Franca Leosini: “C’è una condanna senza certezze che mi lascia ancora sgomenta”

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franca leosini intervista a notizie.it
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Franca Leosini non appartiene al tempo. Splendidamente identica a se stessa da quasi cinquant’anni, è una sentinella della cronaca nera italiana, in cui si addentra con animo gentile e parola bicuspide.

Napoletana, marito direttore di banca, due figlie, una laurea in Lettere e una passione per la moda – è stata anche direttrice di Cosmopolitan – approdò negli anni Novanta in Rai chiamata da Angelo Guglielmi, che ne leggeva i commenti ai processi su Il Tempo. Negli anni ha intervistato tutti – da mandare a memoria l’incontro con Patrizia Gucci e quello con Angelo Izzo – e non ha mai cambiato stile. Quello della parola, e del look.

Questa sera, 4 novembre, finalmente torna su Raitre – dopo la pausa obbligata legata al Covid-19, che le ha impedito di entrare negli istituti penitenziari e così proseguire con il suo amatissimo Storie Maledette – con un nuovo programma.

Si tratta di Che fine ha fatto Baby Jane? – in onda anche giovedì prossimo – in cui accompagna il telespettatore in ciò che accade quando il carcere si apre e i riflettori si spengono. Quando chi ha commesso delitti atroci ha la possibilità di ricostruirsi una vita dopo aver scontato la pena.

“Tutto – mi spiega Leosini, con quella sua voce incredibile, mentre scandisce piano le parole – ruota intorno a due protagonisti di Storie Maledette che hanno riacquistato la libertà. Cerchiamo di far scoprire al telespettatore dove sono oggi, che cosa fanno, in che modo hanno ripreso la loro vita”.

Come è nata questa narrazione inedita, che mette insieme materiali di repertorio e docufiction, vicenda umana e giudiziaria?

Nel corso della mia carriera, ogni volta che incontravo chi si era macchiato di un gesto drammatico, mi sono sempre chiesta: che cosa sarà dopo di lui? Che cosa accadrà quando tornerà in un contesto sociale? Ragionando su questo è nato il programma. I protagonisti delle prime due puntate sono Filippo Adamo e Katharina Miroslawa. Entrambi li ho incontrati nei primi anni Duemila. Adamo lo conobbi per la prima volta 17 anni fa, nel penitenziario Bicocca di Catania. Aveva appena 23 anni, e avrebbe dovuto scontare 17 anni per aver ucciso sua madre Rosa con un colpo di pistola alla nuca.

Katharina Miroslawa invece la conobbi a Venezia, nel carcere La Giudecca. All’epoca faceva la ballerina in alcuni night club, fino al giorno in cui, nel 1986, furono esplosi due colpi di pistola contro il suo amante, l’imprenditore Carlo Mazza, che in suo favore aveva stipulato una polizza sulla vita da un miliardo di lire.

Quando li incontrò per la prima volta vide in loro due assassini?

Assassini è un termine che non mi piace. I miei interlocutori sono persone come me, come te. Persone che si sono macchiate di atti tragici e dolorosi, di cui scontano le conseguenze.

Entrambi oggi hanno un lavoro e una famiglia. Ma il giudizio sociale continua ad accopagnarli?

Sono convinta che la società sia più disposta a perdonare che a dimenticare. Ed è ragionando anche su questo che è nato il programma. Dimenticare non è facile. Il rapporto di chi ha sbagliato con la società è un segno negativo che gli viene dal passato. Un marchio spesso indelebile. Chi dopo aver scontato una pena torna nel presente fa una grande fatica a vivere. Esattamente come Amato e Miroslawa.

Negli anni tutti quelli che hanno parlato con me ne hanno sempre avuto una ricaduta positiva. Un perdono sociale che non è facile. Il colloquio che abbiamo avuto è stato importante. La cosa che mi fa piacere è che entrambi siano riusciti a ricostruirsi una vita. Sono napoletana, e non so parlare napoletano, ma si vede che hanno ragione quando dicono che porto buono.

Porta buono, e sopporta con estrema eleganza la responsabilità di narrare storie atroci. Quali sono le regole che si è data?

Affrontare le storie con rispetto e attenzione umana. Cercare sempre le verità che ogni vicenda presuppone, studiare gli atti processuali a menadito, creare una puntata con assoluta meticolosità. Utilizzare il rispetto.

