Fuga di laureati a Nord, Mezzogiorno sempre più impoverito

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Roma, 24 ott. (askanews) - Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell'ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Lo si legge nel Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana che rielabora dati Istat, presentato oggi a Roma alla presenza del ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano.

Per effetto dei trasferimenti verso il Centro-Nord, si contano circa 220.000 laureati in meno tra i residenti del Mezzogiorno, senza considerare la crescente quota di pendolari di medio e lungo raggio. Il fenomeno ha assunto connotazioni preoccupanti, soprattutto se si considera che nel 2017 ben il 27% dei migranti totali da Sud a Nord erano laureati rispetto al solo 5% nel 1980 e che nel 2017 circa il 40% dei residenti al Meridione iscritti presso un corso di laurea magistrale, si è spostato presso un ateneo del Centro-Nord.

E' dunque radicalmente mutata la struttura qualitativa del migrante tipo: se negli anni del Secondo dopoguerra a migrare era soprattutto giovane manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, oggi va aumentando il numero dei laureati e degli studenti universitari (immatricolati fuori regione) che si spostano dalle regioni meridionali e insulari, verso le regioni del Centro e del Nord del Paese. Misurare l'impatto della migrazione intellettuale sui territori di origine e destinazione rimane comunque una sfida aperta e un promettente filone di ricerca.

Nonostante siano numerosi gli studi che abbiano approfondito la tematica delle determinanti della scelta migratoria, ben pochi sono quelli che, soprattutto per il caso italiano, si siano cimentati nel più complesso campo di indagine che ha a che fare con la misurazione dell'impatto economico di questa importante categoria di migranti.

Lo Svimez propone una chiave di lettura, forse poco battuta nella letteratura, relativa alla contabilizzazione delle esternalità positive non recuperabili a seguito degli investimenti pubblici nel campo dell'istruzione. Secondo questa stima, il Mezzogiorno disperderebbe un investimento pubblico pari a circa 1,9 miliardi annuo se consideriamo il solo flusso verso il Centro-Nord, quasi 3 miliardi considerando anche l'emigrazione dei laureati meridionali verso l'estero. Conseguenza di tutto ciò è che i costi netti della emigrazione intellettuale risultano essere particolarmente gravi. Solo attraverso l'attivazione di una politica in grado di essere attrattiva per le giovani generazioni di laureati sarà possibile invertire la rotta e tracciare un futuro di sviluppo per il Mezzogiorno.