Friday for future: viva Greta, abbasso Greta

Greta Thunberg

Convincente è convincente. Perché a 16 anni è comunque meglio uno Skolstrejk för klimatet, ovvero uno sciopero scolastico per il clima, piuttosto che il nulla cosmico in testa, senza uno straccio di idea di futuro da proporre. E che gli vuoi dire quindi a Greta Thunberg, neomarianna dell’ecologismo mondiale, verbo incarnato che batte dove il dente duole, ovvero le colpe nostre (e dei nostri governi), entrambi pallidi iniziati sulla strada del green new deal.

Incapaci come siamo, noi altri, di best practices nella vita di tutti i giorni. Noi che abbiamo vizi orribili come fare shopping, mangiare carne, andare a letto tardi, comprare regali, disdegnare fagioli, legumi e riso. Tutte cose che Greta non fa. Eppure è vero che occorre agire subito, perché non c’è più tempo. È vero che la temperatura del pianeta è aumentata, che le emissioni di CO2 sono un problema serio per il nostro futuro. È vero che, se non si corre ai ripari oggi, i problemi ambientali dopo la metà di questo secolo ci costeranno fino a 130 miliardi di euro l’anno, pari all’8% del nostro Pil nazionale, come scrive Edo Ronchi, presidente della “Fondazione per lo sviluppo sostenibile”.

Ed è altrettanto vero che da parte di alcuni sindaci italiani sento ancora parlare dell’introduzione della raccolta differenziata in termini di vanto e di chissà quale grande passo avanti. Introduzione. Della raccolta differenziata. Vanto. Nel 2019.

È per questo che per darci una raddrizzata va bene anche una Greta, con le sue treccine, lo sguardo torvo quando, dall’assemblea dell’Onu, ci punta il dito contro e ci dice che le abbiamo rubato il futuro. Siamo esseri umani, abbiamo bisogno di eroi, pardon di brand come usa dire oggi, nel secolo dominato dai Ferragnez. E Greta è un brand performante.

Lei è la generalessa di un’armata green che ci fa stare scomodi nella nostra comfort zone, quando ci dice “vi terremo d’occhio”, “come osate”, “avete rubato i miei sogni e la mia infanzia”, “voi ci state deludendo”, “non vi perdoneremo mai”.

Greta mia, perdonaci invece se anche noi, a otto anni, non abbiamo pensato che le emissioni sarebbero state il problema del mondo, se abbiamo i culi di pietra e usiamo sempre auto, scooter e aerei per spostarci, se non siamo vegani, né abbiamo mai convinto i nostri genitori a diventarlo, se ci piace il ketchup sulle patatine, a volte pure insieme alla maionese, se abbiamo voglia di comprarci un paio di jeans nuovi.

Perdonaci, se puoi. Non sei tu il problema. No, questo no. Il problema è quello che ti hanno fatta diventare: una lavacoscienze buona per singoli, gruppi, governi e aziende. Perché tu dici cose sagge. Sì ok: hai qualche grave omissis, ma te lo perdoniamo, perché sei comunque più avanti di noi quando avevamo la tua età.

Chi invece prende te, il brand Greta, per farne un ecologismo da strapazzo, buono solo a poter dire di essersi messo in pari coi conti, ora che il tema è diventato mainstream, lui sì è peggiore di te. Penso a un esempio molto semplice.

Questa corsa improvvisa delle aziende e dei ministeri a eliminare le bottigliette di plastica, sostituendole con borracce di alluminio è bellissima, magari fosse arrivata prima. Ma oltre a questo, che fa molto figo, si dovrebbe investire in energie rinnovabili, magari posizionando sul tetto di aziende e scuole pannelli fotovoltaici, utilizzando carta riciclata, bicchieri di caffè biodegradabili, serramenti contro la dispersione del calore.

In una parola: servirebbero tanti soldini, ma Stato e aziende c’hanno il braccino corto e da quell’orecchio non ci vogliono sentire. Quindi: meglio le borracce. Vuoi mettere resa/spesa?

La stessa cosa vale per le nostre abitudini. Ragazzi siete belli e colorati quando scendete in piazza per i “Fridays for future, fate quasi pensare che non è vero che siete tutti dei lombrichi 3.0, ma se poi state h24 piegati sui social di uno smartphone, meglio se di ultimo lancio (cosa per cui di solito vi fate le code di notte), vi spostate con le minicar, fate una rissa per accaparrarvi le ultime scarpe griffate, prodotte, quelle sì, in chissà quale miserrimo Paese del sudest asiatico (dove altro che emissioni!), per poi spiaggiarvi sul divano di casa in t-shirt a gennaio, pretendendo 28 gradi, come se foste in nomination nella casa del Grande Fratello, allora mi sembra quasi che voi, il futuro, lo rivendichiate il venerdì, per poterlo poi abiurare il sabato.

Quanto a noi adulti togliamoci di dosso l’ipocrisia. È facile parlare di emissioni da ridurre, di effetto serra, del ghiacciaio di Planpincieux che si muove come Speedy Gonzalez. Poi però chi glielo dice a Cina e India: “come osate”? Oppure: “ci avete rubato il futuro”? E all’Africa delle enormi discariche di rifiuti tossici a cielo aperto, chi glielo dice?

Miglioriamo le nostre pratiche quotidiane. Facciamo anche noi la rivoluzione della goccia che scava la pietra. Questo sì. Manifestiamo pure in piazza per frenare il climate change. Ma o siamo conseguenti nelle nostre azioni oppure è meglio toglierci di dosso le ipocrisie e un certo talebanesimo ecologista da sbornia post Greta.

Perché purtroppo temo che, dell’ambiente e delle emissioni, ce ne freghi solo ora che si è mosso tutto l’ambaradan. Dietro l’angolo, in agguato, ci aspetta invece implacabile il solito copione di cui siamo superbi protagonisti inarrivabili: passata la festa, gabbato, come sempre, lo santo. Questa volta, pare, anche la santa.