Follia Trophy Hunting, uccidere un leone “in scatola” costa 4mila euro (di M.P. Terrosi)

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A lion looks on in the Masai Mara national park, Kenya, March 28 2007.(AP Photo/Vadim Ghirda) (Photo: via Associated Press)
A lion looks on in the Masai Mara national park, Kenya, March 28 2007.(AP Photo/Vadim Ghirda) (Photo: via Associated Press)

(di Maria Pia Terrosi)

Parte da neanche 10.000 dollari il prezzo di un safari di caccia al leone in Sudafrica. Il Lion Hunt Package è un pacchetto all inclusive che insieme alla sistemazione vitto e alloggio per 7 giorni in un resort in Sudafrica comprende il permesso di cacciare, accompagnati da una guida, una leonessa nonché l’imbalsamatura del relativo trofeo. Un costo tutto sommato contenuto che sta facendo del Trophy Hunting - la caccia al trofeo - un’opzione accessibile non solo ai super ricchi. Come dimostra la crescita del 40% del numero di trofei importati in Europa dal 2014 al 2018.

Il Trophy Hunting è legale, sia pure con alcune restrizioni. Molte le specie cacciate oltre ai leoni: elefanti, giraffe, ippopotami, linci, babbuini, ghepardi, orsi, lupi e trichechi. E il prezzo varia a seconda degli animali. Il divertimento di uccidere una giraffa, dopo averla inseguita fino a sfinirla rimanendo a bordo del Suv, costa 3.000 dollari, per un elefante si deve arrivare a 50.000, fino a 70.000 per un rinoceronte bianco. Rimanendo tra i leoni, chi può spendere qualcosina in più può decidere di far fuori un leone adulto selvatico, addirittura un maschio alfa. In questo caso il prezzo sale parecchio, supera i 50.000 dollari.

Per chi, invece, vuole vincere facile c’è il leone “in scatola”. I canned lion sono leoni allevati in cattività, spesso in strutture lager, recinti e capannoni. Finché sono cuccioli sono coccolati dai turisti che si regalano selfie mentre li tengono in braccio; da adulti vengono usati per soddisfare la domanda di adrenalina dei cacciatori di trofei. Con il vantaggio che con un leone in scatola il risultato è garantito al 99% e anche a un prezzo economico, circa 4.000 dollari per una leonessa: i felini vengono rilasciati nell’area di caccia poco prima della battuta, spesso attirati con esche di animali, a volte sedati. Difficile sbagliare. Degli 889 trofei di leoni africani importati nell’Ue tra il 2014 e il 2018, 660 (il 75%), sono di leoni allevati in cattività.

Ogni anno in molte città statunitensi ma anche europee - per esempio a Dortmund in Germania o a Riva del Garda in Italia - si tengono fiere e convention di caccia dove sono disponibili cataloghi sui quali i visitatori possono organizzare il proprio safari di caccia scegliendo che animale uccidere, di che età e sesso.

Stati Uniti ed Europa sono i maggiori importatori di trofei al mondo. La Humane Society International - una delle più grandi organizzazioni per la protezione degli animali nel mondo - ha fatto i conti. Dal 2014 al 2018 i Paesi Ue hanno importato quasi 15.000 trofei di caccia di 73 specie di mammiferi protette a livello internazionale dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites). In media quasi 3.000 trofei ogni anno, circa 8 al giorno.

In questi 5 anni sono entrati in Europa 889 trofei di leoni africani, 3.119 di zebre; 1.751 di babbuini neri; 1.415 di orsi neri americani; 1.056 di orsi bruni; 952 di elefanti africani; 839 di leopardi africani; 794 di ippopotami; 480 di caracal; 415 di antilopi; 297 di ghepardo; 65 di orso polare e 6 di rinoceronte nero in pericolo di estinzione. Ma l’Europa oltre a importare trofei, li esporta anche. Vanno dunque aggiunti 246 trofei di orso bruno, 9 di lince eurasiatica e 35 di lupo grigio.

