Frattura scomposta in Europa

Merkel e Conte (Photo: )

Rispetto all’ultima riunione dell’Eurogruppo sulla crisi economica da coronavirus, la differenza è che domani, in questa nuova videoconferenza tra i ministri finanziari dell’eurozona, ci saranno delle proposte sul tavolo. Ma il divario tra nord e sud Europa resta lo stesso. Anzi peggiorato per il fronte dei paesi più in difficoltà: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia e altri. Alla vigilia, si gioca al ribasso, per non uscirne malissimo: Parigi fa sapere che non approverà il pacchetto di matrice tedesca – Mes a condizionalità bassa, Bei e piano Sure della Commissione europea – se non verrà accettata la proposta di fondo temporaneo ed eccezionale di solidarietà per mutualizzare i debiti futuri in risposta alla crisi del coronavirus. Una posizione sulla quale si attesta anche Palazzo Chigi. “Mes no, eurobond sì”, dice Giuseppe Conte in conferenza stampa, precisando che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è sulla sua stessa linea.

“All’inizio - specifica il premier - non Gualtieri ma altri mi avevano suggerito di non seguire questa strada. Ma io penso che quando si difende un paese non si fanno calcoli, la storia è con noi”.

Ma Berlino non è con Roma o con Parigi. Nemmeno la richiesta di un fondo temporaneo sfonda il muro nordico: il primo no arriva dalla Germania e a scalare anche dall’Olanda, che addirittura ha dei dubbi persino sul piano Sure della Commissione europea. Addirittura.

La proposta italo-francese è il  ‘fondo europeo per la rinascita’ di cui parlano Paolo Gentiloni e il francese Thierry Breton, strumento per emettere obbligazioni di lungo termine. In sostanza, si tratta di mobilitare il 10 per cento del pil dell’Unione, 1500 miliardi da recuperare con emissioni comuni. E’ la carta che in qualche modo più assomiglia agli eurobond, chiesti dal sud e bocciati senza appello del nord. E’ la carta che Roma e Parigi si giocano per non dover accettare il pacchetto tedesco senza incassare nulla, soprattutto la parte che riguarda il Mes che già mette in fibrillazione la maggioranza di governo: il Movimento cinquestelle giura che non passerà.

Ma la proposta franco-italiana arriva ‘zoppa’ all’Eurogruppo di domani. Stamane da Palazzo Berlaymont hanno fatto sapere che non si tratta di un’idea sostenuta da tutta la Commissione europea. Ursula Von der Leyen resta ferma sul piano ‘Sure’, di sostegno al lavoro, che rientra nel pacchetto in discussione domani. E insiste sul fatto che gli Stati membri dovrebbero trovare un accordo sul bilancio pluriennale europeo 2021-27, incagliato nelle discussioni del Consiglio del 20 febbraio, conclusosi con un nulla di fatto proprio mentre in Italia si affacciava la pandemia con i primi casi a Codogno. Stop.

 

Per Roma, Parigi, Madrid e gli altri orfani degli eurobond, il ‘fondo rinascita’ è la carta per non restare a bocca asciutta dopo il vertice di domani. Il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire chiede almeno un ok in linea di principio, spiega che la Francia è favorevole al pacchetto che include il ricorso al Mes, alla Bei e al meccanismo Sure, ma, sottolinea, “questi strumenti non basteranno di fronte alla gravità della crisi. Dobbiamo poter disporre di uno strumento molto più potente”.

Gentiloni chiede di aggiungere “una quarta gamba” al pacchetto di ispirazione tedesca. Ma a Berlino le gambe restano tre: uso dei fondi del Meccanismo europeo di stabilità con bassa condizionalità, intervento della Bei e il piano Sure della Commissione. Oggi è il giorno in cui scende in campo direttamente Angela Merkel, con una apposita conferenza stampa. “E’ interesse di tutti uscire forti” da questa situazione, dice la Cancelliera, “la Germania andrà bene solo se l’Europa andrà bene”. Ma questa è la parte positiva della storia.

Quella negativa per Roma, Parigi e gli altri paesi più in difficoltà è la parte relativa al Mes, parola ormai ‘maledetta’ soprattutto nel dibattito pubblico italiano dove Matteo Salvini già si prepara: “Sfiducia al governo se domani in Eurogruppo non si opporrà all’uso del Mes”. Ma di cosa parlano esattamente i tedeschi?

Merkel parla di “crediti a condizionalità più bassa”. Il suo ministro dell’Economia Olaf Scholz, socialista, promette che non ci sarà una Troika a controllare i conti italiani. Ma i dettagli di queste condizionalità sono tutti da vedere: si sa che dovrebbero essere poche, legate alle spese per la crisi da pandemia e a lungo termine. Vale a dire, il piano di rientro non dovrebbe scattare subito, ma solo a emergenza finita. Il punto è che scatterà: quando (e anche questo non è chiaro) le regole del Patto di stabilità e crescita (3 per cento del rapporto tra deficit e pil, 60 per cento del rapporto tra debito e pil) torneranno a funzionare. Per ora infatti, per intervento della Commissione europea approvato dagli Stati membri, sono solo ‘sospese’. Non sono state uccise dal coronavirus.

Il tunnel è strettissimo. Gli Stati europei sono determinati a uscirne insieme, senza sfasciare l’Ue. Ma a quale prezzo? E’ possibile che domani l’Eurogruppo non raggiunga un accordo su tutti i punti in discussione: troppi dettagli tecnici, ma di sostanza, da concordare. Ed è possibile che su alcune proposte, se non tutte, si rinvii la decisione al prossimo consiglio europeo in videoconferenza, che non è ancora convocato e potrebbe tenersi ormai dopo Pasqua. Sarebbe l’ennesimo ping pong tra Eurogruppo e Consiglio: come il 24 marzo scorso, quando i ministri finanziari lasciarono la palla ai leader e i leader gliel’hanno rimandata quasi senza toccarla, in vista della riunione di domani.

“Per l’Unione Europea questa è la sfida più grande sfida da quando è nata”, dice Merkel, parlando il linguaggio della verità di una Cancelliera di lungo corso.

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