Favino: "Prima di fare Sanremo non mi voleva più nessuno: sapevo di rischiare, l'ambiente mi guardava male"

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- (Photo: Vittorio Zunino Celotto via Getty Images)
- (Photo: Vittorio Zunino Celotto via Getty Images)

“All’esordio? Recitai da cani. Prima di fare Sanremo con Baglioni e Hunziker non mi voleva più nessuno”. A confessarsi sulle pagine del Corriere della Sera è Pierfrancesco Favino: punta di diamante del cinema italiano, 52 anni, padre di due figlie avute dalla compagna Anna Ferzetti (“cerco di fare di tutto perché non siano le figlie di Favino, salvaguardo la loro vita, io e Anna cerchiamo di non parlare di lavoro a casa”, dice). L’attore ha all’attivo oltre sessanta film all’attivo e si prepara a tornare in sala il 18 novembre con Promises, diretto da Amanda Sthers.

A chi gli domanda quando abbia deciso di fare l’attore, Favino risponde:

“L’ho fatto per non dovermi dire un giorno: non ci hai provato... L’esame per entrare all’Accademia è stato un passo verso l’ignoto [...] Ero il più piccolo. Tra i compagni di corso c’erano Fabrizio Gifuni e Luigi Lo Cascio, mi sembravano uomini fatti, loro 22 anni, io 19, tre anni di differenza ma mi sentivo Calimero”.

Poi il debutto con “Una questione privata” di Alberto Negrin, tratto da Fenoglio.

“Ero ancora in Accademia... Scritto da Raffaele La Capria con un giovane assistente, Paolo Virzì. Feci il provino per la parte del protagonista ma ero troppo scuro. Mi tinsero i capelli. Effetto rosso carota. Tornai in Accademia con il cappello, mi vergognavo. Poi film prese una piega internazionale, mi offrirono un altro ruolo. La prima volta davanti alla macchina da presa, con Negrin che io in quella occasione detesto. Ero un cane, un’esperienza non bella. A distanza di anni me lo vidi arrivare su un set: “Faccio Bartali, mi dicono che tu potresti essere adatto”. E con Alberto ho costruito un’amicizia e sodalizio fortissimi”.

Poi per Favino l’inizio di una scintillante carriera. Il sodalizio con Gabriele Muccino, Romanzo criminale di Michele Placido in cui ha prestasto il volto al Libanese (“un lavoro di ricerca e fantasia. pensavo che quell’uomo fosse uno di quei bambini che Accattone trovava quando tornava a casa, ho usato tanto Pasolini”).

E ancora: Bartali, Pinelli, Di Vittorio, Craxi, Buscetta, anche la voce della statua di Garibaldi. Per Favino anche l’esperienza della regia in teatro con “Servo per due”. E poi il capitolo televisivo con Sanremo, di cui l’attore racconta:

“Venivo da momento in cui avevo fatto teatro, appunto, e detto molti no, che nel nostro mestiere equivale a un ciao. È stato come un All in a poker. Adesso sappiamo che è andata bene ma la verità che in quel momento non mi voleva più nessuno, sapevo che avrei rischiato tutto e che l’ambiente mi guardava molto male per questa cosa. Mi faceva incazzare che le paure che mi spingevano a dire di no non erano le mie. Mi sono detto: ma hai quasi 50 anni, e rischi di non fare una cosa che sai ti appartiene per la paura del giudizio altrui?”.

Sull’esperienza sanremese, Favino prosegue:

“Ho avuto la buona sorte di essere accompagnato da due matti, Claudio Baglioni e Michelle Hunziker, la buona sorte che nessuno si aspettasse nulla. È stato un successo, dunque un moltiplicatore. Fosse stato un fallimento, sarebbe stato un cratere. Penso che la tv popolare la dovremmo fare tutti, Mastroianni andava a prendersi in giro, Gassman a fare le capriole con Pippo Baudo. Io non faccio lo snob. Le persone hanno voglia di vederti. Diventi uno di famiglia”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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