministrazione, le stesse indicazioni di un farmaco di marca, dunque lo stesso potere terapeutico rispetto agli "originali" eppure i farmaci generici o equivalenti in Italia non decollano. Il loro utilizzo è ancora basso rispetto ai medicinali "griffati" e soprattutto non omogeneo sul territorio. L'analisi dei consumi per area geografica, nei primi nove mesi 2019 dice che il consumo degli equivalenti di classe A è risultato concentrato al Nord (37,3% unità e 29,1% valori), rispetto al Centro (27,9%; 22,5%) ed al Sud Italia (22,4%; 18,1%).

Se ne è discusso oggi nel corso di un webinar organizzato da Motore Sanità dal tema "Focus Lazio: farmaci equivalenti motore di sostenibilità per il Ssn", realizzato grazie al contributo incondizionato di Teva.

"Sono necessarie informazione per i cittadini ma anche formazione, soprattutto per i medici più giovani che di tanti farmaci poi divenuti equivalenti non hanno conoscenza", ha esortato Pierluigi Bartoletti, Vice Segretario Vicario FIMMG, la Federazione dei Medici di Medicina Generale, ricordando come i generici siano "una risorsa preziosa per consentire cure a prezzi sostenibili dal momento che oggi sono disponibili moltissime molecole. Ma anche fra i medici l'informazione su questi farmaci è carente. Quindi una formazione più accurata dovrebbe avviarsi già dall'Università", ha detto.

A ingenerare sfiducia, soprattutto nei pazienti più anziani, è paradossalmente il basso prezzo del farmaco equivalente rispetto a quello "griffato" nella convinzione che corrisponda ad una qualità inferiore o a controlli limitati, mentre sarebbe opportuno comprendere, hanno spiegato gli esperti, che rispetto ai farmaci originali vi sono da sostenere i soli costi di produzione e non più quelli relativi alla ricerca ed alle varie fasi di scoperta, sperimentazione, registrazione e sintesi di un nuovo principio attivo. Si parla di cifre notevoli, ha sottolineato Fulvio Ferrante, Direttore Dipartimento della Diagnostica e Assistenza Farmaceutica, ASL Frosinone: "La quota di differenza fra il generico e il griffato equivale a 1 miliardo e 200milioni l'anno - ha detto - una voce assolutamente rilevante che non si toglie alla Sanità ma al Pil del Paese. Ed è grave pensare che è una cifra che può essere abbattuta attraverso percorsi di seria comunicazione". Anche perchè, come sottolineato da Giorgio Colombo, Direttore Scientifico CEFAT - Centro di Economia e valutazione del Farmaco e delle Tecnologie sanitarie, dell'Università di Pavia, "c'è una correlazione negativa tra l'aumento della compartecipazione dei cittadini alla spesa farmaceutica e l'aderenza alle terapie".

"La differenza di prezzo genera insicurezza anche nei confronti del medico - ha spiegato Claudio Santini, Responsabile Rapporti con le Istituzioni FADOI Federazione Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti - ma per quanto riguarda la formazione e l'informazione dobbiamo andare cauti: possiamo davvero affidarle a chi produce i prodotti griffati? In realtà il paziente è il vero anello debole della catena ed è estremamente vincolato dalle informazioni che riceve dal medico. In questo senso può essere d'aiuto, ad esempio, un controllo su quale quota di generici viene prescritta dal singolo medico".

Secondo Claudio Cricelli, della Simg "è necessario trovare un equilibrio avanzato, perchè molti cittadini scelgono consapevolmente di utilizzare il farmaco griffato. E' colpa dell'inefficacia del sistema chelascia libera scelta. Va invece normalozzata e stabilizzata tutta la filiera; il generico deve essere facile da conoscere, facile da prescrivere e facile da utilizzare".

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