Fine vita, Consulta bioetica: sentenza storica dalla Corte

Red/Nes

Roma, 23 nov. (askanews) - Ieri pomeriggio è uscito il testo integrale della Sentenza n. 242/19 della Corte Costituzionale sul caso Cappato: la pronuncia riprende i temi già trattati nell'ordinanza n. 207 del 24 settembre 2018, ma li precisa e anche li colloca in una prospettiva più ampia. Il risultato è che la "Sentenza è destinata a diventare storica sia per l'importanza delle questioni trattate sia per la profondità delle analisi". Così il presidnete della Consulta bioetica, Maurizio Mori, sulla sentenza dei giudici della Corte costituzionale.

"La Corte riafferma aggiunge Mori - la tesi secondo cui 'l'incriminazione dell'aiuto al suicidio non è, di per sé, in contrasto con la Costituzione'. Precisato questo, la Corte viene a individuare 'una circoscritta area in cui l'incriminazione non è conforme a Costituzione. Si tratta dei casi nei quali l'aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l'idratazione e l'alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli', e che può autonomamente maturare il proposito di farsi aiutare a morire anticipando la propria morte".

La Corte è stata molto cauta nella valutazioni delle diverse fattispecie e ha rispettato rigorosamente i termini del problema posto, senza andare oltre il mandato assegnatole: ha, comunque, compiuto il passo richiesto per scollinare e per passare così al nuovo paradigma circa la disponibilità della vita e la visione medica. La Corte riconosce alla L. 219/17 il merito di aver consentito al paziente, nelle condizioni sopra indicate, di 'decidere di lasciarsi morire chiedendo l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sottoposizione a sedazione profonda continua […] Decisione che il medico è tenuto a rispettare'. Tuttavia, la Corte rileva che 'la legge non consente al medico di mettere a disposizione del paziente trattamenti atti a determinarne la morte. Il paziente è così costretto, per congedarsi dalla vita, a subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care. Ciò finisce per limitare irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta dei trattamenti, compresi quelli finalizzati a liberarlo dalle sofferenze, garantita dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione'.

"Basta questa dichiarazione circa la limitazione irragionevole della libertà di autodeterminazione del malato per cambiare il quadro della medicina e per sancire il tramonto dell'articolo 17 del Codice di deontologia medica (2014), che vieta gli atti finalizzati alla morte1: gli Ordini dei medici dovranno rivedere quel punto, che è fondamentale anche perché riguarda tutti".

(Segue)