Fukushima, ex capi Tepco condannati a maxirisarcimento: ecco perché

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Roma, 13 lug. (askanews) - La decisione odierna della Corte distrettuale di Tokyo di ordinare agli ex dirigenti della Tokyo Electric Power Company (Tepco), la compagnia elettrica proprietare della centrale nucleare di Fukushima teatro dell'incidente dell'11 marzo 2011, un risarcimento-monstre di 13mila miliardi di yen (94,6 miliardi di euro) pone una pietra miliare nella vicenda che si trascina ormai da 10 anni.

In realtà i ricorrenti - 48 azionisti di Tepco - avevano presentato una richiesta di risarcimento in sede civile ancor più elevata, pari a 22mila miliardi di yen (160 miliardi di euro). La denuncia era stata presentata dagli azionisti nel 2012, l'anno dopo l'incidente nucleare indotto dal devastante terremoto-tsunami del 2011. Nel mirino sono l'ex presidente di Tepco Tsunehisa Katsumata (82 anni) e altri quattro manager accusati di aver omesso di mettere in atto precauzioni contro gli tsunami e di negligenza.

La valutazione dei ricorrenti è che i cinque ex vertici della Tepco avrebbero potuto predire il rischio che tsunami potessero abbattersi su quella costa, anche in abse a calcoli che una controllata della stessa Tepco aveva fatto nel 2008 e dalle previsioni rilasciate da un'agenzia governativa nel 2002.

I vertici della Tepco dell'epoca, insomma, avrebbero violato il loro compito di gestire accuratamente la sicurezza delll'impianto, facendo costruire barriere marine e mettendo in campo contromisure contro l'eventuale allagamento della struttura. In effetti, l'impianto di raffreddamento dei reattori della centrale Fukushima Daiichi andò in blocco anche perché il sistema d'emergenza fu allagato e non poté partire.

I manager, dal canto loro, hanno sostenuto che la loro mancata decisione sulle contromisure era "ragionevole" nella misura in cui le previsioni sismiche "non erano affidabili abbastanza da essere incorporate nelle contromisure anti-tsunami", secondo quanto riferisce il Nikkei.

Alla fine il tribunale non ha sposato questa teoria, ritenendo che invece la previsione "era ragionevolmente scientifica", che lo tsunami "avrebbe potuto essere previsto" e che l'ex management è stato "fondamentalmente carente di consapevolezza sulla sicurezza e di senso della responsabilità".

La richiesta dei ricorrenti - 160 miliardi di euro - è l'ammontare più alto mai richiesto in Giappone. Nella quantificazione è stato inserito anche il costo stimato dello smantellamento dei reattori nucleari e la compensazione per le vittime dell'incidente.

Ovviamente l'ammontare del risarcimento attribuito renderà praticamente impossibile per gli individui pagarlo nella misura completa. Sicuramente i quattro manager su cinque condannati andranno in bancarotta. Non è chiaro se i quattro sono dotati di un'assicurazione che coprirà una parte del risarcimento. Per manager di aziende di quelle dimensioni (oltre 3mila dipendenti) il tetto massimo per la copertura assicurativa è 950 milioni di yen (circa 7 milioni di euro).

In ogni caso, è altamente probabile che i condannati ricorreranno in appello.

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