Perlopiù i trofei arrivano da Namibia, Sud Africa, Canada, Russia, Argentina, Kirghizistan e Stati Uniti e finiscono nel 52% dei casi in Germania, Spagna e Danimarca. Si va dalla classica testa imbalsamata appesa al muro, alla pelle d’orso stesa sul pavimento a mo’ di tappeto. Ma anche artigli, orecchie, zampe, code, denti, ossa, genitali utilizzati come soprammobili, pellami con cui fare cuscini. Souvenir esibiti in salotto a dimostrazione del successo della battuta di caccia.

Per quanto riguarda l’Italia, dal 2014 al 2020 sono stati importati 437 trofei. Il nostro Paese è il primo importatore europeo di trofei di ippopotamo (145), il quarto di leoni africani selvatici e il quinto di elefanti africani (65), ed è stato uno dei cinque Paesi ad aver importato almeno un trofeo di rinoceronte nero.

Dietro la caccia al trofeo c’è un business che coinvolge una rete internazionale di soggetti e mette in gioco parecchi interessi. Il Safari Club International che ha sede negli Stati Uniti, è uno dei più grandi gruppi mondiali per la caccia al trofeo. Ogni anno organizza una convenzione che attira decine di migliaia di partecipanti da tutto il mondo, comprese le aziende di caccia al trofeo e gli organizzatori dall’Europa. Un evento che da solo nel 2019 ha generato profitti per il gruppo pari a 13 milioni di dollari.

“Non si tratta di attività sporadiche portate avanti da una manciata di cacciatori, ma di un’intera industria”, ha precisato Martina Pluda, direttrice per l’Italia di Humane Society International. “Si investono risorse ingenti per fare pressione sui governi, sui Paesi importatori di trofei e sugli organismi internazionali, come la Cites per garantire che i permessi o le quote di caccia siano regolarmente concessi o per indebolire la protezione delle specie cacciate”.

Una delle affermazioni ricorrenti a difesa del Trophy Hunting è che si tratta di una attività utile a sostenere l’economia locale, addirittura a proteggere gli animali. Secondo uno studio del Safari Club International, la caccia al trofeo in 8 Paesi analizzati - Botswana, Etiopia, Mozambico, Namibia, Sud Africa, Tanzania, Zambia and Zimbabwe - produce benefici economici per 426 milioni di dollari l’anno e crea occupazione per 53.000 posti di lavoro.

In realtà sembra che i numeri siano decisamente più ridotti. Una stima più realistica dei vantaggi economici legati al Trophy Hunting si aggira sui 132 milioni di dollari l’anno, con un contributo occupazionale compreso tra 7.500 e i 15.500 posti di lavoro. Non solo: negli 8 Paesi studiati il turismo rappresenta tra il 2,8 al 5,1% del Pil, ma solo lo 0,03% viene dai cacciatori di trofei.

Un contributo inferiore a quello prodotto dall’eco turismo, ovvero dall’osservazione diretta della fauna selvatica. E’ stato stimato per esempio che se il leone Cecil non fosse stato ucciso nel 2015 da un cacciatore di trofei che ha pagato 55.000 dollari, nel corso della sua vita avrebbe generato entrate per un milione di dollari, considerando il flusso di ecoturisti.

Per fermare tutto ciò l’unico modo è interrompere il cerchio, ovvero vietare l’importazione di trofei, sostiene Humane Society International che ha lanciato una petizione #NotInMyWorld - Fermiamo l’importazione di trofei in Italia! per mettere fine alle importazioni ed esportazioni di trofei di caccia.

Un obiettivo raggiungibile se si pensa che secondo un recente sondaggio quasi 9 italiani su 10 si oppongono alla caccia al trofeo di tutti gli animali selvatici, l’88% concorda sul fatto che non debba essere consentito importare trofei di caccia da altri Paesi e il 74% è favorevole a un divieto totale di esportazione e importazione di trofei di animali morti da e per l’Italia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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