Fb sotto accusa: il post più condiviso è una fake sui vaccini. Cartasegna: "Responsabilità da condividere con giornali e scuola"

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zuck (Photo: Instagram/getty)
zuck (Photo: Instagram/getty)

La questione sul tavolo di Mark Zuckerberg è di nuovo la stessa. Il capo e fondatore di Facebook ha ancora una volta gli indici puntati contro: la sua creatura ha contribuito a diffondere fake news allarmanti sui vaccini e un documento, inizialmente tenuto nascosto, lo dimostrerebbe. Il report, reso noto dal New York Times, ha evidenziato che il post più visto nel primo trimestre del 2021 è un articolo che associa la morte di un medico alla somministrazione anti covid da poco ottenuta: una notizia falsa.

Il primo “Widely Viewed Content Report” - documento che identifica i post più visti del social - reso pubblico è quello che racconta il secondo trimestre del 2021, da aprile a giugno. L’intento dell’azienda era quello di palesare l’impegno a essere più trasparenti, dopo le controversie che negli anni l’hanno portata a essere messa in stato d’accusa (vedi, tra gli altri, l’elezione di Donald Trump e la Brexit). Il problema è che quello del secondo trimestre non era il primo dei report realizzati: il documento che raccontava il gennaio/marzo 2021 è stato tenuto nascosto per precisa volontà, poiché, avendo in testa una fake sui vaccini, contribuiva ad alimentare la cattiva reputazione del social.

La notizia in questione era stata diffusa dal Chicago Tribune. Il titolo lasciava intendere che la morte di un dottore in Florida potesse essere stata causata dal vaccino contro il coronavirus. È stato il New York Times a rendere noto il report volutamente oscurato, e al New York Times ha risposto il portavoce di Facebook Andy Stone: “Abbiamo ricevuto critiche per aver tenuto un rapporto interno fino a quando non fosse stato più favorevole per noi e poi l’abbiamo rilasciato. Ricevere critiche non è ingiusto. Ma vale la pena dare un’occhiata più da vicino e prendere nota di alcune componenti della storia”.

La componente principale è che la notizia in questione era stata riportata anche dallo stesso New York Times. Dove sta allora la colpa di diffondere fake news? È giusto che ad assumersela siano solo i social network o va spartita con i mezzi di informazione, che dovrebbero a loro volta fare una riflessione sul tema, per correggere il tiro? Lo abbiamo chiesto a Marco Cartasegna, ideatore di Torcha, un progetto che ha portato l’approfondimento sui social media e ha come base principale Instagram. Se per molte testate le piattaforme social sono luoghi un po’ bistrattati, l’esperienza di Torcha è differente: l’informazione è pensata, costruita per il social.

“C’è stato spazio per realtà come Torcha di nascere, anche per colpa – o ‘grazie’, dal mio punto di vista – del fatto che i giornali non hanno fatto il loro dovere” dice Cartasegna ad Huffpost, “Hanno sottovalutato il ruolo dei social per tantissimo tempo, demonizzandolo o banalizzandolo a posto dove mettere citazioni o virgolettati, lasciando uno spazio molto ampio per l’informazione. Solo adesso che progetti come Torcha ha fatto vedere il loro potenziale, hanno provato ad aggiustare il tiro”.

La questione fake news è stato uno dei motivi che lo hanno spinto a lanciare il progetto: “Il fatto che ci siano tante notizie false che diventano virali lascia spazio a chi vuole combattere il trend. Anche se il problema è anche che a diffondere la notizia falsa sono proprio gli algoritmi: la fake ha le caratteristiche per diventare virale, molto più di un contenuto attendibile”.

A luglio, il presidente Joe Biden ha accusato piattaforme come Facebook di “uccidere persone” per aver diffuso disinformazione sul covid-19. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato che molti americani sono riluttanti a sottoporsi al vaccino contro il coronavirus, in parte a causa di informazioni false o fuorvianti che hanno letto sui servizi di social media, incluso Facebook. La discussione è aperta e l’impegno dichiarato è quello di lavorare per limitare sempre più degenerazioni del genere. Ma non si può dare la colpa solo ai social, e non si può pensare di fare informazione sottovalutando la loro portata.

“I grandi gruppi editoriali non possono pensare di ignorare queste piattaforme” dice Cartasegna, “Ora stanno provando a correggere il tiro, ma spesso non hanno la forza per farlo. Adesso il futuro è qui, ma bisogna rimanere flessibili per adattarci a nuove piattaforme. Non è detto che tra 5 anni Instagram sarà ancora il nostro principale social”. Non mancano poi i problemi: “L’handicap principale è quello di essere su piattaforme non proprietarie terze, su cui non hai controllo. È successo che ci venissero cancellati contenuti satirici, assolutamente innocui, perché valutati inappropriati dall’intelligenza artificiale”. Per la lotta alle fake serve l’impegno del social, dell’informazione, e non solo: “Ci vuole più investimento nella scuola, nella formazione. La lotta alle fake news si fa con una popolazione più istruita, in grado di riconoscerle”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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