Fra crisi chip e incentivi mancati l'auto rischia la 'tempesta perfetta'

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Se l'industria automobilistica italiana aveva sperato in un anno di forte ripresa - dopo un anno devastato dal covid, con 1,38 milioni di auto vendute, il 28% sul 2019, a livelli non più toccati dagli anni Settanta - le incertezze legate alla transizione tecnologica (con la pressione per il passaggio a modelli elettrificati, più raffinati ma anche più costosi) e soprattutto la crisi globale dei semiconduttori hanno creato qualcosa di molto simile a una 'tempesta perfetta' che rischia di lasciare macerie nella rete dei concessionari e in tutto il sistema che ruota intorno alle quattro ruote.

In una sua analisi del mercato globale, Moody's definisce 'stabili' le prospettive per il settore automobilistico per i prossimo 12-18 mesi, e quindi "ben al di sotto del picco del 2017" con una "ripresa delle vendite relativamente lenta". Per il 2022 si parla di una crescita del 6,2% rispetto all'anno che si sta chiudendo, devastato dall'impatto del Covid e della crisi dei semiconduttori : secondo l'analista Matthias Heck, "le case automobilistiche riusciranno a mitigare le limitazioni della catena di approvvigionamento migliorando il mix e aumentando i prezzi, con problemi di forniture in calo e un recupero dei volumi nella seconda metà del 2022". Ma quel +6,2% - avverte Moody's - sarà soprattutto 'sulle spalle' della Cina mentre Europa e Nordamerica dovrebbero limitarsi a una crescita sotto il 5%, con incertezze ancora a dominare lo scenario.

L'Europa dopo un primo semestre rampante ha progressivamente perso slancio, in uno scenario di carenza di prodotto che ha portato novembre a chiudere a livello continentale in forte calo del 17,5% sullo stesso mese 2020 - con 864.119 unità, il volume più basso per questo mese dell’anno dal 1993. In pratica, rispetto allo stesso periodo del 2019 il mercato europeo ha perso 3,72 milioni di vetture, come se fosse scomparso un grande costruttore.

E l'Italia non fa meglio, anzi con un crollo del 24,6% a novembre, ha registrato la performance peggiore dopo la Germania, fra i grandi mercati europei e si candida a chiudere il 2021 a 1,46 milioni di immatricolazioni: a penalizzare il nostro mercato, commenta Andrea Cardinali, Direttore Generale dell’Unrae, è il fatto che l"l'Italia è anche l’unico fra i Paesi più grandi a non prevedere sostegni alla domanda di veicoli a zero o bassissime emissioni. Se questo atteggiamento di indifferenza da parte del Governo resta inalterato, c’è da chiedersi come sia pensabile arrivare ai target di diffusione delle nuove tecnologie proposti in Europa”.

Cardinali rimarca l’assenza di una strategia da parte delle istituzioni centrali: "Mentre le Case automobilistiche già da molti anni sono impegnate con propri programmi di elettrificazione dei loro prodotti, è necessario che vengano varate misure per accelerare la transizione della domanda verso le nuove tecnologie, con incentivi all’acquisto di veicoli di ultima generazione e sviluppo di adeguate infrastrutture di ricarica”. Necessaria anche, secondo Cardinali, “una complessiva riforma dell’imposizione fiscale sull’auto, in particolare per i veicoli aziendali, categoria che in Italia è penalizzata rispetto agli altri Paesi europei”.

Le immatricolazioni di novembre in Italia confermano la bassa penetrazione di auto “alla spina”, superiore di pochi decimali solo a quella della Spagna, grazie ai veicoli elettrici BEV. La quota di BEV e ibridi PHEV vale l’11,7%, pari a un terzo rispetto alla Germania, alla metà della Francia e meno della metà rispetto al Regno Unito. L’Italia si conferma invece in prima posizione in termini di penetrazione di auto ibride HEV, grazie agli acquisti fatti con l’incentivo della fascia 61-135 g/Km e al fatto che queste vetture sono 'indipendenti' dalle infrastrutture di ricarica.

Per Gian Primo Quagliano Presidente del Centro Studi Promotor mentre l’economia sta recuperando, "il mercato dell’auto dell’Europa Occidentale procede a tre cilindri". E per l'Italia, aggiunge, servono interventi decisi e di lungo respiro: nel nostro paese ""l'auto vale almeno il 12% del Pil: un settore del genere non può essere penalizzato" dalla mancanza di scelte di "una classe dirigente che non alimenta la transizione in atto. Viene da chedersi Draghi e i partiti cosa stiano aspettando" per varare "un piano organico, con incentivi alla rottamazione per almeno tre anni, validi per l'acquisto di vetture elettriche o tradizionali con emissioni sotto i 135 grammi per km".

"L'impatto della crisi dei chip - osserva - secondo alcuni esperti potrebbe andare avanti per tre anni" un calo che nel nostro paese potrebbe portare "l fallimento di aziende della componentistica e concessionari". Questi ultimi peraltro sono "molto preoccupati dall'atteggiamento di alcune case che nel frattempo hanno detto di voler superare il vecchio modello della distribuzione" andando oltre il ruolo tradizionale delle concessionarie.

Certo, il Cite ha posto come target la fine della vendita di auto con motori 'tradizionali' al 2035 ma, osserva il presidente del Csp, prima bisognerebbe "fare un investimento sulle colonnine, sostenere la trasformazione del parco circolante con misure stabili, senza scaricare i costi sugli automobilisti".

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