Fu la mafia, ma "tante anomalie". Borsellino Quater, le domande che restano

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- (Photo: Ansa)
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A fronte di certezze che finalmente vengono cristallizzate dalla Cassazione, restano tanti punti non chiariti, e tanti interrogativi, sull’uccisione di Paolo Borsellino. O meglio, su quello che accadde dopo l’attentato. Nei minuti successivi, quando sparì l’agenda rossa. E poi nei mesi successivi, quando le indagini presero una piega che allontanava la verità invece di avvicinarla. E, ancora, negli anni, tanti, dopo il 1992, quando furono condannati ingiustamente degli innocenti, dopo la confessione del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Non c’è Scarantino nei condannati in via definitiva per calunnia nel processo Borsellino quater, perché la sua posizione è stata prescritta. Il processo partito dopo il pentimento di Gaspare Spatuzza che, autoaccusandosi del furto dell’auto usata per la strage di via D’Amelio, scagionò le persone falsamente accusate, si è concluso in Cassazione il 5 ottobre, con la conferma dell’ergastolo per i capomafia Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e quelle per calunnia per gli altri due falsi pentiti, Calogero Pulci e Francesco Andriotta. Le motivazioni sono state depositate ieri. E se da un lato chiariscono la matrice della strage, dall’altro sottolineano tutti i tasselli mancanti del puzzle. Tasselli che, a quasi trent’anni dalla morte a Palermo del giudice e degli agenti della sua scorta, potrebbero ancora emergere, per quanto - come ha sottolineato con Huffpost l’avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Trizzino - la verità giudiziaria con il passare del tempo non può che allontanarsi. A quella storica, però, si potrebbe ancora arrivare.

Nelle 121 pagine depositate ieri, gli Ermellini fugano qualsiasi dubbio sul mandante della strage. Fu la mafia a decidere di uccidere Borsellino. Già negli anni ’80 Cosa Nostra ci aveva pensato, ma la decisione definitiva arrivò a Natale del 1991, quando Riina e i suoi sodali prevedevano già “l’esito infausto”, per i capimafia, del maxiprocesso sul quale di lì a poco la Cassazione avrebbe messo la parola fine. La mafia decide quindi di uccidere il giudice per vendetta, perché il suo lavoro aveva portato a condanne pesanti, ma anche per “cautela”, per ostacolare il suo lavoro futuro. I giudici fanno riferimento in particolare al fatto che Borsellino potesse diventare procuratore nazionale antimafia, ma la famiglia ha più volte sottolineato - e qualche riferimento a riguardo si trovava anche nella sentenza d’appello - che l’esigenza dei mafiosi di fermare l’opera del magistrato derivasse anche dal fatto che stava lavorando al dossier mafia-appalti, che riguardava i rapporti tra la criminalità organizzata e pezzi di politica, massoneria e imprenditoria nella gestione degli affidamenti dei lavori pubblici. Quel lavoro, partito da una lunga informativa dei Ros, fu archiviato esattamente tre giorni dopo la morte di Borsellino. Nonostante lui avesse palesato, durante una riunione in procura, a Palermo, la necessità di proseguire su quella pista. C’era poi un altro motivo per cui la mafia decise di uccidere il magistrato nell’ambito della “strategia stragista”. Con gli omicidi eccellenti Cosa Nostra voleva “mettere in ginocchio lo Stato”.

Una cosa, per i giudici, è certa: quella che era stata battezzata come la “Trattativa Stato-mafia” non c’entra niente con la morte di Borsellino. Quel dossier, scrivono i giudici, ha una “sostanziale neutralità” rispetto alla strage di via D’Amelio. La Cassazione in questo passaggio riprende il giudice d’Appello, che aveva respinto la possibilità che Borsellino fosse morto perché voleva opporsi a questa trattativa. Quella decisione era arrivata a gennaio 2021. Nel mentre, a settembre di quest’anno il giudice di secondo grado di Palermo ha assolto i principali indagati in quel processo. In particolare gli ex Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. I contatti con Cosa Nostra, ci dice il giudice in quella decisione, ci sono stati, ma non erano mirati a compiere reati. Ad ogni modo, sottolineano le toghe del Palazzaccio, Borsellino fu ucciso per vendetta, per prevenire gli ulteriori risvolti del suo lavoro e per destabilizzare le istituzioni. Non perché si era opposto a una presunta trattativa.

