Filippo Rossi, una destra cui puoi finalmente prestare il tuo accappatoio

Fulvio Abbate
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rossiANSA/WEB (Photo: ANSA)
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Ora che Filippo Rossi ha fondato il partito-movimento della Buona Destra, lo possiamo dire, era lui, in tempi adesso già incredibilmente remoti, ad avvisare amichevolmente gli altri, su quanto fosse da sciocchi pensare che Giorgia Meloni avesse sincero talento politico, e non fosse lì a brigare con le carte truccate della demagogia propria della burocrazia missina, ciò accadeva quando in molti, sinceri democratici, dicevano: quelli di Forza Italia sono analfabeti in politica, mentre la Meloni invece lei, sì, che ci sa fare, d’altronde è cresciuta in una forza politica dove lo studio era un dovere…

Ora che Filippo Rossi azzarda il varo della Buona destra, una formazione moderata, per nulla conservatrice, dinamica, che non si presenti con lo stuzzicadenti in bocca, c’è da sperare, se non altro, per il futuro dell’intelligenza, del Discorso. “C’è una voragine politica: i partiti di destra moderata sono ovunque eccetto che in Italia. Penso ai repubblicani francesi, la Cdu in Germania, penso all’Austria dove la destra liberale governa con i verdi”, parole sue. Filippo Rossi, già ideologo di Gianfranco Fini in Futuro e Libertà, si appresta intanto a depositare simbolo e logo, immaginando il mare aperto delle elezioni che presto verranno.

Rossi detesta la destra “sovranista a trazione Salvini che spaventa le persone e fabbrica odio”. A ottobre, a Roma, l’assemblea costituente destinata a guardare “al mondo di An e Forza Italia”, a “uno spazio moderato”. L’avventura muove dal suo libro “Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra” (Marsilio). Verrebbe quasi da offrirgli un possibile, pratico, solo in apparenza insolente, slogan. Sia pure, nella sua essenzialità, da leggere come ulteriore rifugio dialettico lontano dai lessici squadristici di Matteo Salvini e fascio-sanfedista della cima Meloni: una destra cui puoi finalmente prestare il tuo accappatoio. Un’immagine, se è concessa una citazione letteraria, presa in prestito, neanche a farlo apposta, da “Fratelli d’Italia”, romanzo-summa nazionale di Alberto Arbasino, dove si immagina uno che, nottetempo, porta in casa alcuni sconosciuti incontrati sul lungotevere dov’è il Museo dell’arma del Genio, gli stessi si comporteranno egregiamente, non perderanno il tappo del “Badedas”, e neppure ballaranno il cha-cha-cha, con addosso quell’indumento, uscendo dalla doccia.

Conosco Filippo Rossi, gli sono perfino debitore, nei momenti in cui ho subito i peggiori torti da parte dalla “mia” sinistra l’ho avuto, “buono”, al mio fianco, a sostenermi pubblicamente, a comprendere le mie ragioni libertarie, l’anticonformismo, e con lui Flavia Perina, all’epoca direttore del “Secolo d’Italia”, e Luciano Lanna, suo vice… E qui il discorso potrebbe farsi molto più ampio, portando con sé un interrogativo doppio, cioè come sia stato possibile che nell’ultimo decennio certe effervescenze, fantasie, lussi, appunto libertari, perfino molto eros, siano giunti nel dibattito politico e culturale proprio da una destra intellettualmente sontuosa, lontana sia dai parafernalia evoliani sia dallo spirito reazionario in doppiopetto? Una destra in grado di rispondere al giansenismo di sinistra di Michele Serra e all’idea stessa penitenziale della “vocazione maggioritaria”?

Mentre dico questo, provo a immaginare ciò che della “brutta” e “cattiva” destra di Salvini e Meloni, con intatta teratologia fascista, il suo manifesto consegna alla pattumiera differenziata della storia: il tema della paura, il sentire plebeo destinato ad aizzare la peggio umanità in senso razzista, provinciale, strumentale. Adesso qualcuno potrà dire, facendo anche pratici esempi, che complessità e riflessione sono nemiche del consenso ovunque, ma ancor di più a destra, dunque assai meglio innalzare il ghigno e le pose ottuse che Mino Maccari, corrispondendo con Ennio Flaiano, attribuiva alla tradizione reazionaria e catto-fascista italiana.

E’ vero, la parole destra confligge con il sentire libertario, che sempre muove dal motto né Dio né padroni, ma sarebbe impagabile se Rossi e i suoi amici di strada riuscissero intanto a marcare ogni distanza da chi innalza patria e famiglia nel modo più rionale. In questo senso, anche la sconfitta del progetto, meglio, la sua essenza minoritaria, potrebbe essere letta comunque in termini di vittoria. Come, pensando a un’altra storia, accompagnata invece dalle prime bandiere rosse, accadde al conte Carlo Pisacane, la cui sciabola dimora intatta ancora adesso, in una teca, nel Museo del Risorgimento, ventre del Vittoriano. Sembrerà un paradosso, ma forse la Buona destra potrebbe riuscire dove ha fallito la sinistra convinta innaturalmente di fare propri i temi storici della sua controparte.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.