Fumo di Roma

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Ponte di Ferro (Photo: ANSA)
Ponte di Ferro (Photo: ANSA)

L’immagine del Ponte dell’Industria in fiamme è la cartolina consegnata ai romani, chiamati a votare il nuovo sindaco della Capitale. È sabato sera, i locali della zona sono affollati, c’è anche un festival dello street food. Uno scoppio, poi le grida e il fuoco avvolge quello che i romani chiamano il “Ponte di Ferro”, snodo nevralgico che collega due quartieri popolosi divisi dal Tevere: Ostiense e Marconi. Non ci sono vittime né feriti, fortunatamente, ma danni enormi alla struttura, dichiarata inagibile. “È stato costruito dai soldati, ora chi ce lo ridarà?”.

Sotto il Ponte scorre il fiume con i suoi detriti e le baracche piazzate lì da anni. Si è finto di non vederle, è uno dei tanti insediamenti di fortuna sorti in città, abitato prevalentemente da senza dimora dell’Est Europa. Così come non si sono volute guardare le decine di palazzi occupati che restano nelle mani degli abusivi nonostante i continui allarmi lanciati dai residenti. Ci sono anche i campi rom, che a maggio del 2017 la sindaca aveva promesso di smantellare: “Finalmente a Roma saranno superati i campi”, ha spesso ripetuto la sindaca M5S. Ma anni dopo, è stato chiuso un solo un insediamento, il Camping River. Promesse rimaste disattese. Come l’assunto di base, quell’uno vale uno, che lasciava sperare in una maggiore attenzione dell’amministrazione per le periferie o per le realtà degli ultimi nelle zone centrali della città.

C’è una narrazione, piuttosto diffusa a Roma, che racconta il fallimento di quello slancio che la Giunta Raggi aveva promesso e che è legato alla mancanza di ambizione. La stessa che ha portato alla rinuncia alle Olimpiadi 2024, al rifiuto dei grandi eventi, all’incapacità di fare di Roma la vera città guida del Paese, salvo poi oggi sposare la causa del Governo di ospitare l’Expo 2030. Il vero difetto è stato però nell’ordinarietà di gestione, nella difficoltà di fare anche le cose più normali in città, come interventi di pulizia, decoro, sicurezza. Sulla forza della normalità con cui i 5 stelle si sono presentati cede anche l’ultima ridotta della gestione di Virginia Raggi, piegata dall’inazione e dall’inefficienza anche e soprattutto sulla piccola amministrazione.

“Da casa mia si vede il ponte – dice la signora Antonella, che vive da sempre in questa zona - io sono avvelenata”. È venuta a guardare, da oltre le transenne, questa struttura dove per un po’ di tempo, si teme per mesi, non passeranno più le auto. Eppure è un asse di collegamento chiave per la viabilità capitolina. “Il problema non è solo il ponte che ora è chiuso. Piuttosto, guardiamo che cosa c’è qui sotto”, dice indicando con il dito tutta la strada che costeggia il fiume: “Roma è zozza. La pista ciclabile sul Lungotevere non è più praticabile da tempo, piena di erbacce e sterpaglie che ora hanno preso fuoco. C’è una totale mancanza di manutenzione. Questa è la verità”. Ordinaria amministrazione che manca da troppo tempo, al di là delle cause del rogo, su cui ancora si indaga.

Per tutta la giornata la scientifica ha fatto i rilievi ed esclude il dolo. Una delle ipotesi è l’innesco dell’incendio dalle baracche che costeggiano il fiume, magari un fornelletto acceso in mezzo a vegetazione secca che può aver favorito la combustione e la rapida propagazione del fuoco. Così è accaduto nel febbraio 2013, ma il rogo era stato più contenuto. “Bisogna bonificare sulle sponde del Tevere, togliere insediamenti e sterpaglie”, chiedono i residenti, “non è la prima volta che partono da lì gli incendi e non sarà l’ultima se tutto rimarrà in stato di abbandono”. L’altra ipotesi è il cortocircuito dei cavi elettrici: “Sotto il ponte ci sono numerosi servizi, cavi elettrici che sono riferiti a servizi come l’illuminazione pubblica”, spiegano all’Agi fonti investigative: “L’innesco potrebbe essere stato in una parte del ponte e le fiamme potrebbero essersi propagate poi alle sterpaglie sottostanti e ai ritrovi di fortuna dei senzatetto”. Italgas precisa che le sue condotte “non hanno subito danni dall’incendio né lo hanno alimentato”. La Procura di Roma è in attesa di una prima informativa per poi procedere alla formale apertura del fascicolo di indagine sulle cause.

Al momento, come detto, è escluso l’incendio di natura dolosa, anche se il sospetto viene sollevato da diversi esponenti del Movimento 5 Stelle romano che parlano di “inquietante coincidenza” con il voto per il Campidoglio. È più una reazione alle accuse che piovono subito su Virginia Raggi: “Ultimo capitolo del disastro dell’era Raggi” commenta Maurizio Gasparri, commissario romano di Forza Italia, tra i tanti azzurri a girare il dito nella piaga della sindaca, come Sestino Giacomoni per cui “Raggi per i romani è peggio di Nerone”. “Una Nazione dove regna l’illegalità grazie al ministro Lamorgese, Roma nel degrado grazie alla giunta Raggi” twitta la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

“Stringe il cuore vedere un pezzo di storia ridotto così” sono le prime parole della sindaca pentastellata, “per adesso aspettiamo l’esito delle indagini. Ma io non mollo. Amo Roma”. “Raggi? Chi l’ha vista? Si è vista ieri notte per la prima volta”, sostiene, non appena giunta sul posto, la presidente di un comitato di quartiere: “Le baracche qui sotto non ci dovrebbero essere. Proprio la Raggi si era impegnata per l’ambiente e la riqualificazione”.

Dossier alla mano, l’esperienza di Virginia Raggi alla guida di Roma non ha risolto, ma ha finito per aggravare molti dei problemi che da tempo costringono la Capitale in un declino fatale. La prima cittadina, che corre per un secondo mandato, ha mancato molti degli obiettivi che aveva annunciato nel 2016. “Cittadini disperati alla vigilia delle elezioni” titolava il Guardian solo pochi giorni fa, in un articolo sulla città in cui “non funziona nulla”. Il quotidiano britannico evidenziava tra i romani un “accumulo di delusione mentre si accumulavano i rifiuti”, e ancora “gli autobus obsoleti che esplodono da soli, i parchi sfasciati, gli avvistamenti di cinghiali”. Analoga l’analisi del New York Times, che si sofferma sulla “debolezza” della sindaca e sulla “frustrazione” dei romani, che non vedono funzionare anche soltanto i servizi di base in città.

Il ponte di ferro bruciato è solo l’ultimo capitolo. Dicono gli abitanti della zona che se ne va un pezzo di storia della città. Di una città che va a votare piegata da continui disastri. E che guarda lo scheletro incenerito di un ponte, che assurge a metafora finale di un falò politico-amministrativo cominciato cinque anni fa e di una stagione di governo in cui si sono bruciate tante aspettative.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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