'Football's Kitchen", Maurizio Rosazza Prin nelle cucine dei calciatori. E delle loro mogli: “Mai aver paura di sperimentare”

Italia, terra non soltanto di cultura e tradizione, ma anche di buona cucina e calcio: due passioni che ‘Football’s Kitchen’, nuovo show in onda su Gambero Rosso Channel a partire da martedì 3 maggio, unisce ed esplora con un format in cui i campioni del pallone sono protagonisti mostrando il loro lato più umano e “ghiotto”, tutto grazie a due esperti dei rispettivi settori.

Da una parte Massimo Ugolini, giornalista sportivo che dal campo aiuterà gli spettatori a conoscere meglio il campione anche attraverso l’aiuto di allenatori e compagni di squadra; dall’altro Maurizio Rosazza Prin, finalista della seconda edizione di ‘Masterchef’, arrivato a un soffio dal podio (ceduto all’avvocato Tiziana Stefanelli), che ormai da tre anni ha fatto della cucina, e di tutto ciò che vi ruota intorno, una sorta di “missione”.

Ex pubblicitario con una spiccata vena artistica che trasferisce in tutti i suoi piatti, Rosazza Prin è il creatore del brand di e-commerce “Chissenefood”, con cui dispensa ricette e consigli, ed è a lui che è affidato il compito di “entrare nella mente” - e nella casa - dei campioni di turno e, insieme con le loro compagne, di preparare il piatto da fargli assaggiare: “In questo momento è un po’ come se fossi in ritiro”, ci spiega quando lo raggiungiamo al telefono a un giorno al debutto del programma, in onda dal 3 maggio al 10 luglio, tutti i martedì alle 21.30, sui canale 412 di Sky.

Da dove nasce l’idea di coniugare cibo e calcio?
Da me e da Massimo (Ugolini, ndr). Volevamo trovare il modo di parlare di calcio in maniera diversa, svelare il lato nascosto dei calciatori attraverso una narrazione fatta di cibo, di piatti,  ma anche di territori, che è un’altra cosa che lega tutti. Ed è piaciuta tanto anche a loro, le adesioni sono state molte, e spontanee: pur essendo loro molto legati al risultato, per lavoro, hanno accettato di partecipare senza avere mai visto il programma.

Che tipo di piatti dobbiamo aspettarci nel corso dello show? Non dev’essere facile cucinare per uno sportivo.
Devo dire che non hanno particolari esigenze, nonostante il lavoro che fanno. Trascorrendo molto tempo insieme con loro, ho notato che sono persone che si concedono sfizi, hanno una vera passione per vino e cibo, alcuni hanno anche fatto dei corsi per conoscere il vino. Nei loro momenti liberi sono come tutti noi, quindi abbiamo cercato di leggere le loro caratteristiche e i loro gusti interpretando anche il territorio, altro ingrediente fondamentale, attraverso mogli e fidanzate.

Il contributo delle cosiddette “wags” italiane?
In realtà mi aspettavo di trovare la versione patinata delle mogli dei calciatori, e invece ho trovato persone normalissime e stupende, che non entrano in nessun tipo di stereotipo. Sono donne che hanno scelto di seguire il loro compagno, per niente dive.

E com’è stato cucinare a quattro mani con loro?
Divertentissimo, e molto interessante. Nella parte del programma che riguarda me, vado con la moglie di turno a fare la spesa, un pretesto manzoniano per raccontare di loro e delle loro esperienze. Le città servono come sfondo, ma anche come ispirazione per la ricetta. Per esempio, con Sara Da Silva (la moglie di Jonathan Biabiany, ndr) abbiamo fatto un giro a Milano, e dai nostri sforzi è uscito fuori un versione brasiliana del mondeghili, la polpetta milanese di carne fatta però con il pesce, perché loro non mangiano carne. Con Elisa Aliotta, invece, la fidanzata del calciatore del Genoa Leonardo Pavoletti, abbiamo fatto un tour di Arenzano, in Liguria, e alla fine abbiamo fatto finte trofie di seppia condite con il pesto: quando si sono seduti credevano di mangiare tradizionali trofei al pesto, in realtà era pesce tagliato a forma di trofia. Il fil rouge del programma è stato dare vita a un calderone in cui ci fossero più ingredienti, per non parlare di calcio in maniera tradizionale.

Inevitabile tornare un po’ indietro nel tempo: sono trascorsi tre anni da quando eri a ‘Masterchef’. Da allora hai continuato a focalizzarti sulla cucina, con il tuo brand e con varie partecipazioni televisive. Non tutti ce l’hanno fatta, nonostante la partecipazione a uno dei programmi di cucina più famosi in circolazione: cosa ha fatto la differenza per te?
Credo un po’ di sano menefreghismo. Io sono andato a ‘Masterchef’ per la competizione. Ero preparato, cucinavo e conoscevo la cucina e i suoi protagonisti, e la mia idea, dopo aver visto la prima edizione, era di andare lì e “dare qualche botta negli stinchi”, per usare un gergo calcistico. Ma non mi interessava in realtà cambiare la mia vita, anche se alla fine è successo. Noto purtroppo invece che alcune persone vanno a ‘Masterchef’ con l’idea di farsi cambiare la vita dalla tv, o per fare tv, e non per cucinare. Per me invece tutto ruota intorno alla cucina e alle idee che vi sono legate: sperimentare è fondamentale. D’altronde è il concetto su cui si basa tutta la mia idea di cucina: mai avere paura di sbagliare, e se succede “chissenefood”.

La domanda è quasi scontata. Hai seguito l’ultima edizione di Masterchef?
L’ho fatto, in diretta. Se avessi dovuto scegliere una vincitrice, di sicuro avrei scelto Alida (la seconda classificata dopo Erika, ndr). Ma bisogna capire che cosa arriva sulla bocca al di là del lato scenico e della spettacolarità della tecnica e del piatto.

Un consiglio a chi vuole giocarsi la carta di ‘Masterchef’?
Riportate il cibo al centro, poi se siete personaggi esce. Io ormai ho avuto la mia esperienza, ma non vedo l’ora che facciano una sorta di ‘Champions League’ con tutti: per me la competizione era il motore, mi svegliavo la mattina con l’idea di sbaragliare la concorrenza. E anche se a calcio sono sempre stato scarsissimo, alla fine ci sono arrivato lo stesso, in qualche modo. Durante le registrazioni, ho confessato a una delle mogli che da ragazzino sono riuscito a prendere anche 18 gol. E lei mi ha risposto che è raro che una persona sappia fare i piatti che faccio io, che è forse più facile giocare a calcio. E la soddisfazione mi ha ripagato.

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