Un rispetto che spesso nel tritacarne televisivo viene a mancare.

I colori della cronaca sono sempre accesi, ma quando si verifica un crimine, una tragedia, i fatti vengono raccontati in tinte forti e gli schizzi di fango e di dolore vanno su chi il crimine l’ha commesso. A volte i colleghi, cui va tutta la mia stima, non hanno il tempo per approfondire, e raccontano in orizzontale le storie. Per andare in profondità ci vuole tempo. E poi c’è una cosa a cui tengo molto.

Quale?

Che si sappia che le domande non le fornisco mai prima. I miei interlocutori non sanno mai come li intervisterò perché credo che la cosa fondamentale sia l’onestà intellettuale. Da parte mia, ma anche da parte loro.

Si è mai pentita di aver raccontato una storia maledetta?

Mai. Io incontro le persone solo una volta prima della registrazione, per stabilire un rapporto umano, ed evitare che il primo appuntamento sia quello di fronte le telecamere. L’unica volta che ho avuto la sensazione che l’intervistato volesse manipolarmi ho rinunciato.

Come andò esattamente?

Dopo aver studiato per tre mesi il processo, andai in carcere per intervistare quest’uomo che aveva ucciso tre persone. Quando ci parlai, ebbi la netta consapevolezza che aveva intenzione di servirsi di me.

E allora?

I miei interlocutori sanno che rispetto loro e le vittime delle loro tragedie, ma pretendo che abbiano lo stesso rispetto per me. Decisi allora di andare dal direttore di rete. Gli dissi che avrebbe avuto una puntata in meno per quell’anno. Mandarla in onda sarebbe stato tradire chi segue il programma, e soprattutto tradire me stessa.

Negli anni ha girato ben 98 puntate di Storie Maledette. Ce ne è stata una che ha cambiato la sua percezione del male?

No. La percezione del male l’abbiamo vivendo quotidianamente. Non è con Storie Maledette che ho affrontato questo rapporto. I miei interlocutori sanno che la parola rispetto è la chiave di tutto. Io rispetto il loro passato, e naturalmente il loro presente.

Ha mai incontrato una vicenda che ha contaminato la sua idea di giustizia?

Generalizzare è sempre un crimine. Ma ci sono dei casi in cui ho trovato sentenze che mi sono sembrate sbagliate in un senso, per eccesso di colpa, o nell’altro. E poi c’è una condanna senza certezze assolute che tutt’ora mi lascia sgomenta

La prego, me la dica.

No, mi dispiace. Le decisioni della magistratura non vanno discusse, naturalmente, ma leggendo i documenti si ha la possibilità di farsi la propria opinione. Parto dall’assunto che un delitto vada sempre condannato per rispetto delle vittime, ma in questi anni mi sono resa conto che le punizioni non sono quasi mai corrispondenti.

Come sceglie le storie che racconterà in televisione?

Studiando tutto quello che si verifica sul piano delle vicende del crimine privato. Poi agisco in base alla mia sensibilità. Se una storia mi cattura, se mi interessa, penso che possa farlo anche con gli altri. Oggi noto un maggiore incremento di crimini legati a fatti economici, che sono quelli che a me non interessano.

E c’è un aumento della violenza sulle donne.

È peggiorata, certo, ma per fortuna c’è una maggiore sensibilità. L’uomo non riesce ad accettare che la donna decida il destino della coppia, e non sopporta l’indipendenza economica.

Lei ormai è un’icona. Se lo sarebbe mai aspettato?

Mi gratifica molto essere seguita da un pubblico così variegato, che va dai quindicennni ai novantenni. Ma la cosa che mi gratifica di più è il grande seguito fra i giovanissimi.

I leosiners che spopolano sui social network e che citano alcune sue frasi come cult del contemporaneo.

Questa è una delle cose che più mi soddisfa. In fondo, il mio è un programma che tratta una materia difficile, con storie umane drammatiche e dati processuali. Non parliamo di un varietà! L’attenzione e la passione che mi viene riservata è uno sprone quotidiano a fare meglio, a dosare la mia presenza in televisione e naturalmente a studiare. A studiare, soprattutto. Sempre di più.

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