"Free Papua". I ribelli con arco e frecce sognano l'indipendenza

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JAYAPURA, IRIAN JAYA, INDONESIA - SEPTEMBER 21: Fishermen anchor at the Hamadi traditional fish market on September 21, 2021 in Jayapura, Irian Jaya, Indonesia. Papua, formerly known as Irian Jaya, is the westernmost of Indonesia's provinces, which spreads across a wide archipelago covering Southeast Asia, parts of the South China Sea, and parts of the seas north of Australia. Indonesia has the third-largest marine capture fisheries potential in the world after China and Peru, with 8% of world fishery production. The government intends to expand exports from fishing by 1.5 billion dollars by 2024. (Photo by Robertus Pudyanto/Getty Images) (Photo: Robertus Pudyanto via Getty Images)
JAYAPURA, IRIAN JAYA, INDONESIA - SEPTEMBER 21: Fishermen anchor at the Hamadi traditional fish market on September 21, 2021 in Jayapura, Irian Jaya, Indonesia. Papua, formerly known as Irian Jaya, is the westernmost of Indonesia's provinces, which spreads across a wide archipelago covering Southeast Asia, parts of the South China Sea, and parts of the seas north of Australia. Indonesia has the third-largest marine capture fisheries potential in the world after China and Peru, with 8% of world fishery production. The government intends to expand exports from fishing by 1.5 billion dollars by 2024. (Photo by Robertus Pudyanto/Getty Images) (Photo: Robertus Pudyanto via Getty Images)

Wiro Nongganop dice di comandare un battaglione degli indipendentisti della Papua occidentale, ma le sue uniche armi sono archi e frecce, e vive in esilio in una capanna fatta di corteccia, a volte mangiando semplici foglie di patata. Originario della provincia indonesiana della Papua occidentale, il signor Nongganop è fuggito dalla sua terra natale nel 2019 con alcuni membri del suo popolo Muyu per attraversare il confine poroso e stabilirsi in Papua Nuova Guinea. È a capo di un gruppo di 700 uomini che cercano di sopravvivere coltivando sulle terre paludose offerte dal governo, mentre sognano l’indipendenza per la Papua occidentale, obiettivo irraggiungibile da quando l’Indonesia ha preso il controllo di questa metà dell’isola 60 anni fa. Alla loro ribellione impossibile è dedicato un reportage dell’agenzia di stampa francese Agence France-Presse.

“Se avessimo armi, andremmo in guerra”, spiega all’AFP Nongganop, comandante di battaglione della Free Papua Organization (OPM), seduto a gambe incrociate accanto al suo vice nella sua modesta capanna. “Ma non ci sono pistole. Se usiamo le frecce, loro usano le pistole”.

Per decenni, i ribelli della Papua occidentale hanno condotto una debole insurrezione contro le forze di Giacarta, mentre lottavano per trovare sostegno internazionale. Ma oggi la rabbia, la povertà estrema e le presunte violazioni dei diritti umani da parte dell’Indonesia rafforzano la linea dura e il loro desiderio di un’azione militare diretta all’interno del frammentato movimento per l’indipendenza.

I ribelli – scrive AFP - hanno intensificato i loro attacchi, prendendo di mira cantieri stradali, ma anche scuole e cliniche che ritengono legate all’esercito. Ad aprile, i separatisti hanno ucciso il capo dell’intelligence indonesiana a Papua, aumentando drasticamente le tensioni. Giacarta ha risposto etichettando tutti i separatisti come “terroristi”, inviando più truppe nella regione e lanciando sanguinose rappresaglie.

Gli inviati delle Nazioni Unite hanno espresso “grave preoccupazione” per la reazione eccessiva dell’Indonesia, che sembra “riflettere un modello più ampio di razzismo” contro gli indigeni papuani. Nel 2020 hanno citato accuse di tortura, omicidio di civili papuani e lo sfollamento di altre decine di migliaia. Erano anche preoccupati per il fatto che Giacarta interrompesse sporadicamente l’accesso a Internet e di fatto vietasse la presenza di quasi tutti i giornalisti stranieri nella regione, rendendo molto difficile la verifica. Il governo indonesiano non ha risposto alle accuse, ma il ministro della Sicurezza Mahfud MD ha assicurato che i papuasi erano considerati uguali agli altri cittadini indonesiani. “I papuani sono fratelli per noi, proprio come i giavanesi, i bugi, la gente di Sumatra e di Aceh”, ha insistito.

Wiro Nongganop è felice di essere vivo oggi. Lui e il suo vice elencano i papuasi di diversi gruppi etnici che sono morti o sono scomparsi in circostanze sospette negli ultimi anni. “Hanno compiuto omicidi segreti”, afferma. ”È un sistema unilaterale. A loro non importa delle persone”. “Tre membri della Kopassu con un’auto e un furgone blindato sono venuti a casa mia per portarmi via. Così siamo fuggiti”, racconta, usando il nome con cui sono conosciute le forze di sicurezza indonesiane, che pattugliano regolarmente le aree dei villaggi di confine.

Spera di ricevere armi da fuoco in modo che i ribelli possano vendicarsi, ma nessuno le ha fornite in decenni di combattimenti, lasciando loro solo le armi più artigianali: archi, frecce e lance. Per persone come Wiro Nongganop, la vita nella provincia più povera della Papua Nuova Guinea è difficile, e la prima battaglia è spesso per la propria sopravvivenza. Il suo villaggio, Yapsi, chiamato anche “Nuova posizione”, è un luogo difficile da coltivare. La terra è povera, le piante crescono male e la malnutrizione e la tubercolosi sono comuni. I bambini giocano tra teloni con i colori delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. La scuola rimane inaccessibile. Molti dei papuasi arrivati nel 2019 hanno preferito tornare dall’altra parte del confine, in Indonesia, nonostante i rischi che li attendono lì. “Avevano fame. Non ce l’hanno fatta”, racconta Wiro Nongganop, descrivendo la ricorrente mancanza di cibo. Per lui il ritorno è impossibile, almeno per il momento. Le forze di sicurezza indonesiane sanno chi è. “Ho paura di tornare indietro”, sospira, “aspetterò l’indipendenza e poi tornerò”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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