Funivia Mottarone, gip: "Contro Nerini e Perocchio zero indizi"

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Contro Luigi Nerini e l'ingegnere Enrico Perocchio direttore di esercizio dell'impianto della funivia del Mottarone è "palese" al momento della convalida del fermo e della richiesta di applicare la misura cautelare del carcere "la totale mancanza di indizi che non siano mere, anche suggestive supposizioni". Lo scrive il gip di Verbania Donatella Banci Buonamici nell'ordinanza con cui non ha convalidato il fermo e ha rimesso in libertà i due indagati che devono rispondere, tra i vari reati, di omicidio colposo plurimo per la morte di 14 persone avvenuta esattamente una settimana fa.

Il giudice ritiene che "nulla è stato aggiunto al quadro esistente al momento della richiesta e che, al contrario il già scarno quadro indiziario sia stato ancor più indebolito". Tradotto i pochi elementi portati dalla Procura per far scattare il fermo si sono sgretolati di fronte ad altre testimonianze rendendo Gabriele Tadini, il capo servizio dell'impianto e grande accusatore, non credibile contro Nerini e Perocchio.

"Tadini sapeva perfettamente che il suo gesto scellerato (bloccare i freni sulla cabina, ndr) aveva provocato la morte di 14 persone, Tadini sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere, anche e soprattutto in termini civili del disastro causato in termini di perdita di vite umane. Allora perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni?". Per il gip di Verbania, il capo servizio della funivia del Mottarone non è un testimone attendibile ma è un indagato mosso da un interesse, ossia incolpare il gestore dell'impianto Luigi Nerini e l'ingegnere Enrico Perocchio direttore di esercizio per poter evitare in parte le conseguenze di quanto confessato al procuratore capo Olimpia Bossi e al pm Laura Carreri.

Tadini lascia il carcere di Verbania ma vai domiciliari (VIDEO) per il pericolo di reiterazione del reato, dato che "per lungo tempo" disattivando il sistema frenante di emergenza sulla cabina numero 3 ha attuato una "condotta scellerata, della quale aveva piana consapevolezza, posta in essere in totale spregio della vita umana con una leggerezza sconcertante" scrive il gip di Verbania nell'ordinanza.

Per il giudice, che ha smantellato l'impianto accusatorio fondato sulle dichiarazioni del capo servizio, il modo di agire di Tadini induce a ritenere che "non abbia la capacità di comprendere la gravità delle proprie condotte e che, trovandosi in analoghe situazioni reiteri con la stessa leggerezza altre condotte talmente pregiudizievoli per la comunità" si legge nel provvedimento di 23 pagine. I domiciliari vengono concessi visto che è incensurato, per la confessione resa e il contesto familiare in cui vive.

OPERAI FUNIVIA - "E' stato Tadini a ordinare di mettere i ceppi" che evitano che l'impianto frenante entri in azione. E' una delle testimonianze rese da un operaio dell'impianto della funivia del Mottarone. Le testimonianze dei dipendenti sono presenti nell'ordinanza del gip. "L'installazione di questi ceppi è avvenuta già dall'inizio della stagione di quest'anno, esattamente il 26 aprile. Vi era infatti un problema all'impianto frenante della cabina numero 3, per cui era stato richiesto l'intervento di una ditta specializzata, che però non aveva risolto il problema", dice a verbale uno degli operai della funivia a lavoro la mattina del disastro. "Tadini ha ordinato di far funzionare l'impianto con i ceppi inseriti anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie (...). La cabina numero 3 era solita circolare con i ceppi inseriti già da parecchio tempo, per evitare l'inserimento del freno d'emergenza durante la corsa e impedire così il funzionamento dell'intero impianto", sono le rivelazioni confermate, in sostanza, da altri quattro operai sentiti dai carabinieri che indagano sulle cause dell'incidente.

Il problema del calo di pressione al sistema frenante è noto a tutti e due interventi sono eseguiti dalla società Rvs di Torino alla quale la Leitner (incaricata della manutenzione) aveva affittato in subappalto gli interventi sulle centraline dei sistemi frenanti. Un dipendente, si legge sempre a verbale, chiede a Tadini se non è rischioso lasciare inseriti i forchettoni che impediscono di frenare in caso di emergenza, ottenendo come risposta: "'Prima che si rompa una traente o una testa fusa ce ne vuole'. Ricordo bene queste parole, a queste parole non ho replicato anche perché è lui il mio responsabile". Aggiunge che in passato fece riferimento direttamente al gestore di un problema, ma "Luigi Nerini ascoltava solo quello che gli diceva Gabriele Tadini".

La catena sembra abbastanza chiara leggendo i verbali dei dipendenti. Le anomalie e le richieste di intervento "vengono direttamente segnalate al responsabile dell'impianto che è Tadini, il quale poi provvederà ad avvisare il direttore dell'impianto Perocchio e successivamente verranno contattate le ditte esterne" per le sostituzioni. Tadini, ascoltato come testimone diventato indagato, sostiene che la sua decisione di usare i forchettoni era avallata da Nerini e Perocchio. "Nessuno mi ha detto di andare avanti con il sistema frenante disattivato, ma mi hanno detto comunque vai avanti", dice davanti ai magistrati.

C'è un solo dipendente che in parte rende dichiarazioni sulla consapevolezza del gestore e dell'ingegnere, ma è l'operaio che quella domenica mattina risponde all'ordine di rimuovere i ceppi quindi "ben sapeva del rischio di essere lui stesso incriminato per aver concorso a causare con la sua condotta, che avrebbe potuto benissimo rifiutare, la morte dei 14 turisti".

PM BOSSI - "Quello che è stato riconosciuto e che in questo momento mi pare l’aspetto più importante è l’aver condiviso comunque la qualificazione giuridica dei fatti nel senso che per quanto riguarda l’unica persona per la quale la misura è stata applicata lo è stata proprio in relazione ai reati come noi li avevamo qualificati, non solo gli omicidi colposi ma soprattutto il reato di rimozione dolosa delle misure di sicurezza" dice il procuratore di Verbania Olimpia Bossi ai microfoni di Radio Veronica One all’indomani della decisione del gip Donatella Banci Buonamici.

"Si tratta di una fattispecie non di frequentissima applicazione che poteva prestarsi a valutazioni diverse invece il fatto che sia stata riconosciuta da questo punto di vista costituisce un bel punto fermo da cui ripartire", aggiunge il procuratore di Verbania che prosegue: "Il giudice ha detto che a carico dei due (Nerini e Perocchio, ndr) chiamati in causa dal Tadini in questo momento non vi sono sufficienti indizi per applicare la misura cautelare che non significa che non ce ne saranno in futuro".

Quanto al convincimento dell’accusa che Nerini e Perocchio fossero a conoscenza dei fatti contestati loro dalla procura, Olimpia Bossi spiega: "La questione non è essere convinti ma avere un quadro probatorio a questo punto che deve essere consolidato visto che il giudice non lo ha ritenuto sufficiente. Al di là della convinzione personale che a nulla rileva, noi continueremo a indagare in quel senso perché anche da un punto di vista logico, di dinamiche imprenditoriali mi pare veramente poco credibile che tutti fossero a conoscenza di queste prassi tranne il proprietario. Questo è il punto però cercheremo altri riscontri senz’altro".