Figli da cui difendersi: "Pretendono di essere mantenuti, anche a 40 anni"

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(Photo: Malte Mueller via Getty Images)
(Photo: Malte Mueller via Getty Images)

Figli grandi da cui difendersi. Uomini e donne che, perfino giunti alla soglia dei trenta e dei quarant’anni, pretendono di essere mantenuti o di attingere al patrimonio di genitori ancora in vita. È un fenomeno in crescita tra il ceto medio-alto. Negli studi degli avvocati, padri e madri lamentano le pressioni di figli che bramano soldi, beni mobili e immobili, o cercano di imporre un amministratore di sostegno ai genitori per controllare le loro spese nonostante questi siano ancora perfettamente in grado di intendere e di volere.

Cupidigia, decisione, prepotenza. Un fiume in piena che sfocia nella violenza psicologica. In alcuni casi, la cronaca ce lo insegna, finanche in quella fisica. “Se analizziamo il fenomeno dal punto di vista sociologico, notiamo che i giovanissimi e i trenta-quarantenni di oggi nascono mediamente in contesti più agiati rispetto al secondo dopoguerra: si tratta di un fattore che può rendere più frequenti determinati comportamenti”, dice all’HuffPost Massimo Perini, avvocato patrimonialista e partner Kleros, società che si occupa proprio di consulenze di analisi della tutela patrimoniale nella gestione del passaggio generazionale.

A fronte di figli che accampano pretese sempre maggiori, esistono anche genitori che prendono decisioni drastiche. “Non darò soldi ai miei figli. Sono io quello ricco, non loro”, ha detto Shaquille O’Neal, ex stella Nba che, dall’alto del suo patrimonio da quasi mezzo miliardo di dollari, ha spiegato che i suoi eredi dovranno “imparare cosa sia l’impegno e farsi strada nel mondo del lavoro con le loro gambe”. Ma l’ex cestista non è il solo a pensarla così. L’attore britannico Daniel Craig, volto di 007, qualche mese fa aveva dichiarato: “Un vecchio adagio sostiene che chi muore ricco ha fallito nella propria vita. Io non voglio lasciare grosse somme di denaro in eredità ai miei figli”. E ancora: “Credo che le eredità siano di cattivo gusto. La mia filosofia è quella di godersi i soldi finché si è in vita oppure darli via poco prima di morire”.

Abbandonate le digressioni d’oltreoceano e d’oltremanica, nel nostro Paese crescono i casi di padri e madri che si rivolgono a patrimonialisti frastornati dalle rivendicazioni di chi, sangue del loro sangue, dovrebbe essere un punto di riferimento e invece diventa qualcuno da cui tutelarsi. “A me e ad altri colleghi è capitato di avere clienti, genitori, che affermavano ‘sembra quasi che mio figlio voglia esercitare un diritto sul mio patrimonio anche se sono ancora in vita’. È evidente come queste persone si sentano private del diritto di gestire i propri averi, di realizzare i propri desideri”, dice Perini. L’avvocato prosegue: “Ciò che emerge in certi casi, dunque, è un vincolo psicologico esercitato dai figli, che già prefigurano le proprie risorse future puntando a quelle dei padri e delle madri, che dovrebbero invece avere libera disponibilità essendo nel pieno delle loro facoltà. Ovviamente ci sono casi di persone anziane che, non essendo più in grado di intendere e di volere, necessitano di un amministratore di sostegno per la gestione dei loro beni. Ma qui entriamo in un altro campo, non privo di insidie”.

L’amministratore di sostegno, infatti, non sempre viene chiesto solo quando necessario. L’avvocato Perini cita un eloquente caso di giurisprudenza recente. “Si trattava di un anziano sposato in seconde nozze con una signora più giovane di lui. Il matrimonio, pur essendo solido e durando ormai da anni, non era mai stato visto di buon occhio dai figli di primo letto del signore che, a un certo punto, hanno deciso di imporre un amministratore di sostegno al genitore. Pur sapendo che il padre era nel pieno delle sue facoltà mentali, volevano evitare che potesse trasferire parte del patrimonio alla coniuge. Così l’anziano ha risposto rifiutando la nomina dell’amministratore di sostegno, sottoponendosi a tutto l’iter e alle visite mediche necessarie. Il provvedimento giudiziale è stato fondamentale: accertato che l’anziano era pienamente capace di intendere e di volere, il giudice ha deciso che l’amministratore di sostegno non solo non era necessario, ma che non poteva essere imposto”, dice Perini.

“Per quanto riguarda i figli che pretendono trasferimento di patrimonio quando i genitori sono ancora in vita, invece va specificato che per loro non esiste alcuna forma di tutela giuridica a cui appigliarsi. Comprendo che per i genitori, dal punto di vista psicologico, possa essere difficile contrastare le pretese di un figlio, ma devono sapere che quest’ultimo per la legge non può accampare alcuna pretesa. Il diritto sta dalla parte dalla parte dei padri e delle madri”, afferma Perini. “Al di là della possibilità di donazioni in vita - continua - il figlio riceverà la sua quota di legittima solo alla morte del genitore. Va anche detto che nei casi in cui le pressioni psicologiche perpetrate ai danni del genitore sfociano in violenza fisica o psicologica si può anche essere perseguiti penalmente”.

“In generale, dal punto di vista giuridico sappiamo che i genitori sono tenuti a mantenere, educare ed istruire i figli. Il punto è: fino a che età sono tenuti a farlo? In teoria, basandoci sulla volontarietà, la legge lascia carta bianca. Ma ci viene incontro la giurisprudenza. Soprattutto quella riguardante i contenziosi tra i coniugi che si separano, in cui uno dei due deve versare l’assegno di mantenimento non solo all’ex coniuge ma anche al figlio”, prosegue l’avvocato.

“Finché si tratta di minorenni il problema non si pone ma, superata la maggiore età, ci si inizia a domandare quando il limite debba essere fissato”, dice ancora Perini. “I giudici affermano che un figlio ‘va mantenuto fino alla piena indipendenza economica’, ma anche l’indicazione ‘piena indipendenza economica’ può essere considerata un’indicazione vaga. Al genitore, infatti, è concessa facoltà di contestare il mantenimento quando, per esempio, il figlio inizia non dare esami all’università, ha avuto proposte di lavoro ma le ha rifiutate senza motivazioni valide, oppure aveva un lavoro ma lo ha abbandonato”, conclude l’esperto patrimonialista.

E qui tornano le parole di Shaquille O’Neal che, nato e cresciuto in un quartiere povero dove poter studiare era considerato un lusso, oggi vorrebbe per i propri figli una splendente carriera accademica, ponendola come condizione per finanziare le loro eventuali attività. “Loro lo sanno che questa è l’unica regola, devono studiare. Non mi interessa se giocano a basket”, ha detto l’ex stella del basket, aggiungendo: “Devono ottenere una laurea o un diploma superiore o, se vogliono che investa in una delle loro attività, dovranno presentarmela, dovranno vendermela. Questo è qualcosa che ho chiarito bene, non darò loro neanche un soldo solo perché sono i miei figli”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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