Le certezze che questa sentenza definitiva ci dà finiscono qui. Nelle pagine firmate dal consigliere estensore Angelo Caputo e dal presidente Stefano Palla vengono ribaditi una serie di dubbi, incongruenze, “zone d’ombra” per usare le loro parole, “condizionamenti interni e esterni sulle indagini” e forzature. Le anomalie sono partite nei minuti successivi all’attentato del 19 luglio 1992 e si sono protratte - visto che il cerchio ancora non è chiuso - fino ai nostri giorni. Vediamo quelle evidenziate dai giudici. Non ci sono dubbi sulla “paternità mafiosa” della strage, sottolineano a più riprese le toghe, però poi aggiungono che - ferme restando mente e mano di Cosa nostra - si può ipotizzare “la presenza di altri soggetti o gruppi di potere co-interessati all’ ‘eliminazione’ di Paolo Borsellino”. È davvero così? Di chi si tratta? Il giudice non lo dice, allo stato delle cose non lo può sapere. Lo evidenzia, però, più volte. Segno che questo aspetto potrebbe ancora essere approfondito.

Gli Ermellini sottolineano poi l’anomalia delle indagini del Sisde, che nel processo ebbe un coinvolgimento che definiscono “al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale”. Fu proprio il Sisde l’autore di quella che viene considerato un “frutto avvelenato”. Il 10 ottobre 1992, infatti, fece una nota in cui si sottolineava la parentela di Scarantino - un “pesce piccolo”, che certamente non aveva un ruolo di spicco nella criminalità organizzata - con alcuni nomi mafiosi di peso. Erano i giorni in cui l’uomo ancora non aveva iniziato a collaborare, ma quella nota - scrivono i giudici - è segno del fatto che “l’unica pista investigativa era considerata quella che conduceva, anzi che doveva prendere le mosse da Scarantino”.

Sul falso pentimento si soffermano molto i giudici, perché lo definiscono “l’origine della calunnia”. Ma come partì questa sequenza di menzogne che si è protratta lungo due processi e quasi due decenni? Scarantino, così come Andriotta e Pulci si accusavano e accusavano degli innocenti, però nel parlare agli inquirenti dicevano anche cose realmente accadute. Come potevano conoscerle? Ebbero dei suggeritori, questo è certo. Il giudice gli individua negli “inquirenti infedeli”, che li istruirono, anche in carcere, su cosa dire.

Su quest’ultimo aspetto restano ancora tanti, troppi interrogativi. A processo a Messina per questa vicenda ci sono tre poliziotti del tempo. Quando arriverà la sentenza di primo grado si potrà avere qualche lume in più sulla loro eventuale responsabilità, o sulla loro innocenza. Intanto, però, non ci si può non chiedere se sia possibile che ad architettare uno “dei più grandi depistaggi della storia d’Italia” - parole di un giudice - possano essere stati solo dei poliziotti. Ci sono ulteriori responsabilità? Come è stato possibile che un castello di falsità sia stato ritenuto vero per anni? Perché non è stato dato seguito a chi - come Ilda Boccassini e Roberto Sajeva - da subito aveva capito che quello di Scarantino era solo un teorema? Per un periodo sono stati indagati due pm del tempo, Anna Palma e Carmelo Petralia. Il gip però ne ha disposto l’archiviazione. Perché per quanto ci furono anomalie nell’inchiesta non sono stati trovati riscontri all’ipotesi di concorso in calunnia avanzata dai pm. Ma chi ha sbagliato, dunque? E, soprattutto, per quale ragione questo depistaggio è stato architettato? Domande che dopo tre decenni meriterebbero una risposta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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