Femminicidio in Italia: i numeri della mattanza e i casi più recenti

"Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna”, aveva esortato Papa Francesco lo scorso 1 gennaio. Un messaggio purtroppo inascoltato da molti, dato che i numeri legati ai femminicidi e alla violenza di genere in Italia sono sempre preoccupanti.

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I numeri del femminicidio in Italia

Secondo il rapporto Eures, dal 2000 ad oggi le donne uccise nel nostro Paese sono state 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio compagno o ex partner. Nel 2018, le vittime di femminicidio sono state 142, una in più dell'anno precedente. Il 2019 ha visto un lieve calo del fenomeno (103 donne uccise volontariamente), ma ha registrato un netto aumento degli episodi di stalking e di maltrattamenti in famiglia. E questo 2020 non sta affatto andando meglio: 29 femminicidi in appena 5 mesi.

Dati che nascondo storie terribili, perché dietro ogni numero, dietro ogni gelida statistica, ci sono un nome e un cognome, e un epilogo di sangue. L'ultima vittima del 2019, poco prima di Natale, si chiamava Elisa, strangolata in casa dal marito mentre le figlie dormivano. L'85% dei femminicidi avviene proprio tra le mura domestiche o per mano di un ex. E nel 28% dei casi vengono preceduti da altri reati.

Storie di violenza e di morte

A gennaio di quest’anno, nell’arco di una settimana, sei donne sono state uccise brutalmente. Quasi una al giorno. A Mussomeli, Caltanissetta, un uomo ha ammazzato la compagna e la figlia 27enne della donna, poi si è sparato. A Genova una donna è stata uccisa dall'ex marito. Fatima, 28 anni, incinta, è stata trovata senza vita a Bolzano, il compagno è finito in carcere. Poche ore dopo, nel Bresciano, è stato rinvenuto il corpo senza vita di Francesca Fantoni: l'uomo che l'ha uccisa ha confessato dopo due giorni. Ad Alghero, Speranza Ponti, scomparsa mesi prima, è stata ritrovata cadavere: ad ammazzarla è stato il fidanzato.

Le donne uccise durante il lockdown

Si chiamavano Larissa, Barbara, Bruna, Rossella, Lorena, Gina, Viviana, Maria Angela, Alessandra, Marisa, Susy. Sono state uccise mentre l’Italia era in quarantena: per loro, la casa, è stata una trappola mortale. Assassinate da mariti, compagni, padri, fratelli, addirittura figli e nipoti, in un crescendo, terribile, di violenza domestica. Undici femminicidi in undici settimane. Il più feroce, quello di Susy, a inizio maggio nel Bresciano, davanti agli occhi di tre bambini senza più parole.

Nel periodo del lockdown, da marzo a maggio, molte donne si sono ritrovate da sole con il proprio aguzzino, senza poter uscire a cercare aiuto e senza poter rivolgersi ai consueti centri d’ascolto perché sorvegliate giorno e notte dal partner violento. A salvare molte di queste, però, è stato il numero 1522, al quale si sono potute rivolgere tramite chat.

A fornire dati precisi su questo importante aspetto, è la senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, insieme all’osservatorio della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e sulle violenze di genere. Un tema che da sempre le sta a cuore, perché anche lei da ragazza è stata vittima di violenza da parte dell’ex fidanzato.

“Nella condizione di coabitazione forzata, a causa dell’emergenza coronavirus, le donne hanno chiesto meno aiuto per l’impossibilità materiale di farlo - ha spiegato la senatrice Rauti a Leggo - e perchè si è interrotto il rapporto tra centri d’ascolto (solo il 32% ha continuato a operare in presenza), ospedali e tribunali ordinari. Anche questo ha generato una sorta di chiusura in se stesse”.

Durante il lockdown, molte donne in difficoltà si sono però rivolte al 1522, il numero di emergenza per la violenza di genere messo a disposizione dal Viminale. “Molto utili sono state le chat, che hanno consentito alle vittime di eludere la sorveglianza in casa”, ha precisato Isabella Rauti. Secondo l’Istat, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si è verificato un +73% di chiamate e di richieste di aiuto proprio al numero verde.

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