Francesco Bruni: “Vi racconto la malattia che ti attraversa e che ti resta dentro”

Giuseppe Fantasia
·Journalist
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(Photo: Paolo Ciriello)
(Photo: Paolo Ciriello)

“In un’epoca in cui, giustamente, le donne rivendicano la loro forza, gli uomini rivendicano la loro debolezza”. Ce lo dice Francesco Bruni quando lo incontriamo alla 15esima Festa del Cinema di Roma nella sua giornata conclusiva. “Stiamo imparando ad accettare la parte debole di noi ed io, personalmente, ho sempre pensato che la forza di un uomo non abbia niente a che fare con la sua virilità, con la sua potenza sessuale”, continua il regista di Scialla, Noi 4 e Tutto quello che vuoi. “La virtù di un uomo è molto simile a quella di una donna: sta nell’ascolto, nell’altruismo e non nel gonfiare soltanto i muscoli e mostrare i pettorali. Il MeToo ci sta imponendo una rieducazione del maschio, una svolta epoca che dobbiamo vivere positivamente. I miei personaggi maschili - da Fabrizio Bentivoglio nei panni di un apatico ex professore ed ex scrittore, un uomo impotente che diventa coraggioso, a Giuliano Montaldo malato di Alzheimer fino al ragazzo che lavora per lui e che si scopre diverso – sono tutti lontani da simili stereotipi: sono il simbolo della nuova frontiera del maschio contemporaneo che è quella di mostrarsi debole”.

In “Cosa Sarà” - il suo nuovo film presentato in anteprima questa mattina e che uscirà oggi nelle sale per Palomar e Vision Distribution – lo è anche Kim Rossi Stuart, nei panni di Bruno Salvati, un regista che non ha mai avuto successo, separato e con due figli, che da un momento all’altro scopre di avere una forma di leucemia. È la storia stessa di Bruni che nel 2017 si è visto diagnosticare un tumore del sangue affrontato poi con un trapianto di cellule staminali ricevute da suo fratello l’anno successivo. “Da questa vicenda personale ho tratto questa storia che ho complicato ad arte”, ci spiega il regista, 59 anni, già sceneggiatore dei film di Paolo Virzì e Mimmo Calopresti a cui si deve anche l’adattamento delle opere di Andrea Camilleri per la serie tv del Commissario Montalbano. “Oggi ha preso piede quest’immagine del ‘guerriero’ che deve sconfiggere il cancro, una cosa che non mi è piaciuta perché fa parte di un superomismo che non mi appartiene. La malattia è una cosa seria che ti attraversa e che ti resta dentro. Io l’ho vissuta e, fortunatamente, sono riuscito a superarla, ma seguo il consiglio che mi ha dato un medico, e cioè quello di non dire mai di aver sconfitto il male, ma che la malattia è in remissione. Questo è significativo, perché ho immaginato una creatura annidata dentro di me che mi ha preso mazzate e che, spero, non tiri mai più fuori il capo, ma nonostante questo, la malattia è parte di me”.

Bruni ce la racconta attraverso il suo protagonista e in questo bel film tutto italiano lo fa con tatto, serietà e un umorismo coinvolgente quanto necessario per (cercare di) superare e sopravvivere a certi momenti che non sono non facili per nessuno, dalla persona coinvolta a chi gli sta attorno. “Cosa sarà” è un pot pourri continuo di emozioni in cui si attraversa il dolore sì, ma con il gusto della commedia, perché è proprio vero che non può esserci umorismo senza un tema drammatico e non può esserci dramma senza un possibile allargamento umoristico. Umorismo e dolore accompagnano il viaggio dell’autore e della sua famiglia composta da moglie (Lorenza Indovina), figlia (Fotini Pelusi), figlio (Tancredi Galli), sua sorella (Barbara Ronchi), nonno (Giuseppe Pambieri) e la madre da giovane (Elettra Mallaby) a cui non si può non aggiungere la dottoressa Bonetti che lo porterà alla guarigione, interpretata perfettamente da Raffaella Lebboroni, vera moglie di Bruni nella vita reale, una donna nei panni di un ruolo di solito sempre maschile al cinema, il primario, la persona più importante del film e nella storia personale del regista, perché è colei che salva e che lo salva veramente. È una delle tante donne forti che lo circondano, donne che, come accade spesso, devono reagire a qualcosa che succede dimostrando così una capacità a reagire più immediata rispetto agli uomini. Anche se non lo fanno subito – come accade nel film al personaggio di Barbara Ronchi, la sorella donatrice che ci mette del tempo per metabolizzare la cosa – poi, più prima che poi, ci si buttano.

In origine il film aveva un altro titolo, “Andrà tutto bene”, poi cambiato in “Cosa sarà”, perché – come spiega il regista - non potevamo tenere il primo titolo visti i 35 mila morti. Questo nuovo è stato scelto, non è mia l’idea, ma l’ho sposata subito. Il cosa sarà della malattia, il cosa sarà di me è diventato, incredibilmente, il cosa sarà di noi, cosa sarà di questo Paese. Un titolo profetico, non c’è che dire, anche se è stato scelto a maggio, quando sembrava che stessimo fuori da tutte le nuvole”.

Infine, ultima ma non ultima, la dedica speciale del film a Mattia Torre, scrittore e sceneggiatore, uno che con la malattia ha perso la sua battaglia, ma che resta per sempre nel cuore di chi lo ha conosciuto e lo ha frequentato, in quello di chi ha lavorato con lui e di chi ha semplicemente visto i suoi film